Come esplode, delle volte, il senso delle cose che voglio dire. La forza delle parole, lo spostare il soggetto nell’ordine lessicale per cambiare drasticamente il senso di ciò che scrivo. Di quello che dico. Che voglio. Di come un punto, così, all’improvviso, accentua il significato. Così. Proprio così. E le virgole, tutte quelle virgole, a centinaia, che stoppano, frenano, rallentano e danno ritmo alla voce e alla lettura, densa e lenta o sottile e veloce, calmano, placano, inclinano e indicano che invece di scrivere voglio prenderti e portati via, voglio suonare una melodia con le lettere, una canzone che non si ascolta ma si legge. Così, per prenderti e portarti via. Prenderti. E. Portati. Via.

Lasciando stare tutta questa faccenda complicata e di mille significati della punteggiatura posso anche provare a toglierti il fiato e la ragione scrivendo senza di essa senza i punti e le virgole e i punti e virgola lasciando che siano l’immaginazione e la ricerca a posizionare gli accenti e le cadenze le danze i salti le accelerazioni gli stop e le pause quelle pause che qualcuno una volta disse che sono più importanti della musica stessa poiché nel loro decidere quale dinamica impostare creano un percorso.

C’è chi c’ha scritto libri poesie o capitoli, in questo modo.
C’è anche chi ci vive, così. Senza punteggiatura.

Ci sono giorni pieni di punti di sospensione, altri zeppi di punti esclamativi, di domanda, con troppe virgole o troppi due punti. Ce ne sono altri in cui non si vede l’ora di andare a capo, o svoltare pagina, o attendere la clemenza di un apostrofo che colleghi la nostra vita a qualcosa di migliore. C’è chi ha la giornata tempestata di segni di punteggiatura e accorgimenti, chi vive tra le parole degli altri, tra virgolette, e c’è chi riesce invece a riempirsi il giorno di sole parole, libere e indipendenti da regole e costrizioni. Quelle persone che non si mettono in vetrina con una grafia elegante e uno stile narrativo straordinario, ma inventano invece nuove cose, significati, melodie. Persone che ascoltano il suono, la pronuncia, gli accenti e il rumore di quando frasi o parole, certe volte, esplodono.

Senti che musica tra le nuvole che scivolano miti sulle ali di libellule sospese all’alba di ogni luce celeste di quelle che profumano di pioggia e di sole mentre tutt’intorno i bagliori e i colori riflettono sulle gocce appese ovunque nelle dense armonie di questi giorni sì questi giorni qui quelli in cui mi sveglio la mattina tra le tue braccia di te che punteggi con raffinata poesia ogni mio tentativo di squarciare la ridondanza di un continuo vivere tra piume rose e parole leggero a galla come un fiore di loto in balia di una corrente che solo le tue labbra sanno dirottare verso argini sicuri di quelli in cui si attracca poche volte nella vita spesso una sola a volte mai quegli argini in cui si ormeggia in quel senso di deriva e si trovano raccolti i frammenti esplosi del senso delle cose che ti voglio dire.

The Road, Cormac McCarthy

Tipo quando finisci di leggere un libro e sei convinto di non aver mai letto niente di più bello. Ecco.

Cormac McCarthy e la sua scrittura spoglia e minimale, o almeno quella dei suoi ultimi lavori, perché i primi romanzi li ha costruiti con mattoni di descrizioni e palate di aggettivi, anche impossibili da incastonare in uno stesso pensiero. McCarthy, che se in Non è un paese per vecchi e Sunset Limited mi aveva catturato per la sua spietata creatività e per l’arte del riuscire a impregnare in quattro parole un immaginario così grande che non basterebbero cento pagine per riuscire a descriverlo, con La Strada mi ha steso al tappeto, mi ha messo KO. Prima di commuovermi nelle ultime tre pagine, in cui è descritto con un miasma poetico il senso della vita, mi son davvero sentito mancare.

La strada

Ambientato in un mondo simile a quello del cartone giapponese Ken il Guerriero, quindi in una terra distrutta, dove tutto è stato bruciato e perduto, dove non cresce più erba verde e l’aria è tossica, con strade ponti e città distrutte. Un uomo e suo figlio camminano verso sud in cerca di qualcosa che nemmeno sanno cosa sia, ma sperano sia migliore della disperazione che stanno attraversando. C’è l’amore di un genitore, la solitudine, il freddo e la fame, c’è una speranza più forte della morte e della fame. C’è uno scrittore che ha disegnato un mondo incredibile nel quale è impossibile non immergersi. C’è il male che sembra non aver rivali, e il bene, ridotto in polvere, continua ancora a soffiare lungo le strade dei boschi desolati.

Non ci sono capitoli, ma molti paragrafi brevi che attraversano periodi a volte brevi come un respiro altri lunghi come un inverno. Qualcosa di stupendo e, soprattutto, creativo. L’oceano plumbeo e il cielo color catrame, e un fuoco di speranza che arde a stento nel cuore dei protagonisti. Ora non è che mi voglio improvvisare critico di libri, non ne son mica all’altezza. Però, un po’ per il lavoro che faccio, un po’ per l’amore per la letteratura e per lo scrivere, e anche per altre piccole cose che hanno a che fare con la comunicazione, insomma, dopo aver letto La strada mi son reso conto che tutte le parole scritte in 5 anni in questo blog, concentrate più o meno in 200 post, non valgono una sola frase scritta nel momento meno ispirato di un McCarthy svogliato in una domenica di noia.

