La regola del gratta e vinci - copywriter

Gratta e vinci. È semplice, breve, immediato. Perfetto. Prova a pensarlo diversamente: gratta per vincere; gratta e scopri se hai vinto; gratta e vincerai qualcosa. Nessuna di queste formule funziona. “Gratta e vinci” invece si. È una questione di precisione o, meglio ancora, di soppesare le parole giuste e scegliere il tempo verbale adatto.

Per assurdo, la frase “Ti darò un pugno”, non fa poi così paura perché il futuro esprime un certo senso di incertezza, mentre “Ti do un pugno” è tutt’altra cosa.

Il presente e l’imperativo sono forti, decisi, convincenti. Non è un caso che siano i più utilizzati nel linguaggio pubblicitario: “La lavatrice lava di più con Calfort”, “La scarpa che respira”, “Just do it”, “Ascolta la tua sete”, “Un diamante è per sempre” e così via. Questi due tempi verbali trasformano una frase in una promessa o in un messaggio pubblicitario, che a pensarci bene sono la stessa identica cosa.

Rassicurare

pubblicità PayPal

 

Questa pubblicità online di PayPal acclama:

Basta esitare. Se non ti vanno bene, rimandale indietro. Ti possiamo rimborsare i costi di reso.* Attiva il servizio gratuito con PayPal.

L’imperativo “attiva il servizio gratuito” è deciso e diretto ma quel “Ti possiamo” distrugge l’intero messaggio. Nel senso: come sarebbe a dire “ti possiamo”? Esiste dunque una possibilità che io non venga rimborsato? Eccome se esiste! Dunque PayPal comunica che attivando il servizio gratuito si accende una vaga possibilità che tu possa ottenere un rimborso. Nessuna garanzia, nessuna promessa, ma solo una vaga speranza che, forse, nella migliore delle ipotesi, qualcuno potrebbe venire rimborsato di qualche centesimo.

Dal momento che in fondo alla frase appare un asterisco che rimanda alle condizioni (obbligatorie), sarebbe meglio scrivere

Rimborsiamo le spese di reso.

Questo è deciso, diretto, non lascia scampo alle incertezze (a quelle ci pensa l’asterisco che rimanderà a tutte le condizioni necessarie per ottenere il rimborso, un po’ come fanno le banche).

Meglio un uovo oggi che una gallina domani

Il futuro è la morte della pubblicità, l’esatto contrario di una promessa. Copio e incollo questa frase dalla brochure di una nota compagnia telefonica:

Con il pacchetto ADSL Plus potrai navigare più velocemente e in totale sicurezza.

Come sarebbe a dire “potrò”? Con quello che mi costa esigo che il servizio acquistato faccia esattamente le cose che mi sono state raccontate. Il futuro “potrai” esprime una condizione, che potrebbe accadere ma non è detto che lo faccia, anzi, in un periodo di estrema diffidenza io stento a credere alle promesse della pubblicità. Peggio del futuro c’è solo il condizionale, ma credo che a nessuno venga in mente di scrivere “Con il pacchetto ADSL Plus potresti navigare più velocemente e in totale sicurezza”.

Se fossi il copywriter di quella compagnia telefonica, andrei dall’art director a puntualizzare che, a mio avviso, sarebbe (ecco qui uso il condizionale) meglio scrivere:

Con il pacchetto ADSL Plus navighi veloce e sicuro.

Ma ovviamente con i se e con i ma non si vincono le guerre e non si scrivono headline migliori di altri.

Ad ogni modo, la regola del gratta e vinci è un primo appunto dal quale iniziare una comunicazione chiara e concisa. Poi bisogna lavorarci su: scrivere, cancellare, riscrivere, ascoltare, disegnare, litigare con l’account per poi trovare, dopo lividi e fatiche, la soluzione migliore (che solitamente non è mai la prima).

Riassumendo, la regola del gratta e vinci dice che:

  • un messaggio chiaro e memorabile è composto da pochissime parole che inducono all’azione;
  • l’azione è una promessa, e viene rassicurata dai tempi verbali presente e imperativo;
  • il futuro fa a pezzi la promessa.

Un copywriter davvero bravo (che non sono io) può anche fare a meno dei verbi per fare una promessa davvero rassicurante. Come? Lo slogan storico di Martini è forse il più alto esempio:

No Martini, no party!

