La pioggia della sera prima aveva abbassato le temperature di qualche grado e il Maestrale che aveva attraversato i cieli e le pianure per tutta la notte, pareva essersi stancato di quei paesaggi, giacché s’era inabissato nei fondali marini per abbandonarsi alle altre correnti che giungevano dalle Grecia. Il cambio di vento lo si percepiva nelle ossa e sulla pelle, e lo si vedeva nell’incresparsi delle onde. Le lance ancorate poco distanti dalla riva avevano ruotato l’asse longitudinale puntando la prua verso sud-est e la poppa verso nord-ovest. Obbedienti e miti, a galla su quel fare marino che non ha regole e leggi se non quelle dei venti e della gravità lunare, a fissarle da lontano parevano bare galleggianti gettate in acqua da qualche antico veliero celato oltre le distanze e l’orizzonte.

Continua a leggere

Ci sono mondi lontani e nascosti che si raggiungono solo ascoltando certe canzoni. Se c’è una rotta non è sicuramente segnata su di una mappa. E se anche esistesse non sarebbe fatta di carta ma di suoni, di note, accordi e melodie. Di un certo fare magico della musica. Suonare. Una mappa che non si legge ma si ascolta. A meno che uno riesca a leggere gli spartiti ed immaginarsi la musica dentro la testa. Dentro. Chi non è capace a farlo può ascoltare Fields of Gold di Sting, e ritrovarsi in un mondo pieno di campi dorati, un luogo lontano e nascosto, quasi dimenticato da tutto il resto della vita.

Ogni parola pronunciata da Lara Loire pareva essere in perfetta sintonia con l’universo. Era il modo in cui parlava, e anche il suono, il timbro della voce. Erano le sue labbra che imponevano un ordine armonico, millimetrico e innamorato, alle cose e ai significati, alle parole e ai respiri, ai minuti e agli istanti di silenzio in cui il suo mondo si concentrava in un senso di attesa. Alla fine di ogni frase indossava un sorriso sempre nuovo e meraviglioso. Pareva quasi lo indossasse sul cuore, o sull’anima, che nel suo caso erano la stessa identica cosa.

Non è importante quello che crei ma quello che riesci a vedere, oltre. I mattoncini Lego sono una metafora deliziosa e pungente della vita, dell’impegno quotidiano indispensabile per costruire qualsiasi cosa. Perché è davvero difficile concludere un progetto, un lavoro, uno steccato, un libro, una ricetta, esattamente come si vorrebbe. C’è sempre qualcosa che non viene proprio perfetta, o abbastanza precisa, ma in qualche modo ci si accontenta perché, tutto sommato, va bene anche così. L’immaginazione sa come dovrebbe effettivamente apparire il risultato finale.

O meglio, il risultato finale è una cosa immaginata. E questa convinzione, che poi è anche una promessa, a me l’ha insegnata il mondo Lego. Con i suoi mattoncini e le sue costruzioni, mai complesse, che creano fac simile che il cervello poi codifica e converte in opere fantastiche. E la cosa più incredibile, dei mattoncini Lego, è che più si assemblano tra loro per costruire figure e riempire spazi, più si espande la creatività di chi ci gioca. Si può stare lì a montare muri e castelli, anche enormi, senza mai creare confini. Mai, davvero.

Immagine: campagna pubblicitaria Lego – Agenzia Pubblicitaria BRAD, Montreal, Canada

Non è che mi piaccia proprio tutto della notte. Si, ha il suo fascino, senza dubbio. C’ha le stelle, e quelle appaiono solo nel buio, e la Luna, anche se lei ogni tanto fa capolino pure di giorno, credo per colpa del sole che la illumina in qualche modo. No, non è di quel modo lì che scrivo, ma piuttosto di ciò che della notte detesto. Perché nel suo palinsesto fatto di neon accesi, lucciole che si fingono lanterne e cosce nude sulle strade, trasforma quanto di più raffinato in orrore. Le farfalle, ad esempio, le farfalle notturne mi fanno quasi schifo, sono farfalle ma senza colore, e quando volano fanno un gran baccano, approfittano dei silenzi notturni, che fanno quasi paura, sia le farfalle che i silenzi. Il loro sforbiciare d’ali mi fa temere che anche gli angeli, di notte, debbano fare un gran casino quando si librano il volo. Gli angeli volano alti ma il loro ricordo precipita come una pioggia di piombo, e tingono di catrame e oscurità ogni tentativo di fuga e di abbandono. Ecco il nero, e le ali delle farfalle. E le stelle lontane apparire.

