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Quasi un elogio allo scrivere, alla comodità e all’eleganza del gesto. Per scrivere in modo più veloce, e comodo, e pure pulito, dimenticando tutte le problematiche del farlo a mano, come i crampi e le macchie di inchiostro sulla pelle (i mancini occidentali sono condannati a catastrofi con l’inchiostro). Per agevolare ogni aspetto di questo antico gesto, scrivere, nel 1864 Christopher Sholes brevettò lo schema QWERTY. Il solo parlare di brevetto conferma un certo genio. Grazie allo schema QWERTY le mani si distribuiscono ordinatamente sulla tastiera, le dita non si scontrano mai, i movimenti diventano particolarmente ergonomici e si ottiene un equilibrio tale che mentre un dito schiaccia un tasto, un altro dito nel frattempo si prepara all’azione. Destri o mancini non fa differenza.

Sholes deve aver visto incepparsi migliaia di volte i merletti della sua prima macchina per scrivere, deve avere intuito che nell’ordine alfabetico in cui erano distribuite le lettere sulla tastiera c’era qualcosa che non andava. Lui era un inventore, un altro nome bellissimo, inventore. Insomma lui si mise a studiare i movimenti delle dita di entrambe le mani e la frequenza con cui le lettere si ripetono nelle parole più usate – ci sono infatti lettere che si usano più di altre, quindi meglio separarle, secondo lui. Ecco dunque che il suo ordine inizia con la Q e termina con la M, distribuendosi in 3 righe.

Un elogio allo scrivere

Poi c’è questa faccenda dell’orientamento sulla tastiera, quelle due linee in rilievo sui tasti della F e della J che rendono possibile il cominciare a scrivere senza abbassare gli occhi sulla tastiera. Con gli indici vado alla ricerca dei due rilievi, poi inizio a scrivere e non sbaglio mai, dico, mai! È incredibile. Sholes deve avere immaginato una persona che appoggia le mani sui tasti e inizia a scrivere senza guardare. Deve avere immaginato le lettere precise, e i movimenti perfetti delle mani e delle dita.

Fino a poche ore fa non capivo il motivo di quelle due lineette in rilievo, e perché poi proprio sulla F e sulla J. Davo per scontato che il mio lavoro e la mia passione, che si realizzano nel trascorrere la maggior parte del mio tempo con le mani sulla tastiera, hanno a che fare con un certo genio. Un brevetto favoloso e ordinato.
Quasi un elogio allo scrivere, il brevetto di Christopher Sholes, inventore.

Immagine di Marco Morosini

Annamaria Testa è una copywriter italiana di successo, guru della comunicazione pubblicitaria. Ho letto, studiato, sottolineato e stropicciato alcuni sui scritti, tra cui La parola immaginata, che considero uno dei libri sacri del mestiere del pubblicitario. Sfogliando le sue pagine si trova un paragrafo pazzesco dedicato alle diverse interpretazioni che si possono dare alle parole. Ce ne sono alcune, spiega, che si prestano ad una doppia lettura, parole come letto, che può essere inteso come sostantivo (il mobile domestico) o anche come participio passato del verbo leggere. Annamaria Testa usa la parola leggere anche nel titolo di un suo libro di racconti: leggere e amare. Anche qui la lettura si presta a due diverse interpretazioni: leggère e amare intesi come due aggettivi, o anche lèggere e amare intesi come due verbi all’infinito. Questa cosa la trovo semplicemente fantastica. Anche un disco di Samuele Bersani si presta a questo gioco: Manifesto Abusivo.

Sospeso fra significati e significanti, ho cercato più volte di mettere in pratica questa tecnica formidabile. Ci sono riuscito in una campagna pubblicitaria per Motopolis, realizzata dall’agenzia pubblicitaria in cui lavoro – P+A. Motopolis è una scuola di educazione alla guida per ragazzi, che si occupa di preparare i giovani all’esame del patentino e alla guida sicura sulle due ruote. In questo caso, il concetto di educazione è alla base di tutto. Ho messo in pratica quanto appreso dagli “insegnamenti” di Annamaria Testa: l’headline della pubblicità dice Educati alla guida. La possibilità di interpretarlo in due modi congruenti, èducati o educàti, è il punto di forza del messaggio, e il logo che strizza liberamente l’occhio a quello di Topolino, collega il prodotto al mondo dei giovani. Insomma, la lingua italiana offre molte più possibilità di quanto comunemente si immagini.

Art director: Gianluca Alessandrini
Copywriter: Davide Bertozzi
Web & communication: Stefano Paolucci