Quattro parole, di cui due ripetute, zero verbi e una semplicità disarmante nel descrivere la promessa del brand. Chapeau.

eccetera

Poveretta la parola eccetera. La accorciamo in continuazione, non la scriviamo mai completa di tutte le sue lettere. Che ci ha fatto di male? Nove caratteri e solo cinque lettere uniche. Niente di particolarmente complicato da scrivere, sia con la penna che con la tastiere o magari il pollice, o l’indice. Non avrei particolari obiezioni sull’accorciare parole lunghissime come precipitevolissimevolmente (26 lettere), spettroeliocinematografia (25), elettroencefalograficamente (27) o il più assurdo esofagodermatodigiunoplastica (29). Ma eccetera, poveretta, cosa diavolo ha fatto per meritarsi l’abbreviazione? E poi perché alcuni la accorciano utilizzando due “c” mentre altri utilizzano anche la “t”?

Si scrive ecc. o etc.?

Il termine viene dal latino (et cetera) come un milione di altre parole della nostra lingua. Quindi non lo abbreviamo per una questione di razzismo, altrimenti dovremmo amputare gran parte delle voci presenti nel dizionario. Ma almeno capiamo perché alcuni, soprattutto inglesi e americani, usano la formula etc. In realtà anche noi italiani la utilizziamo, spesso senza conoscerne il motivo o con la convinzione che un inglesismo possa arricchire il nostro testo. Tecnicamente non è sbagliato scrivere etc., ma in questo periodo in cui la terminologia straniera ha invaso ogni nostro scritto (pensiamo a parole come brioche, cloud, marketing, meeting) preferisco attenermi alla formula italiana ecc. D’altra parte, se le abbreviaziani fossero vietate scriveremmo mai la parola completa et cetera?

Una dieta vegana evita tutti gli alimenti di origine animale come latte, uova, formaggi et cetera.

Chiaramente no, sarebbe molto più carino scrivere eccetera. Quindi, in italiano, preferisco scrivere ecc.

Il punto dopo l’abbreviazione

La grammatica impone l’utilizzo del punto in seguito ad una parola abbreviata, per cui scriviamo ecc., egr. e dott., affiancando un punto ad una virgola, come mi è appena accaduto. Inoltre, nel caso di una frase scritta all’interno di due parentesi, possiamo trovare anche la combinazione .).

Nella mia cassetta per gli attrezzi trovi tutto ciò che può servirti per riparare il guasto (cacciaviti, martelli, brugole, fascette ecc.).

Il primo punto completa l’abbreviazione, il secondo termina la frase mentre la parentesi, semplicemente, li separa. Se quest’ultima non ci fosse, però, sarebbe sbagliato (e brutto) chiudere un periodo con due punti, per cui bisogna utilizzarne uno soltanto, come evidenzia anche l’Accademia della Crusca:

… in una frase che si concluda con una parola abbreviata non si ripete il punto (presero carte, giornali, lettere ecc. Non presero i libri).

C’è poi chi aggiunge i puntini di sospensione dopo ecc., creando così “ecc…”. Questa formula è sbagliata perché i puntini (tre, solo tre, mai di meno e mai di più), hanno diverse funzioni ma non quella di concludere una abbreviazione.

Abbreviazioni assurde

La lingua italiana si comporta spesso in modo bizzarro. Permette di accorciare parole semplici come eccettera e allo stesso tempo permette soluzioni di dubbio gusto come dott.ssa, gent.mo o anche f.lli. Ogni riduzione grafica viene utilizzata per risparmiare tempo e spazio, come ricorda anche l’Enciclopedia Treccani, e trovo abbia un senso in certi contesti: scrivere una email, un SMS, un preventivo, un articolo di giornale (soprattutto cartaceo), un tweet, ecc.

