C-Come - LEGO - Kronkiwongi

La distanza tra Rimini e Roma è di circa 360 chilometri. In auto si percorre in quattro ore scarse salvo traffico o altri imprevisti, anche se a Roma il traffico non è mai un imprevisto.
Ad ogni modo è per colpa di questi ultimi se non sono riuscito a partecipare alle prime due edizioni di C-Come, ma quest’anno è andato tutto liscio.

Per la prima volta nella mia vita mi sono presentato ad un convegno senza penna e Moleskine, con l’intenzione di memorizzare e vivere il momento invece di prendere appunti. Solitamente mi incavolo perché mentre scrivo qualche frase importante mi perdo frammenti del discorso, o peggio ancora finisce che scrivo cose senza capirne correttamente il senso, e quando torno a casa gli appunti non servono più a granché. Quindi niente penna e niente Moleskine. Solo orecchie. E occhi. E mani, olfatto e gusto.

Un convegno si segue con tutti i sensi

Ognuno dei presenti avrà notato l’odore antico delle sedute, la stampa a rilievo sulla copertina della copia omaggio di Digitalic, la Coca-Cola a temperatura ambiente gentilmente offerta dagli organizzatori e anche il caffè servito in bicchieri di plastica, anch’esso offerto con altrettanta gentilezza. Queste cose si percepiscono e ricordano più di molte altre. Un po’ come i movimenti, gli atteggiamenti e i sorrisi dei relatori. La loro personalità, infatti, non viene messa in mostra unicamente nei venti minuti sul palco, ma soprattutto nei gesti che compiono durante il resto della giornata, nelle parole scambiate con i partecipanti, nelle strette di mano – che comunicano tantissimo -, nel modo in cui prestano attenzione alle domande e addirittura nello stile – si, lo stile – che dimostrano nel sapersi muovere tra la folla che sottovoce pronuncia il loro nome.

Tra i relatori del C-Come 2016 ce ne sono alcuni che mi hanno davvero impressionato, come Giuseppe Brugnone, Alessandro Zaltron, Luisa Carrada, Vera Gheno e Francesca Parviero. Con questo elenco non intendo di certo screditare gli altri protagonisti dell’evento, ma ognuno dei partecipanti avrà i suoi preferiti, beh, questi sono i miei.

Giuseppe Brugnone

Prima del C-Come non avevo idea di chi fosse il social media manager di LEGO, in realtà non me lo ero nemmeno mai chiesto, nonostante io sia un fan piuttosto scatenato dei mattoncini danesi. Di Giuseppe Brugnone ho ammirato l’entusiasmo e la freschezza che ha saputo trasmettere con disarmante semplicità. Non come i big di Apple che hanno sempre quel sorriso stampato che pare ti stiano prendendo per il culo. L’espressione sul suo viso è autentica tanto quanto l’entusiasmo. Inoltre mi ha fatto scoprire il Kronkiwongi, un progetto dalla creatività smisurata che ha incantato tutti gli ascoltatori e “obbligato” loro a twittare in proposito di questo oggetto misterioso. Ah, il mio Kronkiwongi si è prepotentemente guadagnato l’immagine di copertina di questo post.

Alessandro Zaltron

Definirlo scrittore è più che riduttivo. Alessandro è un professionista dalla penna colta e affilata. Conoscevo il personaggio, avevo intercettato il suo potenziale in qualche articolo sparso in rete e alcuni colleghi mi avevano messo in guardia su quanto fosse mostruosamente abile nel suo mestiere. Ero dunque preparato ad incontrare un professionista con la “p”, la “r”, la “o” e tutte le altre lettere maiuscole, ma non potevo assolutamente immaginare la sua incredibile padronanza del palco – e delle parole. Il suo intervento è stato uno dei più elevati della giornata perché è riuscito a coinvolgere il pubblico e portarlo esattamente dove voleva: dritto davanti alle mille frasi e parole inutili che tutti noi scriviamo ogni giorno – questo testo probabilmente ne è pieno.

