Le idee vanno e vengono. Si può cercare di stanarle ma catturarle è sempre un’impresa pazzesca. Le idee vanno e vengono. Come le occasioni della vita. Vanno e vengono, e non sempre riusciamo ad approfittarne. Vanno, son fatte di vento e spirito. Vengono, ma non si ha mai carta e penna a portata di mano.
Le idee e le occasioni. E anche le cose belle della vita. Vanno e vengono. Spesso nemmeno le vediamo. Ancora più spesso non le riconosciamo. Ci sono persone che fingono di non vederle, le occasioni e le cose belle, persone senza idee, rintanate dentro ai bronchi della propria anima color cenere.

Anche i treni vanno e vengono. Hanno ritardi e spesso ti fregano, si fermano sul binario sbagliato, e tu resti lì con la faccia sbalordita e incazzata a guardare il treno che dovrebbe portarti a casa, lo guardi mentre ti lascia lì tutto solo, come un imbecille. Quello non torna a prenderti.
La soluzione è un taxi, un autobus di fortuna o una lunga passeggiata dentro te stesso. C’è che se resti solo, e non sai come uscire da quella situazione di merda, aspettare l’idea di salvataggio non ha senso. Non verrà a salvarti. Non se ne andrà neppure, non c’è e basta. E tu sei solo, e ti senti ancora più imbecille.

Un imbecille senza idee. Che magari c’ha in mano una Moleskine pronta ad acchiapparne qualcuna ma non ci sono penne o matite con cui scriverle e inchiodarle sulla carta. Un perfetto imbecille con un’arma a metà.

Ideas come and go. Campaign for Moleskine.
Advertising Agency: Miami Ad School, USA
Art Director: Jessica Stewart
Copywriter: Nick Panayotopoulos

Disegna con il cacao, Michele. Ha 8 anni e sa disegnare con il cacao su tele bianche fatte di latte. I frequentatori assidui del bar dicono che è completamente matto, talmente fuori di testa da essere un genio in qualcosa di impossibile. Gli anziani, dall’alto della loro saggezza conquistata con migliaia di partite a carte, seduti negli stretti storti sgangherati tavolini di plastica del Circolo Kappa, dicono semplicemente – lui si fa i cazzi suoi; poi con decisione avvicinano le carte al petto, inclinano il mento verso il basso, e con le pupille scavalcano le lenti degli occhiali per inquadrare la zona del bancone in cui Michele versa sottili linee di cacao sul cappuccino fumante che Franco ha appena creato. Creato, perché il cappuccino, dice Franco, è un’opera d’arte di estrema difficoltà tecnica. Insomma Michele deve stare in punta di piedi, non è colpa del suo metro e venti di statura, quello no, è una questione di concentrazione dice lui. Tutto qui, quando qualcuno gli chiede questa storia dello stare in punta di piedi, in casi estremamente fortuiti Michele risponde semplicemente “così mi concentro”, senza aggiungere altro. Ma più frequentemente risponde con un “sssshhhh”. A volte è l’unico suono che gli si sente udire per giorni. Ssssshhhh.

Anche il Dr. Merli, il logopedista, tentò di capire quella faccenda dei disegni con il cacao. E dopo trenta cappuccini con dipinto, tra i quali apprezzò particolarmente quello con il ritratto di Roberto Baggio, diagnosticò sul retro dello scontrino del bar una particolare forma di autismo aggravata da problemi di dislessia e, forse, schizofrenia. Consigliò anche visite specifiche per l’udito e il parere di uno psicologo per l’infanzia. In basso, accanto ad una macchia di latte, scrisse con grafia incerta il nome Morelli.
Quindi è pazzo. Pensò Franco. No, lui si fa solo i cazzi suoi. Risposero gli anziani dall’alto della loro saggezza conquistata con centinaia di vittorie di briscola e rubamazzo fra i tavoli, dieci, del Circolo Kappa.

Illustrazione di Nicolò Rigobello
Testo di Davide Bertozzi, tratto dalle bozze di Lara Loire. 