Tuttavia, preferisco evitare l’utilizzo delle abbreviazioni, soprattutto quando la mia scrittura non viene dirottata da confini di spazio. Il tempo non è un problema, è piuttosto una scusa, un pretesto, una giustificazione. Provate a misurare quanti secondi impiegate a scrivere ecc. e quanti ve ne servono per scrivere eccetera. A quanto ammonta il divario? Un secondo? Due? Bene, questo lasso di tempo lo regalo alle parole, come forma di rispetto, e amore.

aggettivi inutili

Ci sono alcuni aggettivi che si trovano un po’ ovunque, dagli slogan pubblicitari ai titoli degli articoli di giornale, dai testi degli spot radiofonici al parlato di ogni giorno. Il loro continuo abuso li ha svuotati di fascino e significato in determinati contesti. In particolare, nella comunicazione di oggi sono diventati pressoché inutili e la colpa di ciò è data dalla pigrizia di cercarne di più precisi e adatti. Colpa che si può facilmente attribuire a chi parla e chi scrive – ovviamente per lavoro.

Ma quali sono questi aggettivi? Tra i tanti che mi sono appuntato, ce ne sono sei che proprio non sopporto: efficace, definitivo, pratico, facile, veloce, dinamico.

Efficace

Spesso nei siti web di agenzie di comunicazione si trovano frasi come “Realizziamo strategie efficaci per la tua attività”. C’è davvero bisogno di utilizzare l’aggettivo “efficaci”? Mi viene da pensare che sarebbe assurdo il contrario, perché in fondo quale azienda offrirebbe un servizio inefficace?

Tale aggettivo potrebbe essere utilizzato, invece, per accompagnare prodotti e servizi che solitamente sono rinomati per la loro inefficacia, come ad esempio un prodotto contro i brufoli, o una crema per dimagrare. Ma anche in questo caso, siamo davvero sicuri che non esista un aggettivo migliore?

Definitivo

“La guida definitiva per…”. Iniziano così molti titoli di articoli how to, arricchiti con l’aggettivo “definitivo” perché di guide online ne abbiamo lette così tante che oggi non ne riconosciamo più la qualità. Ci appaiono tutte uguali, per questo chi le scrive avverte il bisogno di utilizzare titoli più adeguati ai nostri giorni. Scrivere “Guida per produrre la birra in casa” andava benissimo fino pochi anni fa, ma oggi risulta apparentemente più convincente scrivere  “Produrre la birra in casa: la guida definitiva” (che in passato sarebbe risultato eccessivo e spavaldo). Tuttavia, la domanda è sempre la stessa: “Se la guida non fosse definitiva, sarebbe davvero una buona guida?”.

La combo facile e veloce

L’accoppiata di questi due aggettivi è diventata quasi un’automatismo dell’italiano scritto e parlato di ogni giorno: “Aprire un conto in banca è facile e veloce grazie a…”, “una crema per il corpo facile e veloce da applicare”, e così via. Tale espressione sottolinea che “ci vuole poco tempo, puoi farlo anche tu”. O meglio, “ci vuole un attimo, qualsiasi scemo è in grado di farlo”. Ecco che, allora, capiamo che la sua esatta collocazione risiede in quelle attività solitamente complicate per i più, come cucinare (una ricetta facile e veloce da preparare) o applicare le catene da neve alle ruote dell’auto (facili e veloci da montare). In fondo, aprire un conto in banca non dovrebbe essere sicuro e fruttuoso prima di facile e veloce?

Dinamico

“Cerchiamo persone dinamiche”.
Ogni volta che leggo questa richiesta negli annunci di lavoro mi viene sempre da sorridere. Chi sono e cosa fanno le persone dinamiche? Quali sono le differenze rispetto alle persone non dinamiche? Nel mondo del lavoro, un individuo è dinamico quando:

  • non dorme in piedi;
  • riesce a muovere autonomamente braccia e mani;
  • si dimostra volenteroso nei confronti del lavoro;
  • svolge i compiti assegnati in modo abbastanza rapido;
  • si adatta senza lamentarsi particolarmente ai cambiamenti improvvisi;
  • dimostra una certa capacità nella risoluzione dei problemi.

In sostanza, “Cerchiamo persone dinamiche” è un modo elegante di dire “No scalda-sedie”. Quindi, ha davvero senso specificare che la figura professionale debba essere dinamica? Chi lo vorrebbe mai uno scansafatiche? Non sarebbe meglio richiedere una caratteristica davvero rilevante per il posto di lavoro offerto?

L’aggettivo dinamico risultata particolarmente utile quando si parla di pagine web, che a loro volta si differenziano tra pagine statiche e pagine dinamiche (non perché le une siano più sveglie delle altre).