Luisa Carrada

Il Mestiere di Scrivere è uno dei pochi blog che leggo quando decido di prendermi il tempo di leggere sul serio. I post che contiene sono dei veri esercizi, momenti di analisi e riflessione. Non si possono scorrere con disinvoltura perché richiedono una certa attenzione, a prescindere dalla loro lunghezza. Proprio di lunghezza ha parlato Luisa:

  • si possono scrivere articoli lunghi in rete?
  • C’è davvero un pubblico che li legge?
  • C’è ancora chi si prende così tanto tempo per leggere post di oltre diecimila parole?

La risposta è si per ognuna di queste domande. Luisa Carrada ne ha mostrato le ragioni con la semplicità che da sempre la contraddistingue. Nel suo blog trovate anche un post dedicato: “I miei testi lunghi a C-Come“.

Vera Gheno

Finalmente ho conosciuto la persona che si nasconde dietro il profilo Twitter di Accademia della Crusca, quella figura che sa rispondere in modo così preciso, elegante, colto e talvolta sarcastico a messaggi di ogni genere: da quelli presuntuosi a quelli curiosi, da quelli volgari a quelli farciti con refusi grammaticali. Di lei mi hanno colpito la simpatia, l’utilizzo di termini italiani al posto di altri inglesismi che solitamente invadono il nostro lessico – ha parlato di ingaggio invece di engagement, ad esempio – e persino l’utilizzo di qualche parolaccia che, conti fatti, ha rafforzato il senso di quello che intendeva dire.

Francesca Parviero

Nel pomeriggio romano Francesca Parviero ha parlato di LinkedIn Pulse e della sua rilevanza nelle strategie di content marketing e personal branding. Cosa sono i Pulse, a cosa servono, perché non puoi farne a meno eccetera eccetera. Con un linguaggio chiaro e spigliato ha parlato del social network più “serio” per eccellenza, evidenziando i giusti comportamenti da adottare per risultare non solo credibili ma soprattutto trasparenti e professionali. Si è inoltre soffermata sull’importanza delle regole all’interno di un qualsiasi social network:

“le regole determinano l’efficacia di una piattaforma”.

Cosa ho imparato al C-Come

Partito senza penna e Moleskine ho preferito raccogliere sensazioni, non parole. Scelta mia poco condivisa dai presenti visto che tantissimi hanno versato litri di inchiostro dalla loro Bic nera – offerta dagli organizzatori – e riempito le pagine dei loro quaderni – anche questi offerti – con bozze, citazioni, appunti, scarabocchi.

Sensazioni, dicevo. Ma anche momenti, storie, sorrisi, confronti, bisticci, chiacchiere e stupidaggini. Coca-Cola e caffè gratuiti hanno alimentato tutto questo, creando situazioni importanti quanto gli interventi dei relatori.

Tra le tante cose che mi sono portato a casa, le due più rilevanti sono:

  • l’esigenza di costruire un Kronkiwongi;
  • la voglia di scrivere un post più lungo del solito, come questo.

Ed eccomi qui alle prese con un post di quasi 1.100 parole, tra i più lunghi presenti in questo blog. Se Luisa Carrada non avesse dato così tanto valore ai testi lunghissimi, dandomi una dose smisurata di coraggio, lo avrei certamente accorciato di parecchio. Non me ne voglia se non ho rispettato il suo decalogo, ma almeno il titoletto tra un paragrafo e l’altro l’ho inserito, cosa che non accade così spesso da queste parti.

 

aggettivi inutili

Ci sono alcuni aggettivi che si trovano un po’ ovunque, dagli slogan pubblicitari ai titoli degli articoli di giornale, dai testi degli spot radiofonici al parlato di ogni giorno. Il loro continuo abuso li ha svuotati di fascino e significato in determinati contesti. In particolare, nella comunicazione di oggi sono diventati pressoché inutili e la colpa di ciò è data dalla pigrizia di cercarne di più precisi e adatti. Colpa che si può facilmente attribuire a chi parla e chi scrive – ovviamente per lavoro.

Ma quali sono questi aggettivi? Tra i tanti che mi sono appuntato, ce ne sono sei che proprio non sopporto: efficace, definitivo, pratico, facile, veloce, dinamico.

Efficace

Spesso nei siti web di agenzie di comunicazione si trovano frasi come “Realizziamo strategie efficaci per la tua attività”. C’è davvero bisogno di utilizzare l’aggettivo “efficaci”? Mi viene da pensare che sarebbe assurdo il contrario, perché in fondo quale azienda offrirebbe un servizio inefficace?

Tale aggettivo potrebbe essere utilizzato, invece, per accompagnare prodotti e servizi che solitamente sono rinomati per la loro inefficacia, come ad esempio un prodotto contro i brufoli, o una crema per dimagrare. Ma anche in questo caso, siamo davvero sicuri che non esista un aggettivo migliore?

Definitivo

“La guida definitiva per…”. Iniziano così molti titoli di articoli how to, arricchiti con l’aggettivo “definitivo” perché di guide online ne abbiamo lette così tante che oggi non ne riconosciamo più la qualità. Ci appaiono tutte uguali, per questo chi le scrive avverte il bisogno di utilizzare titoli più adeguati ai nostri giorni. Scrivere “Guida per produrre la birra in casa” andava benissimo fino pochi anni fa, ma oggi risulta apparentemente più convincente scrivere  “Produrre la birra in casa: la guida definitiva” (che in passato sarebbe risultato eccessivo e spavaldo). Tuttavia, la domanda è sempre la stessa: “Se la guida non fosse definitiva, sarebbe davvero una buona guida?”.

La combo facile e veloce

L’accoppiata di questi due aggettivi è diventata quasi un’automatismo dell’italiano scritto e parlato di ogni giorno: “Aprire un conto in banca è facile e veloce grazie a…”, “una crema per il corpo facile e veloce da applicare”, e così via. Tale espressione sottolinea che “ci vuole poco tempo, puoi farlo anche tu”. O meglio, “ci vuole un attimo, qualsiasi scemo è in grado di farlo”. Ecco che, allora, capiamo che la sua esatta collocazione risiede in quelle attività solitamente complicate per i più, come cucinare (una ricetta facile e veloce da preparare) o applicare le catene da neve alle ruote dell’auto (facili e veloci da montare). In fondo, aprire un conto in banca non dovrebbe essere sicuro e fruttuoso prima di facile e veloce?

Dinamico

“Cerchiamo persone dinamiche”.
Ogni volta che leggo questa richiesta negli annunci di lavoro mi viene sempre da sorridere. Chi sono e cosa fanno le persone dinamiche? Quali sono le differenze rispetto alle persone non dinamiche? Nel mondo del lavoro, un individuo è dinamico quando:

  • non dorme in piedi;
  • riesce a muovere autonomamente braccia e mani;
  • si dimostra volenteroso nei confronti del lavoro;
  • svolge i compiti assegnati in modo abbastanza rapido;
  • si adatta senza lamentarsi particolarmente ai cambiamenti improvvisi;
  • dimostra una certa capacità nella risoluzione dei problemi.

In sostanza, “Cerchiamo persone dinamiche” è un modo elegante di dire “No scalda-sedie”. Quindi, ha davvero senso specificare che la figura professionale debba essere dinamica? Chi lo vorrebbe mai uno scansafatiche? Non sarebbe meglio richiedere una caratteristica davvero rilevante per il posto di lavoro offerto?

L’aggettivo dinamico risultata particolarmente utile quando si parla di pagine web, che a loro volta si differenziano tra pagine statiche e pagine dinamiche (non perché le une siano più sveglie delle altre).