Annamaria Testa è una copywriter italiana di successo, guru della comunicazione pubblicitaria. Ho letto, studiato, sottolineato e stropicciato alcuni sui scritti, tra cui La parola immaginata, che considero uno dei libri sacri del mestiere del pubblicitario. Sfogliando le sue pagine si trova un paragrafo pazzesco dedicato alle diverse interpretazioni che si possono dare alle parole. Ce ne sono alcune, spiega, che si prestano ad una doppia lettura, parole come letto, che può essere inteso come sostantivo (il mobile domestico) o anche come participio passato del verbo leggere. Annamaria Testa usa la parola leggere anche nel titolo di un suo libro di racconti: leggere e amare. Anche qui la lettura si presta a due diverse interpretazioni: leggère e amare intesi come due aggettivi, o anche lèggere e amare intesi come due verbi all’infinito. Questa cosa la trovo semplicemente fantastica. Anche un disco di Samuele Bersani si presta a questo gioco: Manifesto Abusivo.

Sospeso fra significati e significanti, ho cercato più volte di mettere in pratica questa tecnica formidabile. Ci sono riuscito in una campagna pubblicitaria per Motopolis, realizzata dall’agenzia pubblicitaria in cui lavoro – P+A. Motopolis è una scuola di educazione alla guida per ragazzi, che si occupa di preparare i giovani all’esame del patentino e alla guida sicura sulle due ruote. In questo caso, il concetto di educazione è alla base di tutto. Ho messo in pratica quanto appreso dagli “insegnamenti” di Annamaria Testa: l’headline della pubblicità dice Educati alla guida. La possibilità di interpretarlo in due modi congruenti, èducati o educàti, è il punto di forza del messaggio, e il logo che strizza liberamente l’occhio a quello di Topolino, collega il prodotto al mondo dei giovani. Insomma, la lingua italiana offre molte più possibilità di quanto comunemente si immagini.

Art director: Gianluca Alessandrini
Copywriter: Davide Bertozzi
Web & communication: Stefano Paolucci 

Credo che ogni città abbia con sé una certa magia, un’intensa bellezza che può nascondersi in cose anche banali, è solo questione di trovarle. Mica c’è bisogno di un monumento, una torre, la barriera corallina o cose del genere. Quelle sono altre cose. Io parlo di quello che c’è per le strade, i negozi, le luci, i neon, i profumi, cose così. Mi ricordo quando qualche anno fa alle 5 del mattino rientravo in albergo passeggiando tra le vie di Milano, e ho visto una delle albe più intense della mia vita. Cioè, sono abituato a veder sorgere il sole dal mare – e questo la dice lunga – ma quella mattina li, tra i palazzi annoiati di Milano, c’era una costellazione di colori straordinari che sfondavano le strade, e tutto era, incredibilmente, lilla e perla. E mi viene in mente quel paese sperduto ai confini di Londra, Swan Place, due strade che s’incrociano e decine di negozi di fiori, un laghetto con i cigni che danzano silenziosi, un caffè con dei muffin fatti in casa, l’odore caldo del cioccolato fuso. Questa magia qui.

Non ho mai creduto di riuscire a trovare meraviglie del genere anche in città apparentemente fredde e mute, come Pesaro, che per certe cose mi ha sempre lasciato indifferente alla sue nebbie ed i suoi silenzi. Viverci così, però, qualche giorno alla settimana, mi ha cambiato il modo di vedere le cose e insegnato ad usare tutti e cinque i sensi, cosa che prima non mi era capitato mai. Pesaro e l’odore di cipolla all’ora di pranzo per le vie del corso, si sente solo odore di cipolla, non ne si capisce il motivo. Non è nemmeno un granché per chi come me la odia, ma la cosa mi fa quasi sorridere. Il mare invece, a Pesaro, credo sia molto più salato, o qualcosa del genere, perché al porto e sulla spiaggia lo senti conficcarsi nelle tue narici e ti rimane li per ore, quel calore bianco salato. E come ti allontani dalla spiaggia arriva quello di cipolla, e basta. Mare e cipolla, pazzesco.

Pesaro è ferma, muta, silenziosa, a volte sembra che non ci viva nessuno. Bisogna toccarla per sentire che effettivamente c’è. E se si trova gente lungo il corso, o una fiera nella piazza del centro, vige sempre una certa calma, un preciso equilibrio che non ho mai visto spezzarsi. Ma la cosa più bella è che ci sono decine e decine di librerie. I libri. Ci sono ancora persone, a migliaia direi, che amano comprare libri e toccare la carta nuova con l’odore di fresco tra le pagine ed il sapore giallognolo delle librerie. Se a Swan Place ad ogni cinquanta metri ci trovi un negozio di fiori, nel cuore di Pesaro ad ogni dieci passi ci trovi una libreria.

Questa cosa delle librerie mi fa pensare a quanto cavolo debbano leggere i pesaresi. Quanto tempo debbano trovare, nella loro vita, per leggere. Come se le persone si riprendessero il proprio tempo. Penso a tutte quelle pagine sfogliate, alle dita che scivolano sulle parole e sulle copertine, e tutto quello scrivere che attraversa le persone, al fermare la frenesia e squarciare la nebbia, con i libri. Sembra una cosa da niente, ma se invece ci pensiamo proprio bene è qualcosa di grandioso. È un’armonia, un ritrovare sé stessi. Ritrovarsi in una città che forse ha la forza di rompere la velocità e i rumori. Gli unici suoni che si elevano sul sottofondo della quotidianità sono le note che trapelano dal conservatorio Rossini, una gran confusione a dirla tutta, di fiati ottoni e voci.

È un’atmosfera inquieta e ansiosa, certe volte. Non è facile capirla, Pesaro. Ci sono ancora alcuni conti che non mi tornano, come ad esempio dove cavolo vadano le persone la sera, o come facciano (quelle poche che passeggiano) a non far rumore. Non c’è nemmeno il McDonald’s, forse si sono dimenticati di Pesaro anche loro. Forse se ne sono dimenticati in tanti. Forse sono in tanti che si sono dimenticati di leggere. E di usare tutti e cinque i sensi quando si cammina per le vie di una città. Sembra che stiamo accusando problemi di percezione, del sentire come i posti vivono, e come noi viviamo mentre attraversiamo le strade e i corsi del centro.

Non lo so di preciso che diamine stia accadendo, quando tutto cambierà magari avrò più chiara la questione. Perché solo quando le cose cambiano si capisce cos’è che davvero viene a mancare. Forse è per questo che Pesaro è immobile, e zitta, credo che non voglia cambiare mai, per non perdersi.

Ieri stavo passeggiando sulla spiaggia, mano nella mano con Angelica, per un istante ho lasciato la presa, mi sono abbassato per raccogliere una conchiglia e m’è sembrato come se stessi raccogliendo la mia anima.

Dove finisce la terraferma inizia il mare. Tra i due s’intromette una linea sottile, fatta di porti e vecchie taverne affollate da pescatori e marinai. E tra le onde dell’oceano è possibile ritrovare l’anima perduta nel ventre della terra. Con questa consapevolezza cullata nella prigione intercostale, marinai, pirati e commercianti affrontano i pericoli dei mari, affrontano le tempeste e i mostri marini, calamari giganti e Leviatani. Sfidare tutto ciò è un po’ sfidare la natura, sfidare Dio e la morte, che visti dalla prua di una nave sono esattamente la stessa cosa. La natura dio e la morte. E poi i mostri. C’è un capodoglio, enorme, bianco neve, Moby Dick.

Se esiste un mostro c’è anche qualcuno che lo vuole sconfiggere. Qualcuno che sfida la natura, o Dio, o la morte. Melville ha costruito un suono unico che riusciamo tutti ad immaginarlo con una certa profonda precisione: è un colpo, la gamba di legno del vecchio capitano Ahab di Nantucket, colpisce con divina regolarità le assi del ponte del Pequod, nave quasi fantasma descritta con maestria in ogni suo nodo del legno. Un colpo ogni due passi, uno con la gamba viva, muto e silenzioso, l’altro con la gamba morta, che affonda un suono cupo quasi fosse l’urlo di un demonio. Come se la vita fosse un soffio quieto e la morte una caduta tra le fauci di una bestia.
Ahab è molto più di un capitano, è un uomo ferito nell’orgoglio, è un castello di sabbia che vuole resistere ad un uragano, è ognuno di noi. Sarà sempre ognuno di noi.

Per 600 pagine Melville descriva Moby Dick in tutto il suo terrore, bianco, la descrive senza farla vedere mai, nemmeno da lontano. Perché il male, bianco, è impregnato nelle pagine e nelle parole. Ce n’è talmente tanto che quello che il lettore percepisce non è il timore verso la balena, ma verso il suo cacciatore. Ahab. Io tremo pensando al capitano Ahab che in una notte di fulmini e tempesta grida all’equipaggio <<V’è un Dio che è padrone sopra la terra e un capitano che è padrone sul “Pequod”>>.

Ahab è cocciuto, ingordo e crudele, è al confine della sua cupa esistenza e quello che v’è oltre non è il chiarore del Paradiso ma il colore latteo di Moby Dick. Il male è bianco. E Ahab che riassume l’insofferenza di tutti gli uomini, è vivo ed è oscuro. Un gioco di colori  e significati capovolti, per 600 pagine. E proprio dopo tutta questa lunghissima e incantevole prosa, a meno di cento fogli alla fine, arriva, la balena bianca, stupenda e meravigliosa. Arriva mostrando la sua gobba, “una collina di neve”, come se fosse la morte a salire in superficie e strizzare l’occhio dall’orizzonte. Le ultime pagine sono tutte dedicate alla sua caccia, alla lotta tra la follia dell’uomo e la ragione celeste, tra il bianco e il nero, il nero e il bianco, Ahab e Moby Dick, la vita e l’ingiustizia, l’uomo e la natura, l’uomo e la morte, la morte, la nave affonda in un vortice spietato, e il male non potrebbe mai avere alcun colore, neppure il nero, no, mai il nero, solo, silenziosamente, il bianco.

Immagine: particolare di una foto di Marco Morosini, designer.
Marco Simoncelli - grafica by Davide Bertozzi

Non c’è proprio niente da aggiungere. La fragilità della vita è tutta qui. O tutta lì, sull’asfalto e tra gli appunti di un copione teatrale. E quando i nostri eroi svaniscono così all’improvviso, in un modo che nessuno s’aspetta, quello che rimane è un equilibrio sul quale si soppesano tutte le anime del mondo.


 
 

Penso alle grandi biblioteche e al loro odore sepolcrale di carta invecchiata, alle copertine rovinate e rugose, ricoperte di plastica dilatata e squarciata, le pagine ingiallite e quel romantico mistero che avvolge ogni volume. Penso al peso di tutte quella carta e inchiostro, ai mobili inclinati, distorti e dirottati dal carico della cultura. Librerie immense e infinite, come cimiteri viventi o parcheggi in affitto, versi in libertà vigilata. C’è qualcosa di magico e meraviglioso.
Penso agli anni che passano e all’inesorabile destino dei vinili, delle musicassette, e dei videoregistratori VHS. Penso che iTunes si sia portato via molto più di oggetti storici, credo che in realtà abbia strappato altre cose della quotidianità, come gesti, piaceri, contatti fisici e manie. In cambio ha lasciato leggerezza e velocità. Ha concesso spazio alle mensole e alle vetrine di casa, ha imprigionato l’usura e l’invecchiamento degli oggetti, dando loro l’incantesimo dell’immortalità.

Ho sempre creduto che anche i libri, quelli di carta, quelli che ingialliscono e puzzano di vecchio, quelli analogici, ho sempre creduto che alla fine ce l’avrebbero fatta a salvarsi. La difficoltà di leggere sugli schermi digitali non avrebbe mai vinto la morbidezza e la neutralità dell’inchiostro su carta. Ho sempre creduto.
Poi per una serie di imprecisi e improvvisi motivi, avvenimenti, tecnologie, ho scoperto questo Kindle. Un quaderno in cui è possibile incollare migliaia di storie e di romanzi, un taccuino senza pagine, con una sola lastra che non emette luce e non aggredisce la vista. E pesa poco più o meno come un iPod. Centinaia di libri in 170 grammi, 16×11 cm, meno di 1 cm lo spessore. 170 grammi. Inchiostro elettronico.

Inchiostro come? Elettronico. Roba da uscirne pazzi. Si risparmia spazio, fantastico, e si risparmiano anche tanti soldi, visti i prezzi dei libri virtuali che costano molto bene di quelli stampati. Pazzesco. Si risparmia carta, e Greenpeace ringrazia. Si risparmia praticamente su tutto, anche sul fascino di avere una bella libreria polverosa e ingiallita in casa, bellissima e poderosa. Si risparmia sulla magia delle librerie, con i librai geniali che hanno letto milioni di volumi e sanno consigliare, con loro si parla di cose straordinarie, di storie e nazioni, romanzi e viaggi, terre dimenticate dalle agenzie turistiche e dagli orizzonti comuni. Con i librai si parla di tutto l’universo narrativo. Con un Kindle risparmio proprio su questo universo. È questo il mio problema.

Ci penso di continuo e mi tormento. Sono tentato a comprarlo, anche solo per provare e dargli una possibilità. Sono tentato a rincorrere Moby Dick assieme al Capitano Ahab anche su di un libro che non ingiallisce, per vedere se anche in esso si riesce a sentire l’odore degli oceani e le grida dei marinai.

Non c’è porta che tenga, né ragione ne corrente d’aria, l’odore del caffè di Franco attraversa vetri e finestre, fumi di sigaretta e tavoli da biliardo, lampade verdi, il campionato alla domenica e le coppe in mezzo alla settimana. Quell’odore si percepisce con tutti i cinque sensi, lo si sente scivolare fra le tende trasparenti dei timpani e aggrovigliarsi ai pori della pelle, lo si vede anche mentre attraversa le stanze, i tavoli e i posacenere, quell’odore li, insomma, s’impregna in qualcosa di solido nascosto dietro al petto, incastonato fra le costole. Attorcigliato dentro all’anima quasi fosse una sua cicatrice, ipertrofica e permanente, ricalcata sui pensieri che separano le labbra dalla prima tazzina al Circolo Kappa.

Rumori qualunque, ci sono momenti in cui si possono sentire solo quelli, come il fuoco che brucia una sigaretta mentre una bocca e due polmoni aspirano con determinazione; o il fruscio di una palla sul tavolo #5 che attraversa una fila di birilli; lo stropicciarsi delle pagine dei quotidiani; il mescolarsi delle carte da gioco tra le mani incallite di persone qualunque che riscoprono sé stesse solo entro i muri, i limiti e i confini del bar. Si sentono cose di questo genere, che valgono più per quello che rappresentano piuttosto che per i suoni in sé. I suoni del quotidiano.

Poi ci sono anche i vuoti. E quelli arrivano sempre da lontano, molto lontano, non si sa mai da dove, ma scivolano sotto la coltre di Marlboro e l’umidità e il vapore. Sfuggono anche all’odore del caffè. I vuoti arrivano da qualche parte dimenticata dalla luce dei lampioni, dei neon e delle vetrine, arrivano da una mancanza lontana e feroce. Giungono come ricorrenze, scricchiolando come vetro sotto i passi di chi se n’è andato per non tornare più, di chi deve scontare un ergastolo in paradiso e chi si promette di tornare, presto o tardi. Scricchiolii tenui e brevi. Tasti di pianoforte, briciole e polvere nascoste sotto un tappeto color inverno.

Foto di Fabio Borra, scattata al vero Circolo Kappa.
Testo tratto da Lara Loire.