Tutto quello che si porta addosso l’autunno assomiglia ad una furiosa miscela di colori e spettri ramati, odore di bruciato, fischi lontani e ricordi ancora più distanti, piogge senza suono e valanghe di fango nascoste dietro agli occhi, dentro agli occhi, aperti e poi chiusi. Poi di nuovo aperti. Ed è ottobre. Scalciate le giornate settembrine e trascinati gli ultimi pomeriggi estivi, quelli che hanno fretta di tramontare e corrono come pazzi, quasi precipitano nella notte, si riaprono le porte dei bar, quelli che per tutto l’inverno sopportano la noia e la lentezza di un lungo aspettare. Aspettare cosa, qualcosa, di ognuno, che per ognuno poi è diverso. Aspettare quello che non si può riavere indietro, se non in surrogate forme di giustizia, apparente e delicata fatalità, che tramonta e risorge, senza che nessuno ne veda mai la meraviglia.
Joss portami a casa.
Perché mi si chiudono gli occhi, mentre guido. E si aprono all’improvviso, mentre sogno. Joss portami a casa. Che in questi giorni non so dove sbattermi, con i ponti che crollano e le strade piene di traffico, scorciatoie scivolose e autostrade in fiamme. Joss portami a casa, che i fari dell’auto che s’avvicinano stanno per investirmi. E non li voglio più vedere, non voglio incrociare il loro sguardo, che poi s’incazzano e mi vengono addosso per davvero. Joss portami via. Mi piace alzare e abbassare il volume mentre sussurri Pillow Talk. Joss qui non c’è mica da scherzare, c’è l’odore sintetico di ospedale e il rumore delle barelle che attraversano le corsie. Odore e rumore di cose troppo severe. Joss. Joss. Joss portami via che non ne voglio più parlare di certe cose, non voglio più leggere e ascoltare. Portami a casa, perché i suoni diventano lontani, sempre più distanti, e i denti si stringono in una morsa feroce. Joss non smettere di cantare che mi sto rilassando, e voglio tornare a casa, da solo. Domani ci provo a sistemare un paio di questioni, ci provo a fare del mio meglio in questo gran casino che urla forte nella mia testa e la sua eco continua a correre per mesi e mesi. I mesi. Joss. Sapessi quanti giorni e quante notti. Con quelle urla. E gli occhi che si aprono all’improvviso, mentre sogno. E si chiudono, mentre guido.
Ci sono parole nostalgiche come lontano, o parole lontane come nostalgia. Pensieri che si pronunciano sempre allo stesso modo, come “fuori piove”. O sostantivi che non si pronunciano mai a voce alta, come cancro. Parole odiose come spigolo e altre prive di peso come foglia. Che poi l’odio per uno spigolo dipende dal peso con cui ci si va a sbattere. E il peso di una foglia è direttamente proporzionale all’odio verso una stagione, o al come si accoglie nel cuore il mese di settembre, quello che più di ogni altro porta con sé un certo senso di cambiamento. Fuori e dentro. Nei colori e nelle trame. Nelle temperature e nelle strade, sempre le stesse, solo più umide. Di pioggia e di sole. Quei giorni che piove con il sole, e tutto sembra una follia. Con l’arcobaleno che è la più grande beffa in natura. Se ne sta lì a forma di sorriso rovesciato, un segno di tristezza e ingiustizia ma pieno di colori. Un’espressione triste che ha più senso guardarla stando a testa in giù, con i piedi verso il cielo. Bisogna guardarlo al contrario per riconoscere un sorriso. Che poi questa è anche una metafora di molte altre situazioni della vita. Basta guardarle sottosopra per trovarne un senso, nostalgico e lontano.
C’è una nave piena d’oro, una nave piena d’oro e gioielli preziosi, gremita di gente dalla pelle nera senza capitano, senza timone. Marinai che guardano in cagnesco, disarcionati dalla vita e salpati a bordo di una nave zeppa d’oro massiccio. Quasi affonda. Quasi va a fondo. Scompare presto all’orizzonte. Si nasconde in naufragi sottomarini, o in qualche città sommersa, ce ne sarà pure qualcuna, ancora. Imbarca acqua, una goccia al giorno, una sola e mai di più, anche nei giorni di tempesta, una e una soltanto. E per quanto possa pesare una goccia d’acqua salata, una goccia di un mare immenso, di quella lunghezza il veliero affonda. Alba dopo alba. I marinai, neri con la faccia di chi nella vita non ha mai sorriso, vanno a fondo, vanno a picco con tutto quell’oro, tutto quell’oro che non è loro e non sarà mai di nessuno, mai più di qualcuno. Chissà se nelle città sommerse avrà ancora valore. Chissà se quella gente mancherà mai a qualcuno, o a nessuno. Demoni e pensieri in balia di un cavallo d’acqua scura, come un’onda che cavalca e non ascolta, non si ferma e tutto porta via in un denso trascinare.
Un libro che non mi piace, non mi piace e basta. Non c’è molto da fare. Di solito mi bastano un centinaio di pagine, a volte meno, per capire se un romanzo riesce a condurmi fino all’ultima frase. E solitamente ci arrivo sempre, alla fine. Ci sono poi rari casi, rarissimi, in cui proprio non ce la faccio. A volte è lo stile dello scrittore che mi innervosisce, o la trama poco convincente, o qualcosa di scontato, o troppo estremo. Insomma qualcosa che proprio non va. Come mettere troppo olio in un piatto di pasta. E allora lo abbandono, sia il libro che, in caso, il piatto di pasta. Se non mi piace non mi piace, c’è poco da fare. E anche fra dieci anni probabilmente non mi piacerà. Mettiti l’anima in pace e chiudi quel libro.