Mi rendo conto che non è poi così semplice uscire da questi cliché ormai troppo presenti nella comunicazione italiana, ma il buon vecchio dizionario è un fedele alleato di chi ogni giorno scrive per lavoro. Esiste appunto il Dizionario delle collocazioni, un vero e proprio assistente linguistico che suggerisce verbi, aggettivi e avverbi da collocare accanto ogni parola: ho letto un bel libro o un libro avvincente? Ho scritto una buona relazione o una relazione esauriente? Cose del genere.

Sfogliando un qualsiasi dizionario si trovano centinaia di aggettivi più eleganti, precisi ed efficaci (!) che migliorano notevolmente il linguaggio. È perciò importante cercarli e soppesarli per arricchire la propria comunicazione con termini che non puzzano di riciclato, perché

gli aggettivi non si riciclano, si buttano nell’indifferenziata.

Logo Design Love

Come lettura natalizia ho scelto Logo Design Love di David Airey, perché:

  1. la copertina è figa;
  2. il logo è figo;
  3. il sottotitolo è una promessa.

Queste tre motivazioni mi bastano. E si, scelgo anche i libri in base alla loro copertina. Sono un pubblicitario, il primo che ci casca (anche volontariamente) al packaging o alle strategie di marketing.

Logo Design Love è disponibile sia in versione digitale che cartacea, tra le due ho scelto la seconda, perché un libro che parla di design lo devo “sentire” tra le dita, ne devo osservare le forme e il modo in cui la carta assorbe l’inchiostro. Cose così, un po’ maniacali, ma la comunicazione è fatta anche di questo.

La guida, o almeno così si autodefinisce, parla del processo creativo necessario per la realizzazione di un logo. Analizza le caratteristiche che lo rendono unico, distintivo e facilmente riconoscibile. Al contrario di molti altri libri del suo genere, questo arriva davvero al cuore della questione:

Anyone can design a logo, but not everyone can design the right logo. A succesful design may meet the goals set in your design brief, but a truly enviable iconic design will also be simple, relevant, enduring, distinctive, memorable and adaptable.

Ma come si crea il giusto logo per un’azienda?

David Airey non si sofferma sui soliti consigli da quattro soldi come “sii creativo”, “pensa in modo trasversale” ecc., ma affronta ogni fase di progettazione con meticolosa attenzione. Parla di tempistiche, tradizione, mode, obiettivi, significati e significanti, mostrando casi di successo calzanti e originali (non i soliti Nike, Apple e IBM).

In questa guida per la realizzazione di un logo, si trovano anche le bozze di numerosi progetti di identità iconica, grazie alle quali è possibile scoprire l’intero processo creativo in cui i graphic designer si sono cimentati. In più non mancano le tante applicazioni su media cartacei e digitali, o addirittura su prodotti e superfici di differenti materiali, che mostrano quanto sia importante adottare un pensiero che unisca sia il mondo dei colori che quello del bianco e nero – due mondi che, secondo l’autore e anche il sottoscritto, sono imprescindibili e collaterali.

Il libro non è disponibile in italiano, ma solo in inglese (originale), tedesco, giapponese e altre traduzioni che trovate nel sito web Logo Design Love Book. La versione inglese in mio possesso è di facile comprensione e strutturata esclusivamente da periodi brevi, talvolta brevissimi, “quasi” a prova di italiano medio. Infine, non mancano le frasi memorabili che rendono grandioso il mestiere dei pubblicitari, tra queste:

At some point in the future, you might find yourself giving your client a lesson about design – perhaps about typography or print quality, for example. But first it’s important that you learn all you can about your client.

O anche:

To be a good designer you need to be curious about life; the strongest ideas are born from our experiences and the knowledge we gain from them. The more we see and the more we know, the greater the amount of fuel we have for generating ideas.

Gli ultimi due capitoli sono delle vere chicche: “31 pratical logo design tips” racchiude consigli e trucchetti del mestiere, mentre “Beyond the logo” conclude la guida con una galleria di progetti che ispirano e motivano il lettore.


