Nessuno vorrebbe mai vedere cadere un idolo. E quando Elvis muore c’è chi non ci crede e si inventa un mondo in cui il Re è semplicemente scappato e oggi è un vecchietto che si nasconde in qualche città di collina. Anche Michael Jackson non è morto, secondo alcuni. Perché una scomparsa improvvisa è una cosa che non si può accettare, e allora continuiamo a credere in una sorta di magia che prima c’era poi tutto d’un tratto è sparita. E il mito prende il posto di un corpo in avaria dentro una cassa sepolta sotto due metri di terra. Tutto cambia se c’è un declino lento e graduale. Tutto cambia se Valentino Rossi non vince più. Il mito eterno non può vivere se lo si vede svanire, e allora la gente s’incazza. Si rivolta contro gli idoli che non sono più lontani e irraggiungibili, ma più umani, poiché anche loro sbagliano e perdono. C’è gente che non ne riconosce più la grandezza e punta loro il coltello alla gola. Valentino Rossi si deve ritirare, lo scrivono molti giornalisti sui blog sportivi. Senza badare che in realtà se si ritirasse lui lo dovrebbero fare anche tutti gli altri piloti che la domenica gli arrivano dietro.

Il fatto è che ci vuole una gran dose di coraggio e una bottiglia di rispetto completamente vuota per far cadere gli idoli. Non si ha paura di niente se non della morte, perché se c’è di mezzo lei, come con Elvis e Michael Jackson, o Marco Simoncelli, per restare in tema motociclismo, beh in quel caso allora tutti sono intoccabili. Le leggende e i miti più grandi hanno sempre a che fare con la morte, come se in assenza di essa fossimo tutti sullo stesso livello, tutti in grado di scavalcare idoli e campioni.

Poi però la gente non ci pensa che a 300 chilometri all’ora, i piloti, tutti i piloti, a quella bestia vestita di nero, nemmeno ci badano. Non ne hanno la paura che abbiamo noi altri. E sta li la loro grandezza, indipendentemente dalla classifica del mondiale e da quello che scrivono i giornali, perché è facile chiudersi in redazione e infilzare con la penna Rossi, e ancora più facile credere che Elvis sia vivo. La realtà è molto diversa. Elvis è sotto terra e Rossi fa sognare i suoi tifosi e incazzare i giornalisti.

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La domenica il bar dell’ospedale è chiuso, con il passare delle ore la sua saracinesca abbassata si impolvera di noia e attesa, e l’unico caffè caldo che si può sorbire in tutto il palazzo è quello delle macchinette che fanno odore rancido e versano la bevanda sempre troppo fredda e troppo zuccherata. La domenica mattina in giro per i reparti c’è del movimento, pochi camici colorati si scambiano turni e battute, riempiono con il loro vestiario il bianco sintetico dei corridoi, che per contrasto esalta solo le porte blu navy e qualche rifinitura di giallo ambrato, spalmato sulle pareti in cartongesso. Nel pomeriggio scende invece l’equilibrio del silenzio, che se non fosse per la luce che filtra dalle finestre sarebbe lo stesso che riempie e controlla le notti della sala d’attesa.

Le porte delle stanze sono tutte aperte ma non c’è nessuno che parla, possono passare ore e nulla si muove, nessuno fiata, potrebbe sembrare un ospedale fantasma, con i suoi neon bruciati e le tavole mancanti dei controssoffitti. I pavimenti sono ricoperti con mattonelle a scacchi, e a fissarle mentre si attraversano i corridoi ci si perde nelle asimmetrie del pensiero e nell’apatia di una struttura lenta come una montagna che diventa pianura. La notte, la domenica notte degli ospedali, di certi ospedali, s’impadronisce di un buio che non è quello del cielo, o se lo è si nasconde da qualche parte dietro alla luna e si dimentica delle costellazioni. Non è un buon posto in cui cercare stelle, se non scrutando con molta poesia le luci d’emergenza. È però un momento perfetto e un luogo surreale per inginocchiarsi e mettersi a pregare.

Il dizionario dei sinonimi e contrari è un’arma pericolosa, ricco di munizioni, idee e parole in grado si salvarci da noiose ripetizioni, ma pieno zeppo, pure, di trappole e mine nascoste tra le parole. Servono esperienza e attenzione per scovarle e per disinnescarle. È che a pensarci con un pizzico di pignoleria e di amore per significati e significanti, i sinonimi non sono mai abbastanza sinonimi. Sono finti amici. Non dobbiamo cercarli a tutti i costi, sarebbe come cercare una persona identica a noi stessi, non c’è e non ci sarà mai. Simile, magari, con certe qualità e somiglianze, può darsi, ma mai identica. Allo stesso modo, i veri sinonimi non esistono. C’è sempre una minima differenza, talvolta sottile e apparente come tra assicurare e rassicurare (che si costruiscono e si usano in modi differenti), o anche tra polpo e polipo (si pensi al significato in medicina di quest’ultimo). Non è dunque sufficiente sceglierli con cura, ma è necessario cercarne il significato e l’origine, approfittando di tutte le informazioni incastonate nel dizionario di italiano e in quello etimologico.