Mi rendo conto che non è poi così semplice uscire da questi cliché ormai troppo presenti nella comunicazione italiana, ma il buon vecchio dizionario è un fedele alleato di chi ogni giorno scrive per lavoro. Esiste appunto il Dizionario delle collocazioni, un vero e proprio assistente linguistico che suggerisce verbi, aggettivi e avverbi da collocare accanto ogni parola: ho letto un bel libro o un libro avvincente? Ho scritto una buona relazione o una relazione esauriente? Cose del genere.

Sfogliando un qualsiasi dizionario si trovano centinaia di aggettivi più eleganti, precisi ed efficaci (!) che migliorano notevolmente il linguaggio. È perciò importante cercarli e soppesarli per arricchire la propria comunicazione con termini che non puzzano di riciclato, perché

gli aggettivi non si riciclano, si buttano nell’indifferenziata.

pattino sulla spiaggia di Cattolica

Ci sono storie ovunque, anche dove meno ci si aspetta. Ci sono storie persino dietro le parole. Per trovarle è necessario cercare tra i significati, i significanti e l’etimologia dei termini. Se non ci credete provate a compiere questo esercizio di scrittura: scegliete un oggetto, uno a caso, e raccontatelo. Non descrivetelo, ma raccontatelo.

Fatelo utilizzando un tono ironico e dirottatelo verso un finale nostalgico, quasi con un pizzico di solitudine. Funziona.
Se non ci credete, ecco un esempio: raccontare un pattìno.

 

Il pattìno (o moscone)

Il nome esatto è pattìno di salvataggio, probabilmente uno dei termini meno azzeccati della lingua italiana. Se non lo hai mai visto con i tuoi occhi, magari nemmeno in fotografia, se nemmeno ne hai mai sentito parlare e all’improvviso leggi questo nome da qualche parte scritto senza l’accento sulla “i”, e quindi erroneamente leggi pàttino piuttosto che pattìno, dico, che idea ti fai?

Un pàttino. Ti immagini una sorta di marchingegno da calzare ai piedi o quantomeno da agganciare alle scarpe.

Di salvataggio. Dà l’idea di velocità, forza, sicurezza, qualcosa che permette appunto di salvare una vita, anche in modo incredibile. C’è il giubbotto di salvataggio, la scialuppa di salvataggio, la zattera, il bagnino, il cane, la sagola, i cartelli di salvataggio (si, ci sono anche i cartelli, detti anche segnali di salvataggio). E più o meno, di ogni cosa riesci a farti un’idea, ma del pattino, cavolo, del pattino di salvataggio proprio no.

Nel senso, chi indosserebbe un paio di pattini per soccorrere una persona in difficoltà? Che si tratti di un disagio o un sinistro avvenuto per strada, in acqua, in montagna, in una grotta o in un tunnel, penso ci siano almeno altri cinque mezzi migliori rispetto ai pattini con le rotelle (a meno che non ci si trovi in un lago ghiacciato e a qualcuno venga la strepitosa idea di indossare i pattini da ghiaccio per raggiungere la persone/cosa/animale in difficoltà).

Ma non si tratta di un marchingegno da calzare o agganciare alle scarpe, e ha davvero poco a che fare con i piedi. E poi si pronuncia con l’accento sulla “i”, pattìno, come nella canzone Stessa Spiaggia, Stesso Mare.

…e come l’anno scorso, al mare col pattìno…

Il pattìno di salvataggio, o moscone (e anche qui, sul perché del termine moscone ce ne sarebbe da discutere), è uno straordinario strumento che permette una rapida, leggera e fulminea navigazione nei tratti brevi. I bagnini di Baywatch se lo sognano un mezzo del genere, loro sono abituati alle moto d’acqua che, riflettendo sulla comodità del salirci sopra, accenderle, cavalcarle, tuffarsi, salvare la persona in pericolo, tornare alla moto e risalirci sopra in due, si impiega molto più tempo che balzare sul moscone, dare qualche colpo di remi, tuffarsi, salvare chi è in difficoltà e condurlo fino all’imbarcazione per farlo comodamente distendere o sedere.

Quindi per comodità ed efficacia nei tratti brevi, il moscone batte la moto d’acqua.

Unico neo: qualcuno potrebbe lamentarsi del mal di mare.