 

Approfondimenti:

Sito web di David Airey

Blog di Logo Design Love

Sito web dedicato al Logo Design Love Book

come scrivere bene - david ogilvy

Nel diario di un copywriter ci sono appunti di ogni genere, anche insensati. Spesso si tratta di bozze, citazioni, consigli (di altri), disegni (solitamente pessimi), versi di canzoni, scritte indecifrabili che non hanno avuto il dono di incontrare una grafia elegante, idee per ipotetiche startup che non diventeranno mai startup e un mucchio di altre cose più o meno ordinate.

Le mie Moleskine sono piene di tutte queste cose, molte delle quali non attraversano mai l’evoluzione da cartaceo a digitale, ma ce ne sono alcune, come in questo caso, che trascrivo dalla carta a questo blog che è, a tutti gli effetti, un vero diario, proprio come le Moleskine, con la differenza che qui sul web le pagine non ingialliscono.

Da mesi e mesi trascrivo e ritrascrivo i consigli che David Ogilvy consegnò ai dipendenti di Ogilvy & Matther nel 1982. Semplicemente dieci velocissimi consigli. Come se per lui fosse davvero tutto li il segreto per scrivere bene, che di conseguenza significa lavorare meglio.

La traduzione che ho ricavato, tuttavia, non rende giustizia al suono ricercato dall’autore, per cui suggerisco di leggere anche la versione in lingua originale.

Come scrivere bene

Meglio scrivi e più carriera farai in Ogilvy & Mather. Le persone che pensano bene, scrivono bene. Scrivere bene non è una dote innata, bisogna imparare a farlo.
Ecco dieci regole:

  1. Leggi il libro sulla scrittura di Roman e Raphaelson. Leggilo tre volte;
  2. Scrivi come parli, in modo naturale;
  3. Usa parole brevi, frasi brevi, periodi brevi;
  4. Non usare parole come riconcetualizzare, demistificazione, attitudinalmente, giudicante. Sono il marchio di somari presuntuosi;
  5. Non scrivere mai più di due pagine riguardo un argomento;
  6. Controlla le citazioni;
  7. Non inviare mai una lettera o un appunto il giorno stesso in cui li hai scritti. Rileggili ad alta voce il mattino dopo e correggili;
  8. Se è una cosa importante, chiedi aiuto ad un collega per migliorarla;
  9. Priva di inviare la tua lettera o appunto, assicurati che sia assolutamente chiaro quello che vuoi che venga fatto;
  10. Se vuoi che qualcuno faccia qualcosa, non scriverglielo. Alzati e vai a dirglielo.

Non serve un genio per capire che i consigli di David Ogilvy vanno ben oltre lo scrivere ma si concentrano anche sul buon senso e l’educazione di ogni professionista, due concetti fondamentali per la salute di ogni ambiente lavorativo.

appunti di un copywriter

Le pagine delle mie Moleskine sono inzuppate di inchiostro e grafite. Frasi, pensieri, giochi di parole, appunti, nomi, disegni, briefing, esercizi per stimolare la creatività, cose che di solito hanno a che fare con il mio lavoro. Ci sono un sacco di annotazioni che si ripetono, scritte più volte da un taccuino all’altro, cose appuntate una volta, riaffiorate in altri fogli e diventate motivo di una nuova annotazione.

Se mi tornano a balenare nella mente, e le riappunto sul taccuino, dev’essere per un qualche motivo che, di preciso, non saprei descrivere, ma sono convinto, abbastanza convinto, che mi serviranno sempre.

Volevo scriverne un testo in prosa, ma mi rendo conto che è più semplice utilizzare un elenco puntato: riportandole in rispettoso ordine cronologico, ne trovo un senso che spiega il mio modo di operare nel mondo pubblicitario.

Effettivamente non ho mai redatto un manifesto personale, da rispettare e da consigliare a colleghi, clienti, amici o persone che capitano per mille motivi su questo sito o nella mia vita.

Chiamarlo manifesto è fuorviante. Ma di certo non si tratta né di regole né di consigli. Sono, piuttosto, appunti.