Tornando invece alla ricerca di un sinonimo di noi stessi, una sorta di gemello fisico e spirituale, esiste uno strumento che ci viene in soccorso, Facebook, sul quale vale sempre la stessa regola: per quanto evidenti e apparenti siano le analogie e le affinità, andando a scavare in profondità si scoprono sempre, con una precisione matematica, acute e disarmanti differenze. Viene da pensare che bisogna fidarsi molto di più dei sentimenti e delle intuizioni (della propria cultura e della propria anima) che di quelle guide che dovrebbero facilitarci il vivere e lo scrivere.

Se chiedi ad un anziano del bar un’opinione sui giovani d’oggi, ti risponde senza tanti giri di parole che i ragazzi non capiscono un accidenti di niente. Gli anziani del bar sono in grado di formulare e teorizzare un governo nuovo ogni giorno, smontare la politica e le problematiche sociali con la stessa semplicità con cui un bambino smonta un castello di Lego. Se ne stanno lì seduti sempre allo stesso posto ogni giorno, per ore intere, senza ordinare nulla di nuovo ma sempre e solo le solite cose. Al mattino presto c’è il caffè, e loro lo prendono liscio, mai una goccia di latte, fa male al fegato, rispondono se glielo si chiede. Al massimo una goccia di Varnelli, se hanno il raffreddore e il naso chiuso. Al pomeriggio vino rosso, o acqua frizzante e vino, che fa bene alla circolazione, e la sera una grappa, due quando fuori fa freddo, o la tisana bollente se non hanno digerito la cena. I giovani non capiscono mai un cazzo e stai tranquillo che una volta la vita l’abbiamo gustata tutta, senza tante cazzate, senza la droghe e tutte quelle schifezze di ferro nella faccia.

C’hanno un fare meccanico molto più che programmato, e quasi tutti hanno un odore addosso impregnato nella pelle nei vestiti e forse nell’anima, che ha un ché di stantio, di colonia e urina. Le loro mani tremano, e anche se le tengono ben salde sul tavolo, ancorate o anche piantate con dei chiodi neanche fossero dei Cristi, quelle non smettono di tremare, non c’è modo. Giocano a carte e bestemmiano, bestemmiano con ferocia e cattiveria, lo fanno con una semplicità imbarazzante, che quando hanno finito di imprecare si capisce che non cambieranno idea su ciò che hanno appena detto. Non lo faranno mai neanche scoppiasse il cielo. E c’hanno questa cosa negli occhi, che sono sempre umidi, come se stessero piangendo ma non lo si capisce mai per davvero e fino in fondo. Non si capisce a cosa pensano, se stanno ancora continuando a bestemmiare con violenza e arroganza dentro di sé, imprigionati nel loro stesso corpo, con sbarre fatte di ossa fragili, muscoli e tendini lacerati.

Mi sarebbero sempre servite e invece mi sono sempre mancate, la parole lontane, a cui do la caccia con perseveranza anche nelle rare occasioni in cui potrei farne a meno. Poi ho trovato, per caso, con il fascino della scoperta accidentale, il Dizionario delle Parole Perdute. Un vero e proprio vocabolario online in cui si trovano sostantivi inusuali – perduti o quasi, appunto – come grammofono, abaco e arrotino, nomi che evocano storie lontane,  la cui descrizione dà vita a racconti tra i più disparati e disperati, che si leggono talvolta con una lacrima di nostalgia, o un sorriso che cuce accuratamente un ricordo prezioso.

Parole perdute, vocaboli, termini e nomi da custodire e da prendere con la massima serietà. Parole preziose, quelle che hanno fatto piangere e soffrire, valgono e vivono tutto il tempo di una vita, apostrofano significati più forti e profondi, riconoscono i contrasti e i colori di tutto ciò che accade, accade e basta ad ogni istante e crea così il presente. Le cerco ogni giorno, le parole perdute, per pizzicare le frasi e stimolare la fantasia e il legame con quanto di più emozionante, e caro, si disperda come le parole nelle storie. Tutte cose che hanno a che fare il nascondersi, senza riuscirci mai completamente.

Antonio percepì che involontariamente era scappata una parola di troppo, e subito pensò a Melissa e Mattia, poi a Michele, poi al figlio che non aveva mai avuto, al bambino inteso come figura, come immagine in sospensione nel mondo, di cui è figlio e futuro, di cui è meraviglia e trasposizione di quell’amore, quel grande amore che supera ogni tentazione e s’impadronisce di un’immensa forma di benevolenza. La stessa con cui dovevano essere stati concepiti poi forgiati il mondo e l’universo. Un bene intenso e grave, di smisurata lunghezza e cieca profondità, talmente grande da non poter essere visto o toccato, ma solo percepito, percepito, come solo si percepisce la fede, si percepisce Dio.

