Moleskine

È importante vedere come la gente sceglie i nomi. Non si fa altro di sincero, probabilmente, per tutto il tempo che si campa.

Ogni tanto mi imbatto in certe frasi stupende che amo rileggere anche cento volte senza stancarmi del loro fascino. Frasi di cui non saprei di preciso che farmene, se non tenerle con me per un lungo periodo di tempo. Le scrivo allora sulla mia Moleskine, ne ho sempre una con me, e quando la sfoglio mi piacere incontrare, non per caso, quelle frasi, che con pazienza e dedizione ho lentamente ricopiato con la grafia più elegante che mi riesce. Continua a leggere

Fiat è una storia, un brand in cui le famiglie si riconoscono. Un pezzo d’identità italiana che profuma di quotidiano e fatica. FCA è invece il finale, non lieto, di quella storia. E profuma di abbandono e rinuncia. Fiat non è mai stato un marchio di lusso e innovazione, come Mercedes, ma ha sempre rappresentato una certa tradizione, che viene da lontano e che ha fatto parte di milioni di persone qualunque.

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Se usiamo il termine crowdfunding passiamo per furbi e innovatori, se invece parliamo di colletta passiamo per poveracci. Un meeting è più professionale di una riunione, e un lunch di lavoro è più esclusivo di un pranzo tra colleghi. L’engagement hai il retrogusto di strategia mentre il coinvolgimento ha a che fare con qualcosa di personale. Vintage è alternativo, mentre antico fa odore di miseria. Un trend è una moda a portata di tutti, mentre una moda, forse, è qualcosa per pochi. Se parliamo di reason why veniamo ascoltati con attenzione e curiosità, ma appena pronunciamo le nostre ragioni passiamo dalla parte di chi ha torto o è in svantaggio. Continua a leggere

Pensavo ad un messaggio di Natale da poter scrivere e inviare ai miei clienti. Un messaggio brevissimo capace di racchiudere tutto il senso del mio lavoro e tutto quello che ho intenzione di svolgere l’anno prossimo, dopo queste festività. Una promessa, una sorta di impegno nello scrivere e realizzare campagne pubblicitarie.

Mi occupo di comunicazione, di storie aziendali, e quello che proprio non voglio smettere di fare è chiamarle storie. Ho sempre creduto in questa cosa del raccontare, che è diversa dal descrivere. Quando scrivo company profile o testi di prodotto, odio usare un linguaggio troppo tecnico o virtuosismi lessicali. Odio farlo perché non ce n’è bisogno, o almeno non sempre. Dopo aver visto il video di Volvo con Jan Claude Van Damme ho capito di avere ragione, ho visto la storia di quello spot, quello che si vuole raccontare: un’idea, una certa grandezza, qualcosa di epico. E nell’analizzare molti altri spot usciti quest’anno, da quello Enel con i suoi guerrieri (mio Dio), a quelli di Nutella e Mulino Bianco, ho visto come si fanno sempre più spazio le grandi storie. Che sono poi quelle costruite a puntino attorno a personaggi come Obama e Papa Francesco. Personaggi che sono promesse. E storie, appunto.

Volevo dire tutto questo con pochissime parole, a tutti i clienti che mi chiedono ogni giorno testi che descrivano nel dettaglio i loro prodotti e il valore della propria attività. Ecco una frase per loro e per quelli che ancora non credono a quella promessa, a quella grande storia che aspetta solo di essere raccontata.

Presto le aziende smetteranno di descrivere e inizieranno a raccontare.

Buone feste.

Oltre a incantare, interrompere, offendere, rimare e trasportare, le parole hanno anche lo strano potere di fermare un preciso momento. Che siano scritte o raccontate, incise o sussurrate, sono indelebili e impongono un certo ordine ed una precisa misura alle cose. Sono come firme che autenticano gli eventi. Ricordi. Voci lontane.

Che io debba scrivere è cosa di cui sono sicura. C’è in me un desiderio struggente di esprimere la mia vita in una forma duratura. – Christa Wolf

Magari è per questo che certa gente non sa stare in silenzio. Che parla anche a costo di sprecare parole solo per fermare qualche frammento nel tempo, un legame, un istante, un saluto, un ricordo. Per non restare sola. E pensare che su questo pianeta ci sono sette miliardi di abitanti, è difficile credere che possano soffrire di solitudine. Le parole sono una buona medicina. Ecco perché i social network. Perché Twitter, si, si, bastano anche 140 caratteri per sentirsi meno soli. Eccome.

Spionaggio è una parola negativa, di solito è il nemico a praticarlo. I Governi, per apparire più fini ed eleganti, usano il termine intelligence. In realtà intelligence e spionaggio sono la stessa identica cosa. E anche Governi e nemici, probabilmente, lo sono.

A volte non riesco a scrivere nulla. Nemmeno una frase, nemmeno un tweet. Ci sono momenti in cui vorrei scrivere anche parole a caso, per il semplice gesto di pigiare i polpastrelli sulla tastiera e trovare rifugio in un qualche sentiero ricamato dentro un racconto, una storia, o anche un semplice post.

Il cursore se ne sta immobile sul foglio bianco e non si sposta di un millimetro. Mi annoio e trovo un senso romantico anche in quel segmento digitale condannato ad un legame inscindibile con il mouse. Mi piacerebbe sapere come si chiama. Svolgo una ricerca sui nomi dei cursori, sono convinto che debbano avere denominazioni diverse, un po’ come gli alberi: ci sono gli olmi e i pioppi, i pini e le sequoie, eccetera.

E in effetti è proprio così. Ci metto poco a trovare un elenco ben fornito che li nomina uno ad uno. Li osservo velocemente e scopro che hanno nomi orribili, tristissimi. Quello che mi interessa, quel segmento verticale che appare sui fogli di testo, si chiama xterm. E basta.

Già, tutto qui. Poi la gente si illude di trovare un po’ di romanticismo, eleganza e filosofia anche solo in un nome. E questo di bello non ha nulla, nemmeno il suono. Forse è utile, facile da ricordare per uno sviluppatore. O almeno glielo auguro, altrimenti sai che fregatura.