Appunti di un copywriter

  1. L’ego va messo da parte, sempre. I clienti non pagano per la tua bravura, pagano per i risultati.
  2. Il copywriter non è un barbaro. Nel senso sociologico del termine (inteso da Baricco nel saggio “I Barbari”).
  3. La creatività non (sempre) paga.
    La creatività non paga (molto).
    La creatività crea valore.
  4. Di umiltà non è mai morto nessuno.
  5. La “regola delle tre carte” non fallisce mai: prezzo basso, qualità, breve tempo. Ogni cliente ne può scegliere solamente due.
  6. La professionalità non passa mai di moda. Come l’etica.
  7. Salvo rarissime eccezioni, i libri che promettono di insegnare a scrivere bene (o in modo creativo, efficace e altri termini simili) non sono utili quanto i romanzi degli autori che sanno scrivere per davvero.
  8. Confessioni di un pubblicitario” è l’unico libro indispensabile. Il resto è tutto bla bla bla.
  9. Le persone che insegnano ad avere successo, hanno successo?
    Altra versione: quelli che insegnano ad avere successo, hanno un portfolio di spessore?
    Altra versione ancora: giacca e cravatta non fanno di te un professionista.
  10. Se non hai mai lavorato con la stampa, smetti di fare quello che stai facendo e lavora con la stampa. Devi toccare la carta, riconoscerne lo spessore, la porosità, l’odore. Devi capire come viene assorbito l’inchiostro e guardare i font deformarsi. Litigare con un art director sulla scelta dei colori e sulla posizione del testo.
  11. Raccontare è meglio di descrivere.
  12. Molte cosa sembrano innocenti, e sono invece visual design.
  13. È sbagliato mettere a confronto la stampa con il web, è giusto, piuttosto, cercarne la relazione.
  14. La storia dell’arte insegna più di un libro didattico.
    Altra versione: Van Gogh era un grande Art Director.
  15. Gli account pensano in modo totalmente differente dal tuo, ma spesso hanno ragione loro.
  16. Ci sono decine di font stupendi, non utilizzare solo Helvetica e Trade Gothic.
  17. Inventa progetti personali di comunicazione, servono a tenere in allenamento il cervello.
  18. Internet ha una memoria migliore della tua.
  19. SEO è una parola che ti farà imbestialire e una disciplina che spesso fa a pugni con la creatività. Eppure c’è, è meglio farsene una ragione e accoglierla, ma senza esagerare. In casi di emergenza rivolgiti ad un esperto SEO (che di solito non è un SEO writer).
  20. Le idee non finiscono mai. A volte sono timide, si mimetizzano, scappano e ti prendono in giro. Stando seduto non le trovi di certo, esci fuori, fai una passeggiata nella natura, di solito si nascondono dietro gli alberi.
  21. Le idee non si riciclano, vanno nell’indifferenziata.
    Altra versione: le idee degli altri sono sempre degli altri.
  22. La pubblicità pulita vince sempre su quella volgare.
    Altra versione: “il bene che c’è nel mondo supera il male, ma non di molto.” (cit. di Zalman Schachter-Shalomi).

Dicevo, sono frasi, bozze, appunti. Niente di più. Si sa mai che tornino utili a qualcuno.

definizione di marketing

Esistono un sacco di regole per tirare a canestro. Per tirare bene. Che poi ognuno le personalizza a modo suo, si, ma grossomodo tutto si riduce ad una serie di gesti, movimenti e tanta concentrazione. Precisione.

A qualcuno viene naturale, così, prendere la palla in mano e fare canestro senza sapere nulla di tecnica e postura. Nessuna sbavatura, senza neppure toccare il cerchio. Quei tiri che senti unicamente il “flap” della palla in rete. Flap.

Quello è il talento. Potrebbe anche essere una grandissima botta di culo, ma nel 99% dei casi è talento, eccome.

