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Creare un personaggio come Lisbeth Salander è un po’ come scrivere un disco di quelli che escono uno ogni dieci anni. Che ne so, roba da Pink Floyd. E anche Lisbeth la ascolti. Il suono dei suoi passi, pagina dopo pagina, leggero, perché lei è un soffio, un petalo scuro, e forse pesano più i piercing che si porta addosso delle sue ossa. Senti lo strusciare della sua giacca di pelle contro quella delle persone che schiva, e schifa. Senti anche la sua voce. Un po’ maschile, eppur sottile. Continua a leggere

Milano quel giorno era più bella che mai: c’era poco traffico e poca gente e quella poca che era a spasso sembrava che avesse profonde motivazioni per farlo e un grande amore per la città, turisti e abitanti che fossero.

Per scrivere una frase come questa bisogna percepire cose speciali in tutti i segni del quotidiano, vedere storie e magie dove nessuno le vede. Magari è una questione di odori, o dell’osservare la gente che passeggia per la strada, o i riflessi del sole sui vetri dei palazzi, i suoni della città, magari anche i silenzi – prova a cercarli, a Milano, ti giuro che ci sono -, il toccare i viscidi paletti della metro, cose così. Che poi sono storie, e permettono di raccontare una certa meraviglia. Continua a leggere

sua maestà il caffè

“Sua maestà il caffè” è un racconto elegante e raffinato sulla storia della bevanda nera. Un racconto, dico, non tanto perché c’è una trama, ma perché l’autore scrive con una tale mania e una tale precisione sul metodo, che chi ha il cuore di leggere il libro capisce che quello che conta non è la bevanda, ma sono le minuscole storie che si incontrano scorrendo tra le pagine del suo passato. Più che scrittura, quella di Pietro Semino è un’esibizione artistica. Gli dev’essere accaduta una cosa che per uno scrittore è una sorta di ipnosi: fissarsi su di un’immagine e impazzire per la sua perfezione. Studiarla, smontarla, scolpirla e riordinarla in un libro.

Dov’è nato il caffè? In quanti modi si può degustare? Quante tipologie esistono? Quali pittori ne hanno dipinto? Quali cantanti ne hanno cantato? E quali scrittori, o registi, o personaggi famosi, ne hanno scritto e raccontato? Quando uno si ficca in testa queste domande qui, o ne esce pazzo o ne scrive un libro, appunto. L’autore si concentra sulle immagini e sui gesti, e scrive un bellissimo approfondimento su di un prodotto di cui ci deliziamo tutti i giorni senza saperne nulla in proposito. L’unica cosa che manca a questo libro è un accenno su di un dibattito tutto italiano: è meglio nella porcellana o nel vetro?

Il grande Gatsby - Daisy Fay

Servono poche pagine per capire che Il Grande Gatsby è un romanzo straordinario. Ben scritto, ricco di aggettivi ricercati e mai inopportuni, allo stesso tempo leggero e scorrevole. È soprattutto un romanzo di solitudine, i cui personaggi sono tutti inesorabilmente soli, affogati nei vizi e nello sfarzo di una città che pulsa di gente annoiata e trasparente. Eppure un’anima ce l’anno, Gatsby, Nick, Tom, e persino Daisy, seppur bucata e svuotata della ragione. Ed è l’anima più triste di cui abbia mai avuto il piacere di leggere.

Serve una certa padronanza del linguaggio, della penna e del cuore per scrivere una storia del genere, raccontare di una solitudine grande quanto il desiderio di non fuggirle mai per davvero. Occorre vedere la gente da alte prospettive per creare un personaggio come Jay Gatsby, talmente ambizioso da uscire in giardino, di notte, per verificare la porzione di cielo che gli spetta. Occorre vedere le storie invisibili che ogni persona si porta addosso, per raccontare il fascino di Daisy Fay, dal viso triste e bello – penso anche alla follia, riuscita, di trovare un’attrice con questo viso per la riproduzione cinematografica. Il tutto si riduce poi al silenzio del grande castello di Gatsby, immobile e impassibile, diviso da una distanza fioca dalla casa di Daisy. Il simbolo di tale lunghezza è una luce, verde, un piccolo lume, che brilla sul molo dalla parte opposta del mare tra West Egg e East Egg, una breve prossimità che è la stessa che divide ogni uomo dalla parte migliore di sé.

E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter sfuggire mai più.

Se iTunes aveva messo a dura prova la bramosia di acquistare dischi fisici – viene da dire analogici ma in realtà non lo sono per nulla -, Spotify è il cattivone di turno che mette fine alla mia collezione di album, quelli che se ne stanno tutti belli in fila su di una lunga mensola di legno nella mia stanza. Un cattivo ma dall’enorme fascino, che custodisce dei capolavori di nicchia impossibili da trovare nei negozi e persino negli store online, che è addirittura legale, ed entro un certo limite di ore persino gratis. Ci penso quasi ogni giorno ad abbonarmi, così da avere tutta la musica del pianeta, dico tutta, sempre con me. Eppure non l’ho ancora fatto, o meglio, non ci sono riuscito. Perché abbonarsi a Spotify significa smettere definitivamente di acquistare dischi fisici, con tutto il rito di entrare nei negozi, le chiacchere con il proprietario, la paura di comprare una ciofeca e tutta quella serie di situazioni che si creano studiando copertine, prezzi e discografie in esposizione. C’è che ogni cosa che si perde, come certi gesti, riti, oggetti e mestieri, ci mette un po’ a scomparire per davvero. Fatico ad immaginare la mia vita senza dischi fisici.

