Il ritmo della scrittura, questione di musica e parole

È inafferrabile, eppure c’è. Ci accorgiamo chiaramente della sua presenza nella musica, e nella poesia, nella danza e perché no, anche nella letteratura. Notarlo è semplice, possederlo è tutt’altra cosa. Si può far pratica, certo, ma per prima cosa è importante mettersi il cuore in pace perché alcune persone ce l’hanno nel sangue, dalla nascita, quasi fosse un optional di serie. Bisogna accettare che quello che otteniamo con gran fatica ad alcuni riesce al primo colpo e con naturalezza disarmante. È la vita.

Ho studiato canto per tanti anni, e ascoltato migliaia di dischi – migliaia, non scherzo. Ci sono artisti e cantanti che non hanno bisogno di cercarlo, ce l’hanno e basta. M’è servito molto tempo e molta musica per farmene una ragione.

Nella letteratura è la stessa cosa. Nella scrittura professionale anche. Scrivere è un mestiere, e chi lo svolge bene sa come costruire immaginari con le parole. Non cambia nulla se si scrive di un dopobarba o di un materasso, o se si scrive uno spot radio, uno spot TV, un post sui social network o un documento aziendale. Il ritmo è ovunque. Ci possiamo applicare, armati di forbici, lente di ingrandimento, lima e dosi massicce di pazienza. Le forbici per tagliuzzare le frasi, la lente per osservarle meglio, la lima per togliere il superfluo e la pazienza perché, dicevo, a qualcuno serve più tempo.

La dinamica

Mi permetto di scomodare Alessandro Baricco, spero non si offenda. Riporto qui le prime frasi del suo saggio The Game:

Una decina di anni fa ho scritto un libro che si intitolava I Barbari. A quei tempi accadeva a molte persone normali, e a quasi tutte quelle che avevano studiato, di ritrovarsi a denunciare un fatto sconcertante: alcuni dei gesti più alti, belli e dotati di senso che gli umani avessero messo a punto in secoli di applicazione stavano perdendo ciò che avevano di più prezioso, scivolando apparentemente verso un fare disattento e semplicistico. Che si trattasse di mangiare, studiare, divertirsi, viaggiare o scopare, cambiava poco: gli umani sembravano aver disimparato a fare tutte quelle cose in bel modo, con la dovuta attenzione e con la cura sapiente che avevano imparato dai loro padri.

È un testo scorrevole, non c’è che dire. Gira bene, ha ritmo. Leggerlo ad alta voce è un piacere. Perché? Ecco, prendiamo la lente di ingrandimento e analizziamo le frasi, tutte, una alla volta: misuriamo la loro lunghezza. Per facilitare il lavoro la riporto qui:

  • Prima frase: 14 parole
  • Seconda frase: 23 parole
  • Terza frase: 37 parole
  • Quarta frase: 12 parole
  • Quinta frase: 28 parole
  • Sesta frase: 12 parole

Un periodo breve poi uno più lungo, poi un altro ancora più ricco, ed ecco che si ricomincia con poche battute, si avanza ancora un po’, e si torna indietro. Questo elastico crea un effetto dinamico.

Ora, io non credo che Alessandro Baricco si metta a contare le parole presenti in ogni frase. Penso piuttosto che il ritmo ce l’abbia già nel cuore e nelle mani che battono sulla tastiera, e che la disposizione dei periodi gli riesca naturale. Ma noi, puntigliosi e analitici, mettendo a fuoco il suo fare aggiungiamo informazioni al nostro bagaglio culturale; e queste informazioni potrebbero risuonare nella nostra testa e vibrare tra le dita la prossima volta che ci applichiamo nello scrivere.

Tutto questo mi conduce alla rilettura del primo libro di Luisa Carrada, Il Mestiere di Scrivere. Nonostante sia un manuale un po’ datato, i consigli ben esposti al suo interno sono ancora freschi, attuali, utili. Riguardo al ritmo, Luisa scrive:

Il ritmo è soprattutto varietà.

