Quanto puoi spingerti lontano e quanto puoi cercare qualcosa che nemmeno sai cos’è. Senza conoscerne forma e dimensione, colore e odore, con il rischio di farti fregare dalla geometria delle ombre e delle nuvole. Non è una domanda. Quanto puoi spingerti oltre il confine, in paesaggi e inverni lunghi e senz’anima, privi anche di case, e di anime, incontrando solo cani e persone che della vita si son stupiti per la sua fatalità, la crudeltà che si manifesta in gesti raccapriccianti e parole di terrore. Quanto puoi spingerti lontano da solo con un cavallo senza ferri e senza alcuna voglia di portarti a spasso oltre il confine, oltre il confine, oltre il confine. Quello che cerchi è una terra fantasma, non c’è, non c’è, ma sei convinto possa nascondersi in quelle casette di adobe in cui nessuno ci abita più. In cui ci sono cani così soli che cercano pulci per compagnia. Non c’è, non c’è. Ad ogni chilometro aumentano le possibilità di essere ammazzato da proiettili che arrivano da lontano, come urla, canti di zingari. Come le parole. Le parole che per essere semplici da comprendere devono essere raccontate con lo prosa di qualcuno che torna da un lungo viaggio. Da lontano.

Si stava scatenando un temporale verso sud, lì dove la strada finiva nel deserto e tutto intorno, sotto le nuvole, prevaleva un colore blu e le sottili strisce dei lampi che si susseguivano con insistenza, sulle montagne in lontananza, di un colore blu vivo, scoppiavano nel silenzio più assoluto, come un temporale in una campana di vetro.

Oltre il Confine, Cormarc McCarthy, Einaudi editore.

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