Non se ne fanno quasi più. Dicono che sia antiquato, pesante, lento. Sul web pochi ne parlano, anche se lo si intravede in qualche fotografia condivisa da chi è stato al mare in Romagna. A riguardo ho trovato un interessante articolo che ne racconta la scomparsa e il declino, definendolo l’imbarcazione da spiaggia per antonomasia.

È finita, l’epopea del moscone. Non solo in questa riviera che l’ha visto nascere ma in tutte le spiagge italiane. Al lido di Venezia il noleggio di pattini e pedalò (il cugino del moscone costruito in vetroresina e spinto a pedali) è stato chiuso. Chiusi anche i cantieri delle Marche e della Liguria che producevano queste “utilitarie del mare”. L’ultimo “mosconaio” è a Cattolica. «Riusciamo a resistere – dice Elvino Magi, 70 anni – perché chi fa soccorso in mare si è accorto che il moscone in legno è più robusto e veloce di altri mezzi in vetroresina. Facciamo 120 pezzi all´anno e più dell’80% escono da qui dipinti in rosso e con la scritta “Salvataggio”».

L’ultimo mosconaio è a Cattolica, la mia città, la stessa da cui scrivo, stasera, con i gomiti appoggiati sulla scrivania Ikea il cui legno è davvero una bestemmia confronto a quello del pattìno. Sto già pensando di andare a scoprire questa piccola azienda che lavora il legno, senza sapere cosa aspettarmi, oltre al profumo di artigianato.

Qualcuno potrebbe lamentarsi del mal di mare, dicevo.

Eppure quest’oggetto lo trovo di un romanticismo infinito. Remare richiede uno sforzo fisico non indifferente, “fa allargare il torace”.

Quando a 15 anni lavoravo in spiaggia lo utilizzavo tutte le mattine, remare era come sbattere le ali, e a seconda del senso e del “tocco” riuscivo a planare sull’acqua, virare con agilità, solleticare la superficie. Lo utilizzavo ogni mattino, poco dopo l’alba, e ogni sera, appena prima del tramonto, dopo aver chiuso tutti gli ombrelloni e aspettato che tutti i turisti lasciassero il lido per tornare in albergo, impugnavo le maniglie e li trascinavo sulla sabbia. Li strappavo al mare e li adagiavo senza remi dove l’alta marea non li avrebbe potuti raggiungere.

Mi ci sedevo sopra e guardavo la mia ombra allungarsi verso la riva.
Lì finiva la giornata di lavoro. Lì finivano le estati, quelle che non tornano più. Lasciavo qualcosa, come ognuno fa a 15, 16 anni.

E ora immagina un moscone sulla sabbia e senza remi, al tramonto. Sopra c’è un ragazzo seduto, che è mille persone tutte insieme. Immagina quella scena e dimmi se davvero pensi che non sia abbastanza romantica.
E se il mal di mare non valga la pena.

Scrivere il titolo di un articolo non è semplice, soprattutto se ci tieni davvero a quello che scrivi, ancora di più se ne rispetti il gesto e la passione, o il mestiere.

In questo post non mi interessa insegnare la tecnica o i trucchi per farlo, non ne avrei mai il coraggio e la presunzione. Preferisco invece affrontare la tendenza che da un paio di anni a questa parte tempesta le redazioni di blog e magazine online: scrivere titoli (e articoli) sfruttando l’effetto elenco numerato.

Molti dei siti web che leggo quotidianamente lo fanno, spesso anche senza pietà, come Ninja Marketing che poche settimane fa riportava nella home page i seguenti titoli:

  • 6 modi per diventare leader di un team di sucesso
  • 5 storie che ti faranno venire voglia di cambiare vita
  • 10 app dalle quali c’è sempre qualcosa da imparare
  • 10 cose che gli startupper dovrebbero sapere
  • Love wins: 5 brand gay friendly prima che fosse mainstreem
  • I 6 gadget più cool per le vostre vacanze
  • 7 competenze social per lavorare nel mondo della musica

Su 20 articoli presenti nella home, 7 sono scritti con questa formula che non esito a definire acchiappa click.

