Antonio percepì che involontariamente era scappata una parola di troppo, e subito pensò a Melissa e Mattia, poi a Michele, poi al figlio che non aveva mai avuto, al bambino inteso come figura, come immagine in sospensione nel mondo, di cui è figlio e futuro, di cui è meraviglia e trasposizione di quell’amore, quel grande amore che supera ogni tentazione e s’impadronisce di un’immensa forma di benevolenza. La stessa con cui dovevano essere stati concepiti poi forgiati il mondo e l’universo. Un bene intenso e grave, di smisurata lunghezza e cieca profondità, talmente grande da non poter essere visto o toccato, ma solo percepito, percepito, come solo si percepisce la fede, si percepisce Dio.

Che non si vede ma chi ci crede lo sente, dentro, lo percepisce con un senso che non ha nulla a che fare con qualcosa di sensoriale, ma pulsa in profondità, in profondità, giù, giù nella gola e poi nell’anima, dentro alle ossa, nei polmoni e in ogni respiro, ogni respiro, magari un soffio, un fiato, uno spasmo, un istante, un segreto, un movimento impercettibile di un nervo, uno scatto improvviso di un dito, la punta di un dito che si muove senza volere e indica qualcosa, indica un punto, una direzione, e lì in quel sentiero non c’è niente che si vede con gli occhi ma si percepisce, si sente che c’è, capisci? Capisci questa cosa?

È tutto qui, non si può spiegare se non con le parole, con qualche esempio, ma solo con le parole perché sono l’unica formula in grado di descrivere questa cosa. Se parlassi di un castello, se mi riferissi ad una cosa che è possibile costruire, con i mattoni, la carta o la sabbia, la costruirei identica per farti capire questa cosa, e invece quel percepire non lo puoi lasciar percepire a tua volta, agli altri, non puoi, e allora sei costretto a descriverlo, con un esempio una storia una religione una filosofia un pensiero magari una poesia o anche un solo sguardo ma lo puoi solo descrivere con una certa forma di comunicazione si quella comunicazione fatta di tasselli che sono poi lettere e parole e frasi e versi tutti insieme uniti magari senza punteggiatura si senza punteggiatura perché nel descrivere queste cose non si sa mai se e quando andare a capo. Se e quando si può andare a capo. Se capisci quello che intendo. Antonio la pensa così, su tutta quella questione dei bambini.

Il biliardo è un gioco misterioso. Già l’etimologia del nome non è chiarissima, la maggior parte dei dizionari etimologici tagliano corto dicendo che deriva dal francese billard, radice di bille. Non è nemmeno certo che sia nato in Francia, perché era praticato anche in epoca romane e, a dire di qualche studioso, anche in alcuni rituali egizi millecinquecento anni prima di Cristo.

Per quanto risulti fisicamente poco impegnativo è uno sport che piega prima il corpo poi l’anima sul panno verde, che allontana i giocatori dalla vita familiare e li costringe a lunghi allenamenti, numerose ore di solitudine e pazienti giornate di studio del gioco di quelli più bravi. L’età non sempre conta. Certo, i giovani sono più feroci ed affamati, e spesso il loro colpo è più deciso di quello di un veterano. Il biliardo è uno sport in cui il campione in carica, magari un elegante e teatrale quarantenne, si vede fregare il titolo da un ragazzino di appena diciotto anni. Non servono doti fisiche, ma grande intelligenza, bisogna pensare con un anticipo di almeno quattro mosse. È uno sport complicato, nelle regole e nei movimenti, talvolta è difficile capirne il senso, la profondità, l’intimità.

Anche le donne giocano a biliardo, non molte, poiché la maggioranza si rifiuta a priori di stendere il seno sul panno verde. Tuttavia non sono viste di buon occhio dai giocatori maschi e dai circoli esclusivi, possono entrare come invitate, ma di tessera non se ne parla neanche, scrive Mordecai Richler nel suo ultimo libro, ultimo per davvero, Il mio biliardo – Adelphi 2002.

È uno sport senza grandi almanacchi, senza poster di campioni appesi alle pareti. Talvolta anche nelle grandi sale da biliardo si preferiscono illustrazioni di scarsa qualità alle espressioni impassibili dei campioni, di cui nessuno si ricorda mai il nome. E come ogni altro sport ha le sue barriere, di classe o di razza. Ha una similarità con la box: molte grandi stelle sono rimaste, a fine carriera, senza un soldo bucato, senza famiglia e senza amici.

A suo modo è uno sport pure romantico, a renderlo tale sono certi rumori, come il ronzio delle lampade verdi, il bruciare delle sigarette, il parlare sottovoce, quasi un tenebroso pregare. Romantico e nostalgico, nei colori e nell’atmosfera dei piccoli circoli incastonati in città disperate, eppure mite e narcotico, quasi ipnotico nella sua sinistra eleganza. Va poi sottolineato che tutte quelle cose che si dicono sulle sale da biliardo, che sono posti lugubri, pieni di fumo e bestemmie, che sono locali in cui gli uomini si rifugiano per scappare dalla famiglia e dalle mogli, quelle così li, sono tutte vere.

I passi di Lara Loire superano con spensierata poesia la vetrina della Libreria Copperfield, e i suoi occhi blu di Persia leggono il singolare biglietto incollato sull’uscio, dall’interno.

La libreria è aperta dalle 9.00 alle 12.00, e dalle 16:00 alle 20:00, tranne la domenica. Tuttavia spesso a casa mi annoio, e potreste trovarmi anche durante la pausa pranzo o ad un’ora imprecisa e assurda della notte. Se trovate chiuso e avete urgenza di leggere, voglia di leggere, necessità di entrare in una storia, rileggettevi un libro che amate e cercate quelle sfumature che alle prime due letture, a volte anche tre, sfuggono. È un piacere sublime.

Sotto, appiccicato con lo scoatch, un altro biglietto evidenzia il fatto che quella mattina il libraio s’è alzato di buon ora e, dopo aver aspettato invano l’alba sulla spiaggia, oscurata tristemente dal cielo grigio, si è recato in libreria alle sette del mattino, per rileggere, forse per la quarantesima volta, il finale di “Il Ritratto di Dorian Gray”.

Di solito dormo benissimo, senza problemi, non ho sonni disturbati. Capitano però quelle mattine che, d’improvviso, mi sveglio con una voglia di uscire fuori di casa e andare a caccia di qualcosa di insolito. Come l’alba. Questa mattina avevo voglia di vedere l’alba. Così mi sono vestito in fretta e senza fare colazione mi sono incamminato verso il porto. Con andatura veloce. Erano le 5, più o meno. E l’alba non s’è fatta vedere. L’alba, che è la prima cosa che accade durante il giorno, era nascosta da nuvoloni scuri che coprivano il cielo, dico proprio tutto. E ho pensato che un cielo che ti priva di vedere l’alba non può che essere il cielo di una giornata stronza. E allora sono venuto qui in libreria, a rileggere per la quarantesima volta il finale di uno dei miei romanzi preferiti: “Il ritratto di Dorian Gray”. Se stai leggendo questo messaggio è perché sono a fare colazione al Circolo Kappa, voltati a sinistra e metti a fuoco di circa cento metri, dall’altro lato della strada però. Ecco, la vedi l’insegna?

Michele guardava la luce affievolirsi, la fissava mentre cambiava colore e filtrava con sempre meno tenacia dalla porta d’ingresso del Circolo Kappa. Sembrava avere una sorta di conto in sospeso con le ombre delle tazzine sul bancone. Non le perdeva di vista un secondo, studiando l’allungarsi delle ombre e quel loro impazzire come fiamme di teatrale oscurità ogni volta che qualcuno passava davanti all’ingresso e faceva da scudo ai raggi di sole. Ombre come fiamme impazzite. Sempre più lunghe, e fredde, fievoli. Se ne stava buono lì anche parecchi minuti nella stessa posizione con lo sguardo fisso su qualcosa che solo lui conosceva. Fermo lì e vai a capire cosa gli passava per la mente. Di tanto in tanto perdeva la concentrazione, e sbadigliava, controllava che il delfino appeso al collo di Lara Loire fosse sempre al suo posto e lo replicava a memoria nella mente. E pensava alla forma della sua ombra se si fosse trovato sul bancone accanto alle tazzine. All’ombra di un delfino, che s’allunga fino a gettarsi via dalla superficie del banco e scivolare via da qualche altra parte. Come tuffarsi nel pavimento, mare di ogni ombra.

Anche i colori non hanno senso e intensità, non bastano più e non servono con un cielo di perla sopra l’erba e sopra l’inverno. È un pretesto per restare al freddo, è una scusa per congelarsi e non congedarsi da ciò che vorremmo ibernato tra l’erba umida di nebbia e madida di noia. È solo un cielo color perla, che rende il mondo più freddo e più fermo, guardato attraverso un filtro più demoniaco dell’oscurità. Perché non c’è mattino e non c’è sera sotto il cielo perlato, le ore disperse in una miscela di lancette oliate, solo la notte è reale, quando è buio per davvero e non si ha paura. Nessuna paura perché ci si barrica in casa con la tv accesa. Ma di giorno si sta come cani senza guinzaglio fuori dal recinto. Fuggiti e fermi, immobili, tra la nebbia e le colline, con una zampa alzata, e piegata, a tenersela vicina al cuore, come a sentire se batte ancora e quanto, per la paura e gli orrori degli inverni, freddi lunghissimi e interminabili, che attraversano le ossa e i polmoni, fracassano muscoli e tendini per trovarsi faccia a faccia con l’anima. E cosa si raccontano non lo saprei dire, e nessuno ne parla mai, o nessun altro mai è tornato dall’aldilà per raccontarci, raccontarmi, di come sopravvivono le stagioni.

Di solito con Dio ci parlo prima di andare a dormire. Quando sono già sdraiato nel letto e con le coperte fino al naso. Credo che molti scelgano quel momento lì perché è forse l’unico in cui ci si sente soli per davvero. Al buio, senza difese. Si chiede pietà. Un po’ come arrendersi. O almeno io la penso così.

Quello che è difficile è riuscire a restare concentrati. Recitare una preghiera senza pensare ad altro. Pregare dall’inizio alla fine senza altri pensieri in mente. Come quando si parla alla gente comune: si rimane concentrati su ciò che si racconta, sui significati e sull’esprimere un pensiero nel modo più preciso possibile. Con tono scherzoso, arrabbiato, annoiato, inferocito, contagioso o apatico.

Parlare con Dio, invece, è tutt’altra cosa. Pregare non è per niente facile. Farlo a voce alta aiuta. Ma nella mente, parlare nella mente – perché Dio ti sente comunque – è una prova di fede e concentrazione. E mi capita ogni notte. Ogni notte comincio a recitare una preghiera, a chiedere un aiuto, un miracolo, una qualsiasi cosa e mentre parlo, in solitario segreto, la concentrazione viene dirottata verso altri pensieri, anche i più banali. A volte mi accorgo che concludo una frase del Padre Nostro con quella di un Ave Maria, e non ricordo dove e quando ho sbagliato.

Se Dio ascoltasse veramente tutto, tutto, sai che confusione. E come potrebbe aiutarci. La mia percezione delle cose, e del mondo, di quello che accade e non accade, è che Dio ascolta ogni pensiero, anche il più distratto.

Piove a dirotto e le gocce di pioggia sembrano spari. Una mitragliata di proiettili d’acqua fini e sottili e letali, che forano, scoppiano e s’arrestano in tanti frammenti prima di unirsi assieme in un dito di bagnato che si innalza sulla strada. Come fossero spari. Che violenza che deve avere il cielo per svuotare tutti quei caricatori senza prendere la mira, sparare e basta verso il basso. Come dire “da che parte miro?”.
– In basso.
– In basso dove?
– In basso e basta.

I fulmini sembrano invece più geometrici, si lanciano come arpioni, sempre verso terra ma ragionando su dove precipitare, a caccia di balene nere, in mare o nei boschi, accompagnati a stento dai tuoni, che all’orecchio arrivano come esplosioni, granate, ma senza fuoco e senza fumo. Spaventano persino i cani, e i cani spaventati non s’avvicinano  all’uomo perché loro sentono la vera paura e non la vogliono condividere con nessuno. I cani amano per davvero e il dolore se lo tengono tutto dentro, lo mandano giù tutto in un sorso con quella loro aria nostalgica negli occhi, da qui il detto essere soli come cani. Soli a guardare la pioggia da dietro la finestra. O fuori, in mezzo alla strada a farsi trivellare dai proiettili. Soli in mezzo alla strada bagnati fradici con la macchina fotografica, a scattare istantanee senza mai riuscire, dico mai nemmeno una volta, a fotografare la pioggia.

Ci vorrà un sacco di tempo per capire che c’è una tecnica precisa per intrappolare le fucilate del cielo e tutta quella faccenda di arpioni, balene e granate dentro ad un unico scatto. Ci vorrà un sacco di tempo e ci si ammalerà parecchio a stare sotto lo scroscio con i calzini zuppi e il culo gelato. Ci vorrà un sacco di tempo per prendere bene la mira. Puntare con precisione.
– Da che parte miro?
– Dritto davanti a te.
– Verso dove?
– Dritto e basta.

Non è vero che il caffè nel vetro è più buono. Non è vero un accidente. Ci sono clienti che me lo chiedono nel bicchiere di plastica, quello da asporto, perché lo ritengono più igienico. Come se io non lavassi bene le altre tazzine. Altri clienti non lo vogliono nel vetro, dicono che le tazzine di vetro si usano meno e quindi si lavano di rado, e c’hanno la polvere dentro, quindi preferiscono la ceramica. È un modo carino per dirmi che non pulisco mai le mie tazzine. Per fortuna alcuni non badano a questa faccenda. Purché il caffè sia buono, dicono. E il mio caffè lo è di sicuro. Poi però lo allungano con il latte. Che porcheria. Caldo o freddo, talvolta tiepido. Roba da matti. Alto, basso, corto, ristretto, un solo goccino, non troppo caldo, bollente, mi raccomando non freddo, con la tazzina bollente, corretto con rum, amaro, whiskey, crema di whiskey, anice, apice, pedice, doppio, tazza piccola, tazza grande, doppio in tazza piccola, doppio in tazza grande, normale in tazza grande, macchiato freddo, macchiato caldo, macchiato con cremina, macchiato perché nessuno è mai contento per davvero.

Quindi io lo servo solo nel vetro e della quantità che ritengo giusta. Per principio. Perché nella sua trasparenza riesco a vedere il colore del caffè, lo spessore della schiuma in superficie, fattori a cui tengo particolarmente. Non è vero un cazzo che è più buono. Lo vedo. Capisci? Lo vedo per quello che è.  

Questo dilemma del caffè è un’ironica similitudine della vita. C’è gente che la corregge con tutto ciò che gli appare sensato, che la riempie con altre cose che non hanno un cazzo a che fare con il vivere. Gente a cui non basta una vita soltanto e se la corregge con stili e atteggiamenti altrui. Come correggere il caffè. Non so se mi spiego. Persone che ce l’hanno servita nella plastica, quella bella vita da asporto, chissà dove se la devono portare. Servita nella ceramica, una vita di cui non ne si capisce un cazzo fino al momento in cui la si sorbisce per davvero, e ne si capisce il sapore solo un attimo prima che sia tutto finito, pochi istanti prima che si spengano le luci dei bar. Servita nel vetro è un’altra cosa. Ne si vede ogni attimo, la densità, lo scorrere del tempo, gli errori e le ipocrisie, le cose belle e quelle né belle né brutte che accadono e basta per il semplice fatto che devono accadere. E nel vetro la vita si manifesta effettivamente per quello che è. Nient’altro per quello che effettivamente è.