Tutto quello che si porta addosso l’autunno assomiglia ad una furiosa miscela di colori e spettri ramati, odore di bruciato, fischi lontani e ricordi ancora più distanti, piogge senza suono e valanghe di fango nascoste dietro agli occhi, dentro agli occhi, aperti e poi chiusi. Poi di nuovo aperti. Ed è ottobre. Scalciate le giornate settembrine e trascinati gli ultimi pomeriggi estivi, quelli che hanno fretta di tramontare e corrono come pazzi, quasi precipitano nella notte, si riaprono le porte dei bar, quelli che per tutto l’inverno sopportano la noia e la lentezza di un lungo aspettare. Aspettare cosa, qualcosa, di ognuno, che per ognuno poi è diverso. Aspettare quello che non si può riavere indietro, se non in surrogate forme di giustizia, apparente e delicata fatalità, che tramonta e risorge, senza che nessuno ne veda mai la meraviglia.

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