Il mare di Cattolica non ha il fascino e i colori di quello del sud. Neanche un po’. Ma a guardarlo tutto solo raggomitolato su sé stesso, in inverno, fa quasi tenerezza. Ed è stupendo. Non riesco ad immaginare la mia vita lontano dal mare. È una sorta di certezza, che se ne sta sempre li, qualunque cosa accada. Pare poco, ma di questi tempi.

In inverno il mare di Cattolica è più solo anche del cielo, dove almeno di tanto in tanto capita di incontrare qualche nuvola. Non si fanno nemmeno compagnia, cielo e mare, se non quando cala la nebbia, che è aria umida – aria bagnata fradicia -, una sorta di via di mezzo, di passaggio, di frontiera, tra i due. Tra il mare e il cielo. E qualche barca, all’orizzonte, pare un bottone che li tiene uniti.

sua maestà il caffè

“Sua maestà il caffè” è un racconto elegante e raffinato sulla storia della bevanda nera. Un racconto, dico, non tanto perché c’è una trama, ma perché l’autore scrive con una tale mania e una tale precisione sul metodo, che chi ha il cuore di leggere il libro capisce che quello che conta non è la bevanda, ma sono le minuscole storie che si incontrano scorrendo tra le pagine del suo passato. Più che scrittura, quella di Pietro Semino è un’esibizione artistica. Gli dev’essere accaduta una cosa che per uno scrittore è una sorta di ipnosi: fissarsi su di un’immagine e impazzire per la sua perfezione. Studiarla, smontarla, scolpirla e riordinarla in un libro.

Dov’è nato il caffè? In quanti modi si può degustare? Quante tipologie esistono? Quali pittori ne hanno dipinto? Quali cantanti ne hanno cantato? E quali scrittori, o registi, o personaggi famosi, ne hanno scritto e raccontato? Quando uno si ficca in testa queste domande qui, o ne esce pazzo o ne scrive un libro, appunto. L’autore si concentra sulle immagini e sui gesti, e scrive un bellissimo approfondimento su di un prodotto di cui ci deliziamo tutti i giorni senza saperne nulla in proposito. L’unica cosa che manca a questo libro è un accenno su di un dibattito tutto italiano: è meglio nella porcellana o nel vetro?

Pensavo ad un messaggio di Natale da poter scrivere e inviare ai miei clienti. Un messaggio brevissimo capace di racchiudere tutto il senso del mio lavoro e tutto quello che ho intenzione di svolgere l’anno prossimo, dopo queste festività. Una promessa, una sorta di impegno nello scrivere e realizzare campagne pubblicitarie.

Mi occupo di comunicazione, di storie aziendali, e quello che proprio non voglio smettere di fare è chiamarle storie. Ho sempre creduto in questa cosa del raccontare, che è diversa dal descrivere. Quando scrivo company profile o testi di prodotto, odio usare un linguaggio troppo tecnico o virtuosismi lessicali. Odio farlo perché non ce n’è bisogno, o almeno non sempre. Dopo aver visto il video di Volvo con Jan Claude Van Damme ho capito di avere ragione, ho visto la storia di quello spot, quello che si vuole raccontare: un’idea, una certa grandezza, qualcosa di epico. E nell’analizzare molti altri spot usciti quest’anno, da quello Enel con i suoi guerrieri (mio Dio), a quelli di Nutella e Mulino Bianco, ho visto come si fanno sempre più spazio le grandi storie. Che sono poi quelle costruite a puntino attorno a personaggi come Obama e Papa Francesco. Personaggi che sono promesse. E storie, appunto.

Volevo dire tutto questo con pochissime parole, a tutti i clienti che mi chiedono ogni giorno testi che descrivano nel dettaglio i loro prodotti e il valore della propria attività. Ecco una frase per loro e per quelli che ancora non credono a quella promessa, a quella grande storia che aspetta solo di essere raccontata.

Presto le aziende smetteranno di descrivere e inizieranno a raccontare.

Buone feste.

A guardare troppo dentro te stesso finisce che ci caschi dentro. E uscirne non è mica così semplice. Sei da solo. Talmente solo che non ci sei nemmeno tu a farti compagnia. Nemmeno la tua anima. Stanne pur certo. E se è per cercare l’anima che sei precipitato in quel pasticcio, beh allora, mettiti pure il cuore in pace, che ci vorrà molto tempo prima di capirci qualcosa in tutto quel buio.

Appunto scritto spiando le luci di Firenze dal Ponte Vecchio

Ci sono mondi lontani e nascosti che si raggiungono solo ascoltando certe canzoni. Se c’è una rotta non è sicuramente segnata su di una mappa. E se anche esistesse non sarebbe fatta di carta ma di suoni, di note, accordi e melodie. Di un certo fare magico della musica. Suonare. Una mappa che non si legge ma si ascolta. A meno che uno riesca a leggere gli spartiti ed immaginarsi la musica dentro la testa. Dentro. Chi non è capace a farlo può ascoltare Fields of Gold di Sting, e ritrovarsi in un mondo pieno di campi dorati, un luogo lontano e nascosto, quasi dimenticato da tutto il resto della vita.

Oltre a incantare, interrompere, offendere, rimare e trasportare, le parole hanno anche lo strano potere di fermare un preciso momento. Che siano scritte o raccontate, incise o sussurrate, sono indelebili e impongono un certo ordine ed una precisa misura alle cose. Sono come firme che autenticano gli eventi. Ricordi. Voci lontane.

Che io debba scrivere è cosa di cui sono sicura. C’è in me un desiderio struggente di esprimere la mia vita in una forma duratura. – Christa Wolf

Magari è per questo che certa gente non sa stare in silenzio. Che parla anche a costo di sprecare parole solo per fermare qualche frammento nel tempo, un legame, un istante, un saluto, un ricordo. Per non restare sola. E pensare che su questo pianeta ci sono sette miliardi di abitanti, è difficile credere che possano soffrire di solitudine. Le parole sono una buona medicina. Ecco perché i social network. Perché Twitter, si, si, bastano anche 140 caratteri per sentirsi meno soli. Eccome.

Devono esserci le nuvole in cielo, scure e umide, in un orario preciso, verso sera, al calar del sole. Devono verificarsi favorevoli circostanze e singolari coincidenze per poter assistere ad un tramonto dalle trame dorate. Di quelli che smuovono masse di persone facendole correre sulle spiagge e nelle strade, fuori di casa, lungo i viali e i campi erbosi, senza muri attorno ma solo cielo a non finire. Così tanto cielo da averne quasi paura, di cadere, del vuoto, paura di restare soli per davvero. Tutto questo per un tramonto così lontano e prezioso che si manifesta con l’ambizione di mettersi in mostra e raccogliere applausi e meraviglia.

Come se un qualsiasi fenomeno della natura avesse bisogno del nostro elogio, della nostra attenzione, anzi, anche solo della nostra presenza.

Christa Wolf, “Nessun Luogo. Da nessuna Parte”.

Ogni parola pronunciata da Lara Loire pareva essere in perfetta sintonia con l’universo. Era il modo in cui parlava, e anche il suono, il timbro della voce. Erano le sue labbra che imponevano un ordine armonico, millimetrico e innamorato, alle cose e ai significati, alle parole e ai respiri, ai minuti e agli istanti di silenzio in cui il suo mondo si concentrava in un senso di attesa. Alla fine di ogni frase indossava un sorriso sempre nuovo e meraviglioso. Pareva quasi lo indossasse sul cuore, o sull’anima, che nel suo caso erano la stessa identica cosa.