Confessione di un freelance

Comunque bisogna farsi un gran culo. Non ci sono segreti, trucchetti o altro. Solo un gran culo. E non è una questione di gavetta ma di perseveranza e rinunce, anche testardaggine e paura. Quei bei discorsi sul diventare freelance di successo sono abbagli, perché il successo è solo una caramella per il proprio ego. Le cose da mettere a fuoco non riguardano i like o la fama o gli applausi o il fatturato ma le ore di lavoro e la quantificazione di quelle ore. E soprattutto quello che ti resta: il tempo per le persone che ami, il tempo per le cose che ami, il tempo per te.

Anche quell’altro discorso del fai il mestiere che ti piace e non lavorerai neanche un giorno della tua vita eccetera, io boh, non ci credo granché. Amo il mestiere che svolgo, ma amo anche tutto quello che non riesco a svolgere per colpa del mio mestiere: vorrei tanto studiare materie totalmente differenti da quelle che conosