Non c’è porta che tenga, né ragione ne corrente d’aria, l’odore del caffè di Franco attraversa vetri e finestre, fumi di sigaretta e tavoli da biliardo, lampade verdi, il campionato alla domenica e le coppe in mezzo alla settimana. Quell’odore si percepisce con tutti i cinque sensi, lo si sente scivolare fra le tende trasparenti dei timpani e aggrovigliarsi ai pori della pelle, lo si vede anche mentre attraversa le stanze, i tavoli e i posacenere, quell’odore li, insomma, s’impregna in qualcosa di solido nascosto dietro al petto, incastonato fra le costole. Attorcigliato dentro all’anima quasi fosse una sua cicatrice, ipertrofica e permanente, ricalcata sui pensieri che separano le labbra dalla prima tazzina al Circolo Kappa.

Rumori qualunque, ci sono momenti in cui si possono sentire solo quelli, come il fuoco che brucia una sigaretta mentre una bocca e due polmoni aspirano con determinazione; o il fruscio di una palla sul tavolo #5 che attraversa una fila di birilli; lo stropicciarsi delle pagine dei quotidiani; il mescolarsi delle carte da gioco tra le mani incallite di persone qualunque che riscoprono sé stesse solo entro i muri, i limiti e i confini del bar. Si sentono cose di questo genere, che valgono più per quello che rappresentano piuttosto che per i suoni in sé. I suoni del quotidiano.

Poi ci sono anche i vuoti. E quelli arrivano sempre da lontano, molto lontano, non si sa mai da dove, ma scivolano sotto la coltre di Marlboro e l’umidità e il vapore. Sfuggono anche all’odore del caffè. I vuoti arrivano da qualche parte dimenticata dalla luce dei lampioni, dei neon e delle vetrine, arrivano da una mancanza lontana e feroce. Giungono come ricorrenze, scricchiolando come vetro sotto i passi di chi se n’è andato per non tornare più, di chi deve scontare un ergastolo in paradiso e chi si promette di tornare, presto o tardi. Scricchiolii tenui e brevi. Tasti di pianoforte, briciole e polvere nascoste sotto un tappeto color inverno.

Foto di Fabio Borra, scattata al vero Circolo Kappa.
Testo tratto da Lara Loire.


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  2. […] la fissava mentre cambiava colore e filtrava con sempre meno tenacia dalla porta d’ingresso del Circolo Kappa. Sembrava avere una sorta di conto in sospeso con le ombre delle tazzine sul bancone. Non le […]

  3. […] un modo più accogliente al calore, rispetto alla fredda stitichezza della ceramica. Il caffè, al Circolo Kappa, si beve solo in questo […]

  4. […] mattino il sole picchia forte e feroce contro l’ingresso del Circolo Kappa. Entra con arroganza dalla porta spalancata e inietta un abbaglio lungo e costante all’interno di […]

  5. […] un bar, Circolo Kappa, e dentro ci sono persone e storie, oltre che una sala biliardi. Il barista serve solo quello che […]

  6. […] con migliaia di partite a carte, seduti negli stretti storti sgangherati tavolini di plastica del Circolo Kappa, dicono semplicemente – lui si fa i cazzi suoi; poi con decisione avvicinano le carte al […]

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