Mi piacciono gli orologi. Mi piace averne molti. Non che mi importi particolarmente dello scorrere del tempo, che tanto quello ti frega sempre e comunque, e questo è garantito. Il ticchettio continuo a cui non bado, il peso al polso e lo strisciare con morbida continuità sulla pelle, il freddo dell’acciaio e il vellutato spostamento della plastica gommosa degli Swatch, che sono leggerissimi ma fanno un così gran baccano, queste cose così mi piacciono da morire. Poi l’ora non la guardo quasi mai, tanto è sempre tardi. E se inizio a controllare di quanto sono in ritardo sui sogni che vorrei realizzare finisce che arrivo tardi per davvero, ma dove, poi, dove voglio andare io, che alla fine quel poco di buono che combino è spesso merito di una fortuita occasione, mentre tutti i danni che creo accadono solamente per colpa mia.

Tutto questo ha a che fare con gli orologi, in qualche modo continuo e parallelo al perdere le occasioni buone e perdere me stesso, tra i sentieri dei boschi e gli incroci urbani, senza segnaletiche e direzioni, tra le scelte e le incomprensioni, piene di consigli a cui non ho mai dato ascolto. Preferisco gli Swatch perché fanno davvero un gran casino, scandiscono il secondo con un suono ed un colpo devastante. Mi piace ascoltarli, e guardarli passare, scorrere via e aspettarli all’infinito senza che ne capiti mai uno differente.

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