Che non si vede ma chi ci crede lo sente, dentro, lo percepisce con un senso che non ha nulla a che fare con qualcosa di sensoriale, ma pulsa in profondità, in profondità, giù, giù nella gola e poi nell’anima, dentro alle ossa, nei polmoni e in ogni respiro, ogni respiro, magari un soffio, un fiato, uno spasmo, un istante, un segreto, un movimento impercettibile di un nervo, uno scatto improvviso di un dito, la punta di un dito che si muove senza volere e indica qualcosa, indica un punto, una direzione, e lì in quel sentiero non c’è niente che si vede con gli occhi ma si percepisce, si sente che c’è, capisci? Capisci questa cosa?

È tutto qui, non si può spiegare se non con le parole, con qualche esempio, ma solo con le parole perché sono l’unica formula in grado di descrivere questa cosa. Se parlassi di un castello, se mi riferissi ad una cosa che è possibile costruire, con i mattoni, la carta o la sabbia, la costruirei identica per farti capire questa cosa, e invece quel percepire non lo puoi lasciar percepire a tua volta, agli altri, non puoi, e allora sei costretto a descriverlo, con un esempio una storia una religione una filosofia un pensiero magari una poesia o anche un solo sguardo ma lo puoi solo descrivere con una certa forma di comunicazione si quella comunicazione fatta di tasselli che sono poi lettere e parole e frasi e versi tutti insieme uniti magari senza punteggiatura si senza punteggiatura perché nel descrivere queste cose non si sa mai se e quando andare a capo. Se e quando si può andare a capo. Se capisci quello che intendo. Antonio la pensa così, su tutta quella questione dei bambini.

C’è una croce d’acciaio che ciondola dallo specchio retrovisore, le sta avvolta attorno al collo di plastica regolabile, ciondola a lungo anche a motore spento. E questo non me lo spiego. Accendo e parto, attraverso la notte a fari spenti, guido verso nessun posto e alla fine ci arrivo per davvero. Da nessuna parte. Il luogo ideale in cui fermarsi, spegnere l’auto ma non l’autoradio, con i Pink Floyd a basso volume e la croce d’acciaio che non si ferma un momento. La sensazione è quella di sostare in un luogo mai segnato su alcuna mappa, mai raccontato o indicato. Eppure è qui, nemmeno il Tom Tom ha le idee chiare, eppure io sono qui, dove non arrivano le mappe ma giungo io durante l’assolo di Time e la croce che ciondola con un ritmo ansioso e impreciso. In questa notte le lucciole emanano più luce della luna, un’altra cosa che non mi spiego, ma capisco quanto sia facile nel buio della pianura confonderle per lanterne.

Il biliardo è un gioco misterioso. Già l’etimologia del nome non è chiarissima, la maggior parte dei dizionari etimologici tagliano corto dicendo che deriva dal francese billard, radice di bille. Non è nemmeno certo che sia nato in Francia, perché era praticato anche in epoca romane e, a dire di qualche studioso, anche in alcuni rituali egizi millecinquecento anni prima di Cristo.

Per quanto risulti fisicamente poco impegnativo è uno sport che piega prima il corpo poi l’anima sul panno verde, che allontana i giocatori dalla vita familiare e li costringe a lunghi allenamenti, numerose ore di solitudine e pazienti giornate di studio del gioco di quelli più bravi. L’età non sempre conta. Certo, i giovani sono più feroci ed affamati, e spesso il loro colpo è più deciso di quello di un veterano. Il biliardo è uno sport in cui il campione in carica, magari un elegante e teatrale quarantenne, si vede fregare il titolo da un ragazzino di appena diciotto anni. Non servono doti fisiche, ma grande intelligenza, bisogna pensare con un anticipo di almeno quattro mosse. È uno sport complicato, nelle regole e nei movimenti, talvolta è difficile capirne il senso, la profondità, l’intimità.

Anche le donne giocano a biliardo, non molte, poiché la maggioranza si rifiuta a priori di stendere il seno sul panno verde. Tuttavia non sono viste di buon occhio dai giocatori maschi e dai circoli esclusivi, possono entrare come invitate, ma di tessera non se ne parla neanche, scrive Mordecai Richler nel suo ultimo libro, ultimo per davvero, Il mio biliardo – Adelphi 2002.

È uno sport senza grandi almanacchi, senza poster di campioni appesi alle pareti. Talvolta anche nelle grandi sale da biliardo si preferiscono illustrazioni di scarsa qualità alle espressioni impassibili dei campioni, di cui nessuno si ricorda mai il nome. E come ogni altro sport ha le sue barriere, di classe o di razza. Ha una similarità con la box: molte grandi stelle sono rimaste, a fine carriera, senza un soldo bucato, senza famiglia e senza amici.

A suo modo è uno sport pure romantico, a renderlo tale sono certi rumori, come il ronzio delle lampade verdi, il bruciare delle sigarette, il parlare sottovoce, quasi un tenebroso pregare. Romantico e nostalgico, nei colori e nell’atmosfera dei piccoli circoli incastonati in città disperate, eppure mite e narcotico, quasi ipnotico nella sua sinistra eleganza. Va poi sottolineato che tutte quelle cose che si dicono sulle sale da biliardo, che sono posti lugubri, pieni di fumo e bestemmie, che sono locali in cui gli uomini si rifugiano per scappare dalla famiglia e dalle mogli, quelle così li, sono tutte vere.