Si leggono gettate di inchiostro e acidità su quotidiani on e off line, aggettivi di grotteschi colori accanto ai nomi di Federica Pellegrini e Valentino Rossi, accanto ai nomi di chi vorremmo sempre vedere vincere, e forse non capiamo, o non amiamo abbastanza. E c’è un certo stupore, oscuro, nel misurarsi con la paura che chi ci ha fatto gioire una volta, non torni a farlo ancora. Non torni a farlo mai più.
È la triste fine dei campioni. Quando vincono, vincono con tutti, poi se perdono, perdono da soli. Normale e disgraziata amministrazione nel mondo dello sport. Perché quando piove le fenici non volano.
Che cosa assurda, trovare una tartaruga di terra, in mezzo alla strada, in mezzo all’asfalto, e portarla in un posto sicuro. Che cosa assurda portarcela in auto, in autostrada, e farle fare i 150 chilometri all’ora. Farle fare la cosa più assurda, far correre veloce un animale per natura lento, per quanto affascinante, lentissimo.
Cosa ancora più assurda sarebbe raccogliere un uomo, raccoglierlo dalla sua fretta e farlo camminare in un campo verde, camminare piano. Fargli vedere quanto si può camminare, quanto piano, si può vivere. Fargli conoscere una certa calma. Una certa pace, che l’uomo non trova e non ha. Camminare piano. Come le tartarughe, tanto a loro, della fretta, non importa un cazzo.
___ Storia vera del salvataggio di una tartaruga di terra, accompagnata (in auto) in un allevamento di testuggini e allontana dal casino urbano.La musica di Björk non assomiglia a nessun altra musica. E non proviene da qualche genere sparso nel tempo, e nello spazio, inizia in un punto esatto, una sorgente, un punto in cui prima non c’è nulla e dopo c’è una valanga di pensieri. Pensieri. Perché quelli di Björk non li capisci mai fino in fondo, soprattutto mentre canta dal vivo, in cui a guardarla non si distingue se pensa all’intonazione, all’interpretazione, a qualche punto focalizzato con maniacale precisione nel pubblico, o se ad un bar incastonato in un viale irlandese. Non lo capisci. E i suoni, quelli se li immagina dimenticandosi di tutta la musica che è venuta prima di lei, prima di quel preciso momento. Dimenticandosi di tutto. Cosa che nessuno, o quasi, riesce mai a fare fino in fondo.
Nei suoi occhi c’è una rara forma di egocentrismo, di piacere e di follia, una velenosa patologia di passione, come una furia, o una fuga, di straordinarie emozioni opposte e per sempre condannate a vivere assieme. Nel suo vestire c’è un narciso intrappolato in un regno di stoffe e colori, materiali e composizioni, quasi un’edera feroce che si mutila e trasforma da musica a pittura, da note a colpi di matita e pennello. La devi ascoltare e guardare, Björk, solo per realizzare che il suo mondo è tutt’altra cosa che questo. Come una fata delle favole, ma in un presente distorto e privo di contrappunto. Nulla di lei si ripete, e nulla, a lei, si può rubare.
Tutto il rock che conosco, che amo, che mi emoziona, e tutta la musica che scrivo, che canto, che sogno, tutta questa energia qui, fatta di note, pause e spartiti, questa folgore è passata tra le dita, i tasti bianchi e i tasti neri dell’organo di Jon Lord. Resta una certa percezione della fragilità della vita, soppesata con raffinata precisione sui piatti di una bilancia fatta di polvere e nostalgia.
Con la solita eleganza nel cogliere ogni segreto aella città, Lara osservava ogni spigolo, ogni vetrina e passante, ne rubava i colori e i rumori. Gli odori dei panifici la facevano impazzire, quelli dei negozi di vestiti le causavano mal di testa, le mamme che spingevano i bambini in carrozzina la facevano arrossire. Lara Loire si emozionava per ogni sfaccettatura del mondo che la circondava, di ogni particella urbana, e s’impossessava delle meraviglie della vita usando tutti i cinque sensi, ma senza ingordigia, solo con una lieve curiosità che le attraversava gli occhi. Quegli occhi che parevano cambiar colore a seconda dell’intensità e della tonalità di luce che si poneva loro davanti. La luce del sole li tingeva di blu di Persia, con piccoli bagliori, quasi lucciole più chiare di un azzurro fiordaliso che sbocciavano ai confini dell’iride. Le giornate grigie parevano spingere le trame celesti verso sfumature ametista, porpora e magenta, concedendo indiscrete impressioni di furiose pennellate sulla tela dell’universo. Di notte e nei locali chiusi tutto dipendeva da quali luci le si riflettevano davanti, da quali espressioni cromatiche dominavano gli interni dei luoghi in cui Lara si soffermava, e i suoi occhi si ricoprivano di turchese e porpora, toccando momenti di pura ardesia che sfumava dalla pupilla all’iride.
Ma quanto di più bello c’era negli occhi di Lara Loire lo si scopriva solo in quelle situazioni temporali memorabili come il crepuscolo e, ancor più distintamente, in quelle giornate indecise tra pioggia e sole, sole e pioggia, quelle giornate in cui piove con il sole, magari all’ora del tramonto, o all’alba. In quelle rare situazioni in cui la luce si proietta nelle tracce di bagnato che il cielo, Dio o qualche forza della natura, hanno disegnato con mirabile abilità sul cemento, i palazzi, i vetri e le finestre, le automobili parcheggiate e tutti i frammenti di città sbriciolati in polvere sulle strade e i marciapiedi. In quelle ore assurde, in cui anche il mondo non si dà pace e ragione, in cui né cielo né terra sanno quale abito indossare, e le persone, impazzite, camminano per strada con ombrelli variopinti e occhiali da sole, in quelle giornate lì, anche gli occhi di Lara Loire si abbandonavano ad una follia cromatica che, tra riflessi, bagliori e sfondi di pittura, naufragava tra il verde marino e quello primavera, tra l’ametista e il magenta, con vari sentieri di porpora e ardesia, azzurro fiordaliso e indaco. Per ultimo, come se fosse il gran finale di una danza di pregiate tonalità, tornava quel suo blu di Persia. Lo stesso che condannava ogni uomo a precipitare in abissi dispersi fatti di desideri e tormenti.