Questa frase apre un approfondimento sull’alternanza di frasi dense che incalzano e altre brevi che impongono una pausa (e penso, di nuovo, alla musica). L’autrice aggiunge, poi, un frammento di Writing Tools di Roy Peter Clark, ne riporto una parte qui:

Questa frase ha 5 parole. Ecco qua altre cinque parole. Le frasi di cinque parole sono piacevoli. Ma se troppe diventano monotone. Ascolta che succede alle frasi. Il testo sta diventando piuttosto monotono. È un suono che annoia. È come un disco rotto. L’orecchio chiede un po’ di varietà. Ora ascolta. Provo a cambiare la lunghezza delle frasi, per creare musica. Musica. Il testo canta. Prende ritmo, diventa una cantilena, un’armonia. Scrivo frasi brevi, scrivo frasi di media lunghezza. E qualche volta, quando sono certo che il lettore è tranquillo, lo trascino con una frase lunghissima, una frase che brucia di energia e si alza in un impeto di crescendo, un rullo di tamburi, un fragore di cembali […].

Più penso a queste cose più mi convinco che la distanza tra musica e scrittura non sia poi così lunga. La dinamica l’abbiamo già vista, ora avviciniamo meglio la lente di ingrandimento al foglio e mettiamo a fuoco i segni di punteggiatura, o meglio, le pause.

La punteggiatura

Punteggiare è un’attività che riguarda la costruzione di senso e il percorso di lettura. Può rendere un testo scorrevole, ansioso, ripido, preciso. A mio avviso è uno degli aspetti più complessi dello scrivere, sia che ci si trovi alle prese con un manuale di istruzioni di un prodotto che con un articolo di approfondimento.

Chiedo di nuovo perdono ad Alessandro Baricco, prendendo in prestito una manciata di frasi dal suo Oceano Mare.

Succede. Uno si fa dei sogni, roba sua, intima, e poi la vita non ci sta a giocarci insieme, e te li smonta, un attimo, una frase, e tutto si disfa. Succede. Mica per altro che vivere è un mestiere gramo. Tocca rassegnarsi. Non ha gratitudine, la vita, se capite cosa voglio dire.

Quel ripetersi di punti e di virgole aiuta l’autore a portarci esattamente dove vuoi lui. Gli permette di farci provare un sentimento preciso. Belle parole, punteggiatura frenetica, ritmo. E c’è di più. Ci sono tre congiunzioni dopo la virgola, che per tre volte incalzano la frase dopo una breve pausa. È come accelerare dopo una frenata, creando di nuovo un effetto a elastico che ci tiene incollati al testo.

Ogni tanto, le congiunzioni dopo la virgola ci riportano al mondo, sono un pizzicotto che ci tiene svegli, o un faro che indica la rotta. In questo, Cormac McCarthy è micidiale:

Pensò che la bellezza del mondo nascondeva un segreto, che il cuore del mondo batteva ad un prezzo terribile, che la sofferenza e la bellezza del mondo crescevano di pari passo, ma in direzioni opposte, e che forse quella forbice vertiginosa esigeva il sangue di molta gente per la grazia di un semplice fiore.

L’ultima frase è maestosa, si incolla alla tristezza e alla disperazione del periodo precedente grazie ad una e dopo la virgola, nient’altro. Questa è una traduzione in italiano di Cavalli Selvaggi, ma invito i curiosi a leggere anche il testo in lingua originale per scoprire l’audacia dell’autore nell’utilizzo della punteggiatura (spoiler: il testo in inglese non è proprio semplicissimo).

Musica, maestro

Il ritmo è dunque un atteggiamento, un regalo che facciamo ai lettori, è uno strumento invisibile che trasforma, fluidifica, accompagna, avvolge, emoziona. E per quanto a qualcuno riesca facile e automatico, sono convinto che lo si perfezioni nelle fasi di revisione di un testo. Non c’è nessun buona la prima, anche i più abili hanno bisogno di qualche passaggio tecnico per migrare correttamente le parole dalla testa alle mani alla tastiera. La rilettura, però, è fedele alleata. A voce alta è meglio, così ascoltiamo lo scorrere delle frasi, come se fosse una musica, e ci accorgiamo delle pause, del tempo, della lunghezza dei periodi, dell’elasticità di certi vocaboli o perché no, anche della bellezza di suoni come frangiflutti, non è un termine meraviglioso? Frangiflutti. È una parola che suona, evoca, disegna l’immagine del mare e il movimento delle onde che scivolano sbattono e talvolta ci sfiorano il viso con qualche goccia di cui siamo grati se sappiamo apprezzare questa forma di bellezza. Di musica. Che ci porta via.