Ma a fare i conti con la praticità, la velocità e la quantità di musica, tutte cose che non danneggiano la qualità della stessa, che suona da paura nei monitor Yamaha che troneggiano sulla scrivania, a fare i conti per davvero, ammetto che Spotify è un cattivo geniale. E come ogni grande nemico ha un punto debole: è quasi gratis. Punto debole perché la musica che non piace non la si ascolta e basta, un paio di clic e ci si dimentica di quella canzone, quel disco che si sperava fosse migliore. Quando invece si andava nei negozi e si spendevano soldi per un album che già al primo ascolto deludeva, insomma quando si compravano dischi del cavolo, li si ascoltava comunque almeno 100 volte per rendere giustizia ai soldi spesi. E rimaneva comunque un certo ricordo che se ne stava impresso nella mente e nel cuore, oltre che a quel cimelio seppellito nella  maestosa collezione che ancora oggi occupa un volume imponente dentro casa. Questa cosa del comprare e sbagliare, in quell’icona verde che invade pochi pixel sulla scrivania del mio MacBook, non accade più. Per quanto possa essere assurdo è davvero difficile farne a meno.

Quanto puoi spingerti lontano e quanto puoi cercare qualcosa che nemmeno sai cos’è. Senza conoscerne forma e dimensione, colore e odore, con il rischio di farti fregare dalla geometria delle ombre e delle nuvole. Non è una domanda. Quanto puoi spingerti oltre il confine, in paesaggi e inverni lunghi e senz’anima, privi anche di case, e di anime, incontrando solo cani e persone che della vita si son stupiti per la sua fatalità, la crudeltà che si manifesta in gesti raccapriccianti e parole di terrore. Quanto puoi spingerti lontano da solo con un cavallo senza ferri e senza alcuna voglia di portarti a spasso oltre il confine, oltre il confine, oltre il confine. Quello che cerchi è una terra fantasma, non c’è, non c’è, ma sei convinto possa nascondersi in quelle casette di adobe in cui nessuno ci abita più. In cui ci sono cani così soli che cercano pulci per compagnia. Non c’è, non c’è. Ad ogni chilometro aumentano le possibilità di essere ammazzato da proiettili che arrivano da lontano, come urla, canti di zingari. Come le parole. Le parole che per essere semplici da comprendere devono essere raccontate con lo prosa di qualcuno che torna da un lungo viaggio. Da lontano.

Si stava scatenando un temporale verso sud, lì dove la strada finiva nel deserto e tutto intorno, sotto le nuvole, prevaleva un colore blu e le sottili strisce dei lampi che si susseguivano con insistenza, sulle montagne in lontananza, di un colore blu vivo, scoppiavano nel silenzio più assoluto, come un temporale in una campana di vetro.

Oltre il Confine, Cormarc McCarthy, Einaudi editore.

“Caro amico adesso nelle polverose ore senza tempo della città quando le strade si stendono scure e fumanti nella scia delle autoinnaffiatrici e adesso che l’ubriaco e il senzatetto si sono arenati al riparo di muri nei vicoli o nei terreni incolti e i gatti avanzano scarni e ingobbiti in questi lugubri dintorni, adesso in questi corridoi selciati o acciottolati neri di fuliggine dove l’ombra dei fili della luce disegna arpe gotiche sulle porte degli scantinati non camminerà anima viva all’infuori di te.” Cormac McCarthy.

Sono un’ottantina di parole, a seconda della traduzione. C’è solo una virgola, una soltanto per prendere fiato. Il resto lo devi leggere con calma, anche sbagliando la ritmica, non ha importanza. Quello che conta è che lo inghiotti tutto. Che lo mandi giù fino in fondo. E aspetti.

Un libro che non mi piace, non mi piace e basta. Non c’è molto da fare. Di solito mi bastano un centinaio di pagine, a volte meno, per capire se un romanzo riesce a condurmi fino all’ultima frase. E solitamente ci arrivo sempre, alla fine. Ci sono poi rari casi, rarissimi, in cui proprio non ce la faccio. A volte è lo stile dello scrittore che mi innervosisce, o la trama poco convincente, o qualcosa di scontato, o troppo estremo. Insomma qualcosa che proprio non va. Come mettere troppo olio in un piatto di pasta. E allora lo abbandono, sia il libro che, in caso, il piatto di pasta. Se non mi piace non mi piace, c’è poco da fare. E anche fra dieci anni probabilmente non mi piacerà. Mettiti l’anima in pace e chiudi quel libro.

La faccio finita con 1Q84 giunto al 30% della lettura (il Kindle considera le percentuali, non i numeri di pagina). Bella l’intenzione, bello lo stile, fantastico il fascino giapponese e le strade di Tokyo negli anni ’80. Ma la sua lentezza, come quella di molte altre cose nella vita, mi ha stremato. Così con un certo silenzio, che poi è il silenzio dei libri digitali, metto fine a questa lettura, convinto che probabilmente non la ricomincerò mai. Con un certo silenzio ed una stanchezza costante, quella di tutti i giorni. Proprio tutti, non c’è scampo, non c’è aria. Non c’è scampo e non c’è aria. Solo il respiro, sordo e vuoto e senza volume, prima di sbuffare un po’ di noia, sbuffare un sottile filo di fiato, secco, e poi chiudere, senza rumore, 1Q84 di Murakami.