Se usiamo il termine crowdfunding passiamo per furbi e innovatori, se invece parliamo di colletta passiamo per poveracci. Un meeting è più professionale di una riunione, e un lunch di lavoro è più esclusivo di un pranzo tra colleghi. L’engagement hai il retrogusto di strategia mentre il coinvolgimento ha a che fare con qualcosa di personale. Vintage è alternativo, mentre antico fa odore di miseria. Un trend è una moda a portata di tutti, mentre una moda, forse, è qualcosa per pochi. Se parliamo di reason why veniamo ascoltati con attenzione e curiosità, ma appena pronunciamo le nostre ragioni passiamo dalla parte di chi ha torto o è in svantaggio. Una marca non è più nulla, un brand invece è una grande storia. Il mondo della comunicazione è pieno di queste parole che, se tradotte, perdono di un certo fascino: headline, budget, must, bodycopy, call to action, jingle, mailing, design, target, storyteller e si, persino copywriter.

Ma nel mondo della comunicazione tutto cambia quando ci troviamo ad usare, ma soprattutto a pronunciare, il termine media. In questa parola si gioca tutta la nostra reputazione lessicale, e ricordate, se pronunciate “midia”, all’inglese, siete dei semplici italo amerigani, newyorkesi mancati. Perché va detto, media deriva dal latino, e si pronuncia così come si scrive: media.

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