Me lo avevano già detto all’università, un professore di Costruzione del Messaggio Pubblicitario una volta mi disse qualcosa tipo
i libri che promettono di insegnare a diventare creativi, a scrivere bene e a persuadere le persone, sono tutti un lungo bla bla bla.
Quel professore mi aveva segnalato un solo testo, uno soltanto, datato 1962: Confessioni di un Pubblicitario di David Ogilvy. In un modo pazzesco, quel professore aveva ragione. Anche dopo la laurea ho continuato a studiare, investire tempo e denaro in libri di ogni genere, e ho scoperto che tra quelli di content marketing e scrittura creativa non c’è alcuna differenza. Tutti riportano più o meno gli stessi esempi, stesse citazioni (anche di Confessioni di un Pubblicitario), e stesse promesse.
Non ne comprerò più uno che parli del mio lavoro. Almeno per un po’. Studierò invece tutti i contorni di esso. Un workshop di scrittura comica per racconti brevi e copioni teatrali, diretto da Stefano Benni, mi ha insegnato molte più cose sul mondo pubblicitario che le milioni di pagine dei libri didattici. Molti romanzi che ho letto, soprattutto i classici, si sono rivelati i migliori insegnanti, i migliori esempi. Credo che non ci sia nessuno che può insegnarti cose come lo stile, il gusto, la punteggiatura. Queste sono cose che maturano nel tempo, in base alle esperienze della vita, alle persone con cui ci si relaziona, ai libri. Quei libri. Quelli che non nascono a scopo didattico ma raccontano la mente di uno scrittore, un romanziere. Quelli che in una sola frase rinchiudono il senso di un intero discorso:
L’unica cosa importante è scrivere bene.
Facile a dirsi. Ma è tutto li. Credo che nessuno si debba mai permettere di dirti cosa scrivere, e come farlo. Quello che si può imporre, al massimo, è di scrivere in maniera corretta. Lo stile appartiene ad ognuno di noi, ed è unico. Poi tra le mille pieghe della vita lo si infarcisce con le influenze degli scrittori, attori, registi o inventori che ci hanno emozionato. Si, anche gli inventori, e i matematici. La vita di Nikola Tesla mi ha emozionato: lui voleva scoprire un’energia unica, l’etere, capace di comprendere e magari sostituire tutte le altre forme di energia in natura. Proprio come ridurre tutti i concetti, i libri e i metodi sullo scrivere in un’unica frase: scrivere bene. Una frase di due parole e 13 caratteri, tanto per azzittire anche Twitter.
Scrivere bene. Quello che vuoi, quello che devi, dalle email agli sms, dal biglietto d’amore al graffito sul muro. Scrivere bene. Metterci tutti gli aggettivi che si vuole, per poi capire quali servono davvero e quali no. Scrivere bene e leggere ad alta voce. Leggere come se fosse l’ultimo grappolo di parole che ci passa sotto gli occhi. Scrivere come se fossero finite tutte le parole del mondo. Scrivere e leggere ad alta voce, per capire se le frasi scorrono con una certa eleganza e una ricercata precisione.
Scrivere bene. A farla breve. Scrivere.
Ci si deve pesare di mattina, appena svegli e prima di fare colazione, dicono. Non so come, ma io mi sono pesato di sera, in una sera qualsiasi, prima di andare a dormire: 74,8 kg. Dopo sette ore mi sono alzato e la prima, dico la prima cosa che ho fatto, è stata risalire sulla bilancia: 75,1. Non ci vuole un genio per contare tre etti. Tre etti di cosa? Se non ho mangiato, né bevuto, o compiuto alcuna azione se non quella di addormentarmi e svegliarmi. Dev’essere accaduto qualcosa, tra il chiudere e l’aprire gli occhi. E l’unica azione che unisce la notte al giorno, il sonno al risveglio, ecco, è sognare. Tre etti di sogni.
Come un urlo che si vede e non si sente, si vede mentre esplode in un silenzio cupo, grave, in perfetta sincronia col far finta di niente, col fingere che ci sia un equilibrio, in questi giorni qui, mentre il cielo si sgretola e precipita in polvere. Polvere grassa, quasi sabbia oliata, senza vento che la possa portar chissà dove. Resta qui e s’accumula. E camminarci sopra è un pesante sprofondare. Affondare. Immergersi nel terreno e piantarci i piedi come radici velenose. Perché l’aria è veleno, questi giorni sono malati, e le urla, che si vedono e non si sentono, sono spasmi in nome di Dio. Come urlare contro un foglio bianco davanti alla bocca e lasciarne un alone giallo fumo.
E lascia stare Dio. Mi viene da pensare. Che i casini in cui mi caccio sono dei capolavori personali di esagerata bellezza, e straordinaria follia. Tutte quelle macchie sulle tele di questi giorni, e quell’ansimare, i graffi, e i morsi, schizzi maniacali, gesti di una bellezza infinita, capolavori di mostruosa precisione, danni inspiegabili al cuore. Frantumazioni del mio equilibrio perfetto. Un grande casino in testa. Un dolce pastrocchio. Un urlo che non posso gridare, un grande urlo, che la mia pelle non sa nascondere, e l’anima abbandonare.