Se ci spostiamo dal campo di pallacanestro a quello della pubblicità, quel centro perfetto, flap, quel tipo di talento, diventa una grande idea.

Una grande idea può venire a chiunque, magari anche per culo. Ma se sono due, tre, dieci o ancora di più, allora chiamale come ti pare ma non è questione di fortuna, non è culo, è talento.

Poi ad un certo punto le idee da sole non bastano più. Sul campo da gioco si incontrano avversari bravi a difendere il canestro e ad oscurarti la visuale, il cerchio non lo vedi più, e anche se non ci capisci niente di postura e tiro hai bisogno di guardare il cerchio, altrimenti dove cavolo tiri. Non è una domanda, dove cavolo tiri.

Questa situazione è parte del gioco della pallacanestro, magari il cerchio non lo vedi sempre, o non lo metti a fuoco come vorresti, ma c’è il tabellone.

Il tabellone è la pubblicità.

Oh si, grande e rettangolare, lo vedi di sicuro appena ne hai bisogno. Ed è molto probabile che da qualunque punto del campo, soprattutto sottorete, quando la prospettiva si fa verticale e i difensori avanti a te coprono spiragli e speranze, è molto probabile che tu veda almeno un angolo del quadrato disegnato dentro al tabellone.

Per una legge affascinante e geometrica, quando ti trovi particolarmente vicino al canestro e lanci la palla all’interno del quadrato, è molto, molto probabile che la palla finisca in rete. Non sarà più un centro perfetto, ma un canestro di sponda, furbo. Niente flap, ma rumori di rimbalzo contro diversi materiali tra cui il ferro del cerchio.

Quindi, se il tabellone è la pubblicità, allora il quadrato del tabellone è il marketing. Non è una cosa che puoi insegnare all’università, no, ma se dovessi spiegare nel modo più semplice cos’è il marketing ad una persona che non ne vuole sapere di inglesismi e paroloni complicati, ecco, a questa persona direi che

il marketing è il quadrato del tabellone da basket.

In una partita di pallacanestro non puoi permetterti di puntare esclusivamente sull’abilità di compiere decine e decine di centri perfetti, è come pensare di cavartela nel mondo della comunicazione solo con delle buone idee.

Per vincere serve sinergia tra il talento e la strategia. Canestri perfetti e altri di rimbalzo contro il tabellone. Questo serve. E anche il gioco di squadra, ovviamente.

Instafram non fa di noi dei fotografi

Per me che sto sempre dalla parte delle parole, la fotografia è una cosa stupenda.
È stupendo soprattutto stare a guardare chi è davvero capace, a fotografare, chi ci mette più della passione, chi ne ha studiato ogni segreto e anche dopo 30 anni riesce a dirti che non c’ha capito poi granché.

Mi piace parlare con quelli che prendono sul serio il proprio mestiere, quelli che se gli chiedi di fotografare una rosa nel deserto ti rispondono “la preferisci con i petali rossi oppure bianchi?”.

Quella gente li, quel tipo di fotografi, ha imparato a guardare ogni cosa del mondo come se fosse una singola immagine. E tutto il mondo non è nient’altro che un’infinità di immagini, di colori, tonalità, che si muovono, non so, tipo con il vento, e con il tempo.

Per loro tutto ciò che gli si presenta davanti, un paesaggio, una strada, il bancone di un bar, una donna senza veli, una bottiglia vuota, un posacenere, cose qualsiasi, viene visto come da dietro un obiettivo.

È quello che noi comuni amatori, gente che scatta con l’iPhone, facciamo più o meno con Instagram: riconosciamo quelle immagini che possono essere degne, secondo un criterio tutto nostro, di essere fotografate.

Un profilo Instagram seguito da migliaia di utenti non fa di noi dei fotografi,

ma è bene provarlo, Instagram, per capire una milionesima parte del genio, del pensiero e della follia di un fotografo vero.

A pensarla in questo modo, lo stesso vale per Twitter. Altro non si fa che aspettare un momento, una citazione o una situazione da raccontare in 140 caratteri. È proprio come pensare al mondo non più come una serie di immagini ma come un flusso di post, brevi, velocissimi, ma memorabili. Anche qui, vale la stessa regola di Instagram:

Twitter non fa di noi degli scrittori.

Se c’è un motivo per cui consiglio di provare ad utilizzare i social media è proprio questo: cercare di capire la milionesima parte del pensiero di un vero professionista. Di qualsiasi arte o mestiere.

Per me che sto dalla parte delle parole, il mondo è una grande storia da raccontare. E per raccontarla con il rispetto che merita e la meraviglia che percepisco con tutti i sensi, e anche quella che sento, dentro, ma non saprei spiegare esattamente come e quanto, ho deciso di provare a capire la follia dei mestieri, dei gesti, delle passioni artistiche e sportive, per conoscere nuovi segni e modi differenti, profondi, estremi, di scrivere e raccontare.

 

La grammatica ai tempi di Facebook

I social network hanno evidenziato una delle più grandi debolezze di noi abitanti dello stivale: la scarsa padronanza della lettera “h”, degli accenti e degli apostrofi.

Basta leggere una comunicazione a caso – a caso, per davvero – su Facebook, per trovare errori devastanti come “oggi o comprato un paio di scarpe”, “la Juventus a pareggiato”, “l’hanno scorso sono stato in vacanza”, “oggi e stata una bella giornata”, “ò vinto” e, combo suprema: “un’hanno fa”.

Il vero pasticcio, tuttavia, è che molti, me compreso, hanno iniziato a farci il callo.

A furia di leggere una quantità enorme di errori tremendi, abbiamo iniziato a commetterne molti di più e, quasi, a tollerarli, con la scusa che “tanto sbagliano tutti”.

Capita che, nella fretta di scrivere un post o un commento (perché si è sempre di fretta, giusto?), si ometta qualche apostrofo qua e là, o non si faccia distinzione tra gli accenti gravi e quelli acuti – effettivamente, anche quando non si scrive di fretta la differenza è poco chiara ai più -, e allora nascono combinazioni come: é vero che, una tazza di té e, la più diffusa, E’.

Giusto per mettere i puntini sulle “i” e gli accenti al posto giusto, il tè, la bevanda, si scrive tè, tutte le altre versioni, tea – all’inglese – e thé – al francese -, non appartengono all’italiano. Per tornare invece sulla “e” maiuscola accentata, bisogna precisare che è sempre sbagliato scrivere E’, poiché questa formula utilizza un apostrofo al posto di un accento. Bisognerebbe scrivere È, ma molti quotidiani e telegiornali, spesso anche alcuni prodotti del supermercato, non lo sanno o non ci badano.

Scrivere alla tastiera di un computer richiede un impegno differente rispetto allo scrivere da uno smartphone.

Quando si scrive da un computer, gli errori di accenti e apostrofi nascono solitamente per due motivi: il più frequente riguarda una pura carenza grammaticale, mentre l’altro dipende dalla difficoltà tecnica di comporre le lettere accentate maiuscole, come la “e” accentata, “È”, che richiede la padronanza degli shortcut o l’utilizzo della tabella dei caratteri speciali.

Da smartphone è tutto più semplice, soprattutto grazie al correttore automatico, vera manna dal cielo.

Come rimediare?

Leggere di più. Soprattutto i classici.

Ma anche gli articoli scritti da chi sa scrivere davvero, chi ha il talento di prenderti, rapirti e portarti via con le parole. Come Luisa Carrada, sempre attenta al peso e all’eleganza delle parole, o anche Annamaria Testa, una delle menti più elevate del copywriting italiano, o ancora Massimo Birattari, che padroneggia il linguaggio italiano come Cristiano Ronaldo un pallone da calcio.

Siamo pur sempre il popolo di Dante Alighieri, facciamoci valere, altrimenti finirà che scriveremo cose sbagliate è tutti ci prender’anno in giro.