Se c’è un buio peggiore di questo, dietro la Luna o anni luce in là, oltre una direzione che non ha nulla a che fare con l’orizzonte, non saprei, ma il sospetto pulsa nel vuoto apparente che separa il mare e il cielo alle undici di sera, una paura o una volontà oscura che si nascondono dove finiscono i bagliori. Se c’è un buio peggiore non lo so ma amo la notte, quasi da impazzire, che mi illude che le stelle cadenti siano davvero stelle e non polveri incendiarie. Del fuoco invece ho davvero paura, che tutto illumina e tutto brucia, senza badare a cosa porta via e quali strade invece illumina, tutto incendia tranne il mare, che in fin dei conti è una di quelle certezze che assieme alla notte mantiene un certo equilibrio, una dignità e una sicurezza che l’orizzonte non può infrangere – poiché è tutto dello stesso colore.

Fuori c’è un temporale così musicale che ho spento Spotify e alzato il volume del cielo. È un concerto di tuoni e pioggia che precipita e sbatte sui tetti e sul cemento, con le gocce più gravi che scolano dalle grondaie e quelle acute che non incontrano nulla nel loro cadere sino al momento esatto in cui si schiantano sull’asfalto, e in quell’istante – perché di un attimo appena si tratta – eseguono la loro nota. Una sola nota prima di esplodere e tramutarsi in corsi d’acqua e pozzanghere su cui altre gocce compongono accompagnamenti sofisticati. Ci sono i fiati e ci sono gli archi, gli ottoni e i cantanti, tuoni e scoppi dentro agli stomachi delle nuvole color piombo, tutti ben vestiti da spettri e senza vibrato. Il vento e l’intensità del temporale impongono la dinamica e a pensare a quale direttore possa avere il genio, la capacità e la fantasia di mettere in piedi un’orchestra del genere viene sempre da pensare ad un solo nome, che solitamente si scrive con l’iniziale maiuscola.

La domenica il bar dell’ospedale è chiuso, con il passare delle ore la sua saracinesca abbassata si impolvera di noia e attesa, e l’unico caffè caldo che si può sorbire in tutto il palazzo è quello delle macchinette che fanno odore rancido e versano la bevanda sempre troppo fredda e troppo zuccherata. La domenica mattina in giro per i reparti c’è del movimento, pochi camici colorati si scambiano turni e battute, riempiono con il loro vestiario il bianco sintetico dei corridoi, che per contrasto esalta solo le porte blu navy e qualche rifinitura di giallo ambrato, spalmato sulle pareti in cartongesso. Nel pomeriggio scende invece l’equilibrio del silenzio, che se non fosse per la luce che filtra dalle finestre sarebbe lo stesso che riempie e controlla le notti della sala d’attesa.

Le porte delle stanze sono tutte aperte ma non c’è nessuno che parla, possono passare ore e nulla si muove, nessuno fiata, potrebbe sembrare un ospedale fantasma, con i suoi neon bruciati e le tavole mancanti dei controssoffitti. I pavimenti sono ricoperti con mattonelle a scacchi, e a fissarle mentre si attraversano i corridoi ci si perde nelle asimmetrie del pensiero e nell’apatia di una struttura lenta come una montagna che diventa pianura. La notte, la domenica notte degli ospedali, di certi ospedali, s’impadronisce di un buio che non è quello del cielo, o se lo è si nasconde da qualche parte dietro alla luna e si dimentica delle costellazioni. Non è un buon posto in cui cercare stelle, se non scrutando con molta poesia le luci d’emergenza. È però un momento perfetto e un luogo surreale per inginocchiarsi e mettersi a pregare.