La cenere si sollevava leggera in lenti mulinelli sopra l’asfalto. Studiò quel poco che riusciva a vedere. I ritratti di strada laggiù fra gli alberi morti. In cerca di qualche traccia di colore. Un movimento. Un filo di fumo. Abbassò il binocolo e si tirò giù la mascherina di cotone dal viso, si asciugò il naso con il polso e riprese a scrutare la zona circostante. Poi rimase seduto lì con il binocolo in mano a guardare la luce cinerea del giorno che si rapprendeva sopra la terra. Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato.

Cormac McCarthy

Alla fine vincono i libri. E mi auguro continuino a farlo. Lo spero. Perché i 140 famosi caratteri che Twitter mette a disposizione hanno innescato un nuovo processo, irreversibile, verso la sinteticità. E magari non si scriverà più, fra qualche anno. O invece si scriverà molto di più. Preferisco questa eventualità. Ad ogni modo ci sono più cose in ballo, tra realtà, media, pensieri, possibilità. E in tutto questo caos credo che i libri, alla fine, la scamperanno sempre. In qualche modo, si salveranno, e magari salveranno noi. Dopo aver letto Storia d’Amore Vera e Supertriste di Gary Shteyngart ho pensato proprio a questa cosa qui. Se le storie, i racconti e la poesia continueranno ad impregnare i fogli bianchi. Se i libri manterranno il passo con le realtà virtuali. Se ci sarà ancora spazio per i Romeo e Giulietta. Ok Facebook, ok Twitter. Ok la dittatura delle abbreviazioni. Messaggi ai limiti dell’analfabetismo. Messaggi veloci e sempre più brevi, minimali e sintetici. Che non si sciolgono in versi lunghi e gonfi di immagini, che non s’impossessano della nostra mente e non ci fanno ammalare di letteratura come è accaduto a Bobby Long. Lo conoscete, Bobby Long? Ecco, Lenny Abramov, protagonista di Storia d’Amore Vera e Supertriste è proprio come l’attore interpretato da John Travolta, solo in un’altra epoca. Più o meno fra un paio di generazioni, quando gli Stati Uniti saranno succubi dell’economia cinese, e i romanzi quasi dimenticati. Lenny ama Eunice come solo nei libri si può amare. E i suoi squarci poetici lo salvano dalla confusione di tutte le sintesi verbali che riempiono le città. Lenny è l’ultimo uomo vivente che tiene un diario segreto, fatto di carta e inchiostro. Mica un blog. Un diario, rilegato e fatto di pagine vere, che ingialliscono e si toccano. Una cosa davvero magnifica, e romantica, e supertriste.

Carissimo diario, oggi ho preso una decisione fondamentale: io non morirò mai. Morirà la gente intorno a me. Verranno annullati. Della loro personalità non resterà niente. Si spegneranno le luci. A segnare il loro passaggio, la loro vita, ci saranno lapidi di marmo lustro con epitaffi fasulli («la sua stella brillò luminosa», «non ti dimenticheremo mai», «amava il jazz »), e poi anche le lapidi verranno spazzate via da un’inondazione oppure fatte a pezzi da qualche tacchino avveniristico geneticamente modificato. Non date retta a chi vi dice che la vita è un viaggio. Un viaggio è quando alla fine arrivi da qualche parte. Quando prendo il numero 6 per andare dalla mia assistente sociale, quello è un viaggio. Quando supplico il pilota di questo sgangherato aereo della UnitedContinentalDeltamerican di fare inversione nel mezzo della sua traballante traversata dell’Atlantico e riportarmi subito a Roma fra le braccia volubili di Eunice Park, questo è un viaggio.

Questo blog è nuovo, nuovo di pacca. È ancora in fase beta, quindi non preoccupatevi se qualcosa non dovesse funzionare come sperate. Magari si apre in modo strano sul vostro browser, abbiate solo qualche giorno di pazienza. Io navigo con Safari, e con questo andate sul sicuro.

Comunque. Ci siamo. Finalmente ho un blog a mio nome in cui scrivo post personali come sul vecchio blog 4roses, scrivo articoli riguardanti il mio lavoro, pubblico le recensioni di dischi che realizzo per Entrate Parallele e dei libri che mi colpiscono maggiormente, scrivo, insomma, per scrivere.

Nelle tre categorie trovate facilmente quello che vi serve, post sul mondo della pubblicità, sui pensieri di un copywriter e sulle bozze di un aspirante scrittore. Ecco, infatti. Writing è la categoria in cui pubblicherò alcune bozze sul libro che sto scrivendo in questo periodo, Lara Loire. Nei miei 25 anni, 26 fra pochi giorni, ho iniziato a scrivere almeno 10 libri. Tutti cancellati, mai terminati. Accadeva sempre qualcosa di stupendo che mi faceva smettere di scrivere. Ora, cascasse il mondo, non mi fermo. Ho iniziato, e appena avrò sistemato le questioni di copyright con l’ente che si occupa di questo genere di cose, inizierò a postare qualche bozza, qualche traccia, frammento, riga.

Nel frattempo, ringrazio chi ha già letto fino a qui, proprio qui, sperando che continui a farlo, pochi minuti ogni tanto, nel corso dei giorni avvenire.