Anche il seguitissimo Wired non è da meno, due settimane fa, nella home page spiccavano in ordine cronologico:

  • I 10 grandi film con trame impossibili
  • 10 ragioni per (ri)vedersi IT Cloud
  • 3 problemi matematici che ti faranno impazzire
  • I 5 consigli delle donne tech per lavorare (ed avere successo) nel mondo digitale

O ancora, su Agrodolce:

  • 12 trucchi per non piangere tagliando le cipolle
  • barbeque americano: 5 salse imprescindibili
  • 12 modi di cucinare i pomodori
  • 10 tipi di latte vegetale da provare
  • 20 varianti per ravvivare l’insalata caprese

Sul web di questi titoli se ne trovano a centinaia, perché funzionano, perché vanno di moda. O meglio: perché funzionano? Perché vanno di moda?

A mio avviso c’è una sola risposta per entrambe le domande:

Il mondo è un posto troppo grande per essere conosciuto tutto, eppure la voglia di leggere ed informarsi sembra non avere fine. Vogliamo conoscere e imparare nel minor tempo possibile. Preferiamo un elenco puntato ad un testo in prosa, e cerchiamo di spacchettare il sapere per leggerne solo le voci in grassetto, soltanto l’essenziale. Pretendiamo il controllo del tempo e temiamo che la lettura ce lo porti via.

I titoli con i numeri fanno risparmiare tempo, comunicano al lettore che l’articolo è semplice da fruire, che può essere letto in pochi istanti, e la promessa di un punto elenco rende tutto più leggero e ordinato.

Ecco perché funzionano e, di conseguenza, perché vanno così di moda. Perché questi non sono i giorni della prosa e della scrittura elegante, ma piuttosto i giorni dello schematizzare le cose, le storie, il sapere.

Tuttavia, la mia perplessità consiste nel fatto che questo meticoloso semplificare possa perdersi in un senso di superficialità.

E la superficialità è un batterio dello scrivere, diffusissimo, di quelli che fanno dimenticare il vero motivo per cui prendiamo in mano una penna o apriamo un foglio di testo.

Perché scriviamo.

Questo dovremmo sempre chiederci. Perché scriviamo?
E la risposta, che ci crediate o no, è sempre un titolo perfetto. Non ci sarà spazio per punti elenco o schemi numerati, salvo rare e obbligatorie eccezioni.

la traduzione dei nomi plurali inglesi in italiano

In questi giorni non si fa altro che parlare di cookie. Cosa sono, a cosa servono, come adeguarsi alla cookie law, eccettera eccetera.

Purtroppo e per fortuna, lavorando nel campo della comunicazione mi son trovato a leggere di tutto e di più sull’argomento, e la cosa che più mi ha colpito, per deformazione professionale, è stato leggere la parola cookie con la S plurale, cookies.

Siccome sono pignolo, secondo alcuni eccessivamente pignolo, ci tengo a chiarire che cookie è un termine inglese ormai d’uso anche nell’italiano tecnico, e come altri nomi inglesi segue una sola regola:

in italiano, i nomi stranieri sono invariabili.

Questa affermazione è testualmente tratta da “Italiano – corso di sopravvivenza” di Massimo Birattari (la Bibbia per chi scrive, e non solo) e come tutte le regole è ricca di eccezioni, soprattutto per lingue come il francese o lo spagnolo, ben evidenziate nel volume. È anche una questione di orecchio, perché frasi come ho comprato due computers fanno davvero venire i brividi. O anche ho parlato con gli art directors, brrr, o ancora i festivals estivi, aiuto! C’è poi chi scrive Ronaldo ha fatto due goals, quando esiste anche l’italiano gol (guai a chi scrivi gols!).

Probabilmente è capitato a tutti di soffermarsi a riflettere sulla questione e di cercare online diverse definizioni. Il consiglio per non sbagliare è sempre quello di utilizzare di più il dizionario e ricordarsi che i nomi inglesi, al plurale, sono sempre invariabili, niente S finale. Punto.

Quindi, tornato alla parola cookie, anche nel caso fossero dieci, venti o centomila, restano sempre cookie, mai cookies.

Instafram non fa di noi dei fotografi

Per me che sto sempre dalla parte delle parole, la fotografia è una cosa stupenda.
È stupendo soprattutto stare a guardare chi è davvero capace, a fotografare, chi ci mette più della passione, chi ne ha studiato ogni segreto e anche dopo 30 anni riesce a dirti che non c’ha capito poi granché.

Mi piace parlare con quelli che prendono sul serio il proprio mestiere, quelli che se gli chiedi di fotografare una rosa nel deserto ti rispondono “la preferisci con i petali rossi oppure bianchi?”.

Quella gente li, quel tipo di fotografi, ha imparato a guardare ogni cosa del mondo come se fosse una singola immagine. E tutto il mondo non è nient’altro che un’infinità di immagini, di colori, tonalità, che si muovono, non so, tipo con il vento, e con il tempo.

Per loro tutto ciò che gli si presenta davanti, un paesaggio, una strada, il bancone di un bar, una donna senza veli, una bottiglia vuota, un posacenere, cose qualsiasi, viene visto come da dietro un obiettivo.

È quello che noi comuni amatori, gente che scatta con l’iPhone, facciamo più o meno con Instagram: riconosciamo quelle immagini che possono essere degne, secondo un criterio tutto nostro, di essere fotografate.

Un profilo Instagram seguito da migliaia di utenti non fa di noi dei fotografi,

ma è bene provarlo, Instagram, per capire una milionesima parte del genio, del pensiero e della follia di un fotografo vero.

A pensarla in questo modo, lo stesso vale per Twitter. Altro non si fa che aspettare un momento, una citazione o una situazione da raccontare in 140 caratteri. È proprio come pensare al mondo non più come una serie di immagini ma come un flusso di post, brevi, velocissimi, ma memorabili. Anche qui, vale la stessa regola di Instagram:

Twitter non fa di noi degli scrittori.

Se c’è un motivo per cui consiglio di provare ad utilizzare i social media è proprio questo: cercare di capire la milionesima parte del pensiero di un vero professionista. Di qualsiasi arte o mestiere.

Per me che sto dalla parte delle parole, il mondo è una grande storia da raccontare. E per raccontarla con il rispetto che merita e la meraviglia che percepisco con tutti i sensi, e anche quella che sento, dentro, ma non saprei spiegare esattamente come e quanto, ho deciso di provare a capire la follia dei mestieri, dei gesti, delle passioni artistiche e sportive, per conoscere nuovi segni e modi differenti, profondi, estremi, di scrivere e raccontare.

 

Galleria Vittorio Emanuele II, Milano

La mia Milano è sempre troppo lontana.

È dove il mondo corre più veloce e dove i colori, i rumori e gli odori convivono a migliaia tutti insieme creando un’ordine che la gente di campagna, e di mare, non capisce fino in fondo.

A Milano c’è sempre qualcuno che ti aspetta, un posto libero nei caffè del centro, camere di albergo che conoscono milioni di dialetti, taxi ovunque con interni in pelle e motori accesi. Stazioni metropolitane che inghiottono persone vestite come in provincia ci si vestirà tra qualche stagione.

Dalle vetrine delle librerie capisci molte cose sulla promessa milanese, copertine dai colori fluorescenti, titoli inglesi, font ricercati, volumi di fotografia e design, approfondimenti sull’industria culturale e biografie di grandi nomi della moda, del fumetto, della musica. Niente politica, quella occupa ampi luoghi interni e più nascosti.

Ogni mese interpreta colori differenti sul cemento e i palazzi soffocanti, mentre le ore del giorno sono un’intermittenza di neon e frenesia, profumi di take away e umidità nell’aria, cappelli e occhiali da sole vintage, calzini spaiati volutamente in vista sotto i jeans a tubo.

Milano è sempre troppo lontana se abiti al mare. Qualsiasi mare.

Quelli come me si sentono sempre un po’ stranieri, goffi, fuori posto, ma ne restano comunque affascinati. Ognuno per i suoi motivi.

Basta un pomeriggio di pioggia, una folata di vento che ripulisce il cielo e infine il sole nelle ultime ore del pomeriggio, con i riflessi che inventano geometrie su tutte le cose che riempiono la città. C’è una luce speciale, come ci sarebbe in ogni altro luogo della terra, ma pensate a uno che non conosce il termine metropoli, abituato a scoprire in ritardo le mode e le manie, uno per cui 20.000 persone sono abbastanza, per cui poche ore di treno per raggiungere Milano significano spezzare il fragile equilibrio del quotidiano e perdere l’ordine severo del fare, ripetere, fare e ripetere, lavoro e impegni, famiglia e amici, fare e ripetere.

E Milano è sempre troppo lontana, oltre i chilometri e gli orizzonti. Eppur bellissima.