La faccio finita con 1Q84 giunto al 30% della lettura (il Kindle considera le percentuali, non i numeri di pagina). Bella l’intenzione, bello lo stile, fantastico il fascino giapponese e le strade di Tokyo negli anni ’80. Ma la sua lentezza, come quella di molte altre cose nella vita, mi ha stremato. Così con un certo silenzio, che poi è il silenzio dei libri digitali, metto fine a questa lettura, convinto che probabilmente non la ricomincerò mai. Con un certo silenzio ed una stanchezza costante, quella di tutti i giorni. Proprio tutti, non c’è scampo, non c’è aria. Non c’è scampo e non c’è aria. Solo il respiro, sordo e vuoto e senza volume, prima di sbuffare un po’ di noia, sbuffare un sottile filo di fiato, secco, e poi chiudere, senza rumore, 1Q84 di Murakami.
Me ne stavo seduto in treno, prima volta sul Freccia Rossa, con un ragazzo giapponese seduto accanto nel tratto Bologna – Firenze. Un illustratore dai lineamenti orizzontali che ammazzava il tempo disegnando pupazzetti stile pockemon con carta e penna, niente colori. Come disegnava. Sarebbe stato bello fotografare le sue mani. Sottili e pulite, perfettamente idratate, unghie ben curate, senza pellicine attorno.
Molte persone sostengono che le mani raccontano molte cose di una persona. Io credo invece che non raccontano nulla. Magari qualche indizio, poco più. Le mani di quell’artista giapponese non erano diverse da quelle di un qualsiasi pianista, magari francese, o da quelle di un commesso di una boutique, chissà, canadese. Quindi raccontano poco. Danno un indizio, sul semplice fatto che quella persona compie un lavoro pulito, non è di certo un meccanico, un muratore, o uno che batte chiodi dal mattino alla sera.
Non credo che le mani raccontano storie. Serve qualcuno che, magari, ci ricami sopra un pensiero, un motivo. Perché le cose, da sole, non raccontano nulla. Le cose vogliono essere raccontate. Vogliono che il mondo si riempia di storie nuove. Quelle di un disegnatore giapponese che scende a Firenze. Per studiare l’arte italiana, rubare i segreti di Leonardo. Alla ricerca di un bordello nascosto in un quartiere poco lontano dalla stazione, dove si racconta di donne di una bellezza micidiale. Un giapponese che in realtà è un killer, o una spia. Un professore di disegno. Può essere qualsiasi cosa, o qualsiasi storia. Perché le sue mani dicono semplicemente che è bravo a disegnare. E sono belle. Nient’altro.
– Bisogna farle una foto.
– Meglio di no.
– No dico, così vedremo sempre il suo sorriso.
– Appunto.
– Dai.
– Tu pensi che ti faccia bene?
– Beh almeno non la dimentico.
– Non la dimentichi comunque.
– Dai cazzo, tanto le fotografie servono a quello.
– Ma una fotografia di Lara Loire non ti darà pace.
– Le cose che non danno pace sono altre.
– Anche questa.
– Ma è solo una foto, cazzo.
– Fai come vuoi. Ma io non sono sicuro che il tuo cuore riesca a reggere a quegli occhi ogni mattina. Dai retta a uno più scemo di te, prima te la dimentichi meglio è.
Non la dimentichi e basta.
– Se non la vedi più, nemmeno in fotografia, col tempo le idee si confondono, e dopo molti anni, fidati che è vero, ti sembrerà quasi che lei non sia mai esistita. Col tempo confondi quello che è accaduto davvero e quello che invece avresti voluto accadesse, ma poi non s’è avverato. Non so se capisci cosa intendo.
– Capisco. Ma ho bisogno di una macchina fotografica.
– Non ce l’hai?
– Se l’è presa la mia ex moglie.
– Ma…da quant’è che se n’è andata?
– Sei anni.
– E da sei anni non hai più scattato fotografie?
– Nemmeno una.
– Sei anni senza foto.
– Proprio così. È come se non ci fosse stato più nulla di bello da vedere.
– Non dire cazzate.
– Fino ad oggi non c’è stato più niente di bello da vedere e immortalare se non gli occhi di Lara Loire, e quel suo modo magnetico di sorridere.
Evocazioni orientali, blues, raggae e rock. Con l’arroganza di Jagger e il soul di Joss Stone. Tutta robaccia da musicisti seri che coesiste in un modo tiepidamente favoloso. SuperHeavy, titolo e artwork da disco heavy metal, e invece, la tracklist scorre lungo il fiume di note di Joss, attraversando atmosfere orientali e il groove del centro America. Dopo l’ascolto rimane un casino in testa che ricorda la bellezza di tutta la musica del mondo, nei suoi colori, suoni e dimensioni. Suona così, SuperHeavy, come il disco del mondo. Lo stesso che Rolling Stone cestina come un album privo di creatività. Punti di vista. Qui ce ne sono tanti, uno per ogni paese del pianeta, uno per ogni genere musicale. Dipende da come sai fartene tesoro, da quanto ti diverti a ballare le sue melodie e con quanta gentilezza rivolgi l’orecchio ai coni dello stereo. E da come misuri la musica, tutta la musica.
In life what you treasure, joy and pleasure it depends on how you measure.







