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Il dizionario dei sinonimi e contrari è un’arma pericolosa, ricco di munizioni, idee e parole in grado si salvarci da noiose ripetizioni, ma pieno zeppo, pure, di trappole e mine nascoste tra le parole. Servono esperienza e attenzione per scovarle e per disinnescarle. È che a pensarci con un pizzico di pignoleria e di amore per significati e significanti, i sinonimi non sono mai abbastanza sinonimi. Sono finti amici. Non dobbiamo cercarli a tutti i costi, sarebbe come cercare una persona identica a noi stessi, non c’è e non ci sarà mai. Simile, magari, con certe qualità e somiglianze, può darsi, ma mai identica. Allo stesso modo, i veri sinonimi non esistono. C’è sempre una minima differenza, talvolta sottile e apparente come tra assicurare e rassicurare (che si costruiscono e si usano in modi differenti), o anche tra polpo e polipo (si pensi al significato in medicina di quest’ultimo). Non è dunque sufficiente sceglierli con cura, ma è necessario cercarne il significato e l’origine, approfittando di tutte le informazioni incastonate nel dizionario di italiano e in quello etimologico.

Tornando invece alla ricerca di un sinonimo di noi stessi, una sorta di gemello fisico e spirituale, esiste uno strumento che ci viene in soccorso, Facebook, sul quale vale sempre la stessa regola: per quanto evidenti e apparenti siano le analogie e le affinità, andando a scavare in profondità si scoprono sempre, con una precisione matematica, acute e disarmanti differenze. Viene da pensare che bisogna fidarsi molto di più dei sentimenti e delle intuizioni (della propria cultura e della propria anima) che di quelle guide che dovrebbero facilitarci il vivere e lo scrivere.

“Non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute, per colpa o per destino le penne le ho perdute”.

Le Bic blu. A centinaia, così tante che potrei definirmi un endorser, ma le penne non me le hanno mai regalete, e nemmeno le parole. Costano così poco, le Bic, costano ancora meno ma valgono molto di più, i versi e le frasi. Quante ne ho usate. Finite e sfinite, mangiucchiate, rosicchiate e rotte, perse, prestate dimenticate lanciate e regalate. Quanto inchiostro, a fiumi, densi e scuri, di color blu navy. Le penne rosse o verdi non mi sono mai piaciute, nemmeno per correggere. Quelle nere poi, le detesto, ci vedo una tristezza in quel loro graffiare e tingere di un nero che non è mai nero per davvero, tende certamente ad un lucido fumo di Londra, e non dà vigore e colore, per definizione, al testo.

Anche se ho smesso di scrivere a mano dopo l’ultimo esame universitario, e se ci riprovo dopo pochi minuti i tendini cominciano a incazzarsi, l’appuntare e l’abbozzare non smettono mai di riempire manciate di minuti in ogni mia giornata. Come se dovesse pur sempre rimanere un tratto analogico in ogni gesto del quotidiano. Che per me è gesto di nobile piacere, di lavoro, e di passatempo. La velocità che raggiungo con la tastiera del computer, la comodità dei tasti morbidi e il rumore dei polpastrelli che colpiscono i martelletti gommati raggiungono perfezioni che la mia Bic blu nemmeno si sogna. Eppure rimane sempre lì nel mio portapenne, assieme a gomma e matita, che hanno lo stesso compito della Bic, perché io non disegno, non sono proprio capace, ma a volte quello che scrivo e attraverso con la penna capita che lo eseguo con la HB 2.

E ora non sto a parlare di grafite e durezza, ma solo di un’instancabile e continua permanenza della mia Bic blu, a cui devo qualche riga di omaggio, perché più di una volta mi ha salvato, dall’impazzire, dallo scrivere di fretta, dal gettare parole istintive e da tutti quegli errori che si commettono per non badare mai al fatto che compiere certi gesti con calma ci aiuta a respirare. Ossigenare. Quando parlo non riesco a misurare, dosare e contenere le parole, proprio come quando scrivo al computer. Ma se uso la penna blu, quella Bic fedele e sincera inforcata a testa in giù nel portapenne, solo allora, evito di esplodere, com’è già accaduto, assieme a tutte le lettere e le frasi compresse nella mia testa, ben legate da una miccia che conduce al centro della sfera, centro di gravità fatto di tritolo e disperazione, quasi follia, che se esplode non c’è speranza, ma solo assenza ed una lunghissima rincorsa a raccogliere tutte le lettere sfuggite via. Ricomporle secondo il giusto ordine. E quando tutto torna al suo posto, è sempre troppo tardi.

(Non me ne voglia Francesco Guccini per lo scempio che ho commesso)

Per scrivere un post di 140 caratteri bisogna trovare 140 caratteri perfetti che insieme raccontano una storia breve ridotta all’essenziale.

Ridurre una storia all’essenziale significa sgrassarla da tutte quelle finezze lessicali che creano uno stile e danno un ritmo alla lettura.

Spaziature e punteggiatura sono caratteri. In questa frase ci sono nove spazi e un punto. Quindi vanno dosati sia i caratteri che le parole.

I più bravi, possono provare ad aggiungere virgole, punti e punti e virgola; basta fare attenzione a non farcire eccessivamente un concetto.

Poi c’è la delicata questione dei link, delle immagini e degli hashtag, che riducono parecchio il numero di caratteri a nostra disposizione.

Per ogni hashtag bisogna inserire un cancelletto, con il segno #, e quest’azione ruba un carattere. Troppi hashtag sono graficamente brutti.

La differenza tra Twitter e Facebook è la stessa che c’è tra Led Zeppelin e Deep Purple: tutta questione di stile, eleganza ed egocentrismo.

ifridge e ifridge mini

Con i nuovi frigoriferi Apple puoi fare la spesa quotidiana direttamente dall’App Store. Compri insalata e prosciutto direttamente dal tuo iFridge o anche da iPhone e iPad con l’app iKitchen. Nelle due diverse dimensioni, che compensano ogni realtà culinaria, iFridge e iFridge mini tengono in fresco tutti i cibi che scarichi, e rendono l’esperienza del fare la spesa più veloce e meno noiosa.

I nuovi frigoriferi Apple fanno dimenticare i carrelli del supermercato, le pesanti casse d’acqua, le buste ecologiche che si sfondano continuamente, i parcheggi impossibili e le code alla cassa. Tramite connessione Wi-Fi scarichi tutto quello che ti serve, l’App Store è già ricco di prodotti dei più importanti brand alimentari.

L’illuminazione LED all’interno permette una facile visione di ogni comparto, anche dei cassetti più piccoli e del congelatore iFreeze, limitando il consumo elettrico. Con l’upgrade del nuovo sistema operativo Kitchen Lion, già disponibile per tutti i dispositivi Apple, puoi insegnare al tuo iFridge a preparare la colazione, con yogurt, una fetta di pane con marmellata o Nutella ed un frutto fresco ogni mattina.

Alla sera imposti la colazione che desideri e al tuo risveglio è già pronta, con pane già tagliato, Nutella già spalmata e mela morsicata.

Si scrive tè, tea o thé?

Ho voglia di tè. Che in italiano si scrive tè. Solo tè. Ma sono accettate anche le forme tea, all’inglese, e thé, alla francese. È sempre tè. Assolutamente vietate le forme creative thea e té, che si scoprono su molti menù e manifesti pubblicitari. Io scrivo sempre e solo tè.
Non mi importa dei francesi e degli inglesi, che poi questi ci aggiungono persino il latte. Latte e tè, nel tè inglese, o english tea. Vietato scrivere english thé, che sennò s’incazza la gente di Parigi e s’offende quella di Londra. Bere un thé inglese è come bere da una tazzina vuota.

In questa faccenda del tè ci imbattiamo tutti, prima o poi.

O meglio, ci imbrattiamo di combinazioni pazzesche che spesso finiscono persino sulle lattine o sulle bottigliette. C’è anche una scritta sul muro, nascosta tra le pareti di un quartiere. Un cuore nero e accanto in stampatello HO VOGLIA DI TÈ, MARTA. E non capisco se Marta abbia voglia di una tazza di tè, o se qualcuno abbia voglia di questa Marta e per colpa di un accento di troppo abbia confuso la sua amata con la bevanda orientale, o se ancora, sia proprio questa Marta, poverina, ad avere voglia di qualcuno.

Non ne si capisce niente. In ogni caso è la voglia di qualcosa o qualcuno che conta. E che fa nascere storie assurde. Colpa degli accenti e dei significa(n)ti. Colpa del vedere storie pazzesche anche solo leggendo una frase scritta sul muro, o mescolando lo zucchero in una tazzina di tè. Una tazzina vuota di english thea.

Me ne stavo seduto in treno, prima volta sul Freccia Rossa, con un ragazzo giapponese seduto accanto nel tratto Bologna – Firenze. Un illustratore dai lineamenti orizzontali che ammazzava il tempo disegnando pupazzetti stile pockemon con carta e penna, niente colori. Come disegnava. Sarebbe stato bello fotografare le sue mani. Sottili e pulite, perfettamente idratate, unghie ben curate, senza pellicine attorno.

Molte persone sostengono che le mani raccontano molte cose di una persona. Io credo invece che non raccontano nulla. Magari qualche indizio, poco più. Le mani di quell’artista giapponese non erano diverse da quelle di un qualsiasi pianista, magari francese, o da quelle di un commesso di una boutique, chissà, canadese. Quindi raccontano poco. Danno un indizio, sul semplice fatto che quella persona compie un lavoro pulito, non è di certo un meccanico, un muratore, o uno che batte chiodi dal mattino alla sera.

Non credo che le mani raccontano storie. Serve qualcuno che, magari, ci ricami sopra un pensiero, un motivo. Perché le cose, da sole, non raccontano nulla. Le cose vogliono essere raccontate. Vogliono che il mondo si riempia di storie nuove. Quelle di un disegnatore giapponese che scende a Firenze. Per studiare l’arte italiana, rubare i segreti di Leonardo. Alla ricerca di un bordello nascosto in un quartiere poco lontano dalla stazione, dove si racconta di donne di una bellezza micidiale. Un giapponese che in realtà è un killer, o una spia. Un professore di disegno. Può essere qualsiasi cosa, o qualsiasi storia. Perché le sue mani dicono semplicemente che è bravo a disegnare. E sono belle. Nient’altro.

Me lo avevano già detto all’università, un professore di Costruzione del Messaggio Pubblicitario una volta mi disse qualcosa tipo

i libri che promettono di insegnare a diventare creativi, a scrivere bene e a persuadere le persone, sono tutti un lungo bla bla bla.

Quel professore mi aveva segnalato un solo testo, uno soltanto, datato 1962: Confessioni di un Pubblicitario di David Ogilvy. In un modo pazzesco, quel professore aveva ragione. Anche dopo la laurea ho continuato a studiare, investire tempo e denaro in libri di ogni genere, e ho scoperto che tra quelli di content marketing  e scrittura creativa non c’è alcuna differenza. Tutti riportano più o meno gli stessi esempi, stesse citazioni (anche di Confessioni di un Pubblicitario), e stesse promesse.

Non ne comprerò più uno che parli del mio lavoro. Almeno per un po’. Studierò invece tutti i contorni di esso. Un workshop di scrittura comica per racconti brevi e copioni teatrali, diretto da Stefano Benni, mi ha insegnato molte più cose sul mondo pubblicitario che le milioni di pagine dei libri didattici. Molti romanzi che ho letto, soprattutto i classici, si sono rivelati i migliori insegnanti, i migliori esempi. Credo che non ci sia nessuno che può insegnarti cose come lo stile, il gusto, la punteggiatura. Queste sono cose che maturano nel tempo, in base alle esperienze della vita, alle persone con cui ci si relaziona, ai libri. Quei libri. Quelli che non nascono a scopo didattico ma raccontano la mente di uno scrittore, un romanziere. Quelli che in una sola frase rinchiudono il senso di un intero discorso:

L’unica cosa importante è scrivere bene.

Facile a dirsi. Ma è tutto li. Credo che nessuno si debba mai permettere di dirti cosa scrivere, e come farlo. Quello che si può imporre, al massimo, è di scrivere in maniera corretta. Lo stile appartiene ad ognuno di noi, ed è unico. Poi tra le mille pieghe della vita lo si infarcisce con le influenze degli scrittori, attori, registi o inventori che ci hanno emozionato. Si, anche gli inventori, e i matematici. La vita di Nikola Tesla mi ha emozionato: lui voleva scoprire un’energia unica, l’etere, capace di comprendere e magari sostituire tutte le altre forme di energia in natura. Proprio come ridurre tutti i concetti, i libri e i metodi sullo scrivere in un’unica frase: scrivere bene. Una frase di due parole e 13 caratteri, tanto per azzittire anche Twitter.

Scrivere bene. Quello che vuoi, quello che devi, dalle email agli sms, dal biglietto d’amore al graffito sul muro. Scrivere bene. Metterci tutti gli aggettivi che si vuole, per poi capire quali servono davvero e quali no. Scrivere bene e leggere ad alta voce. Leggere come se fosse l’ultimo grappolo di parole che ci passa sotto gli occhi. Scrivere come se fossero finite tutte le parole del mondo. Scrivere e leggere ad alta voce, per capire se le frasi scorrono con una certa eleganza e una ricercata precisione.

Scrivere bene. A farla breve. Scrivere.

A volte l’ispirazione non arriva. Di solito accade, cioè non accade, proprio quando ce n’è più bisogno. Non arriva. E allora tocca andarsela a prendere. Ovviamente non c’è qualcuno che ti dice dove andarla a cacciare, devi trovarla e basta. E questa cosa o la capisci o non la capisci, non c’è molto da aggiungere. È come scavare una fossa nel terreno e infilarci il cervello a stagionare. Scavare in profondità, e scendere giù, scendere giù a raccogliere qualcosa che non hai mai visto ma sai che quando la troverai la saprai riconoscere, e sarà come se ti fosse appartenuta da tutto il tempo di una vita.

Come i sogni, che ti appartengono e basta. Anche se sono difficili da ricordare. Ma hanno vita lunga, i sogni, capita che ne fai uno da bambino e dopo vent’anni ancora non te ne sei liberato. Sono cicatrici della memoria, non nella pelle ma nella mente, ma come quelle in superficie, nella carne, te le ricordi finché campi. E da lì non ci scappi. Le cicatrici hanno lo strano potere di ricordarci che il passato è reale*, e i sogni mostrano quei dettagli che ti appartengono solo nel buio, e non li troverai più, mai più. Cercarli è come scavare una fossa nel terreno e infilarci l’anima a stagionare. Scavare in profondità, e scendere giù, scendere giù a raccogliere qualcosa che hai visto in sogno e vorresti riconoscerla nella realtà. Poi se non la riconosci, devi andartela a cercare nella luce e nel buio, e non c’è nessuno che ti dice verso quale orizzonte guardare. E questa cosa o la capisci o non la capisci, non c’è altro da aggiungere.

*cit. Cavalli Selvaggi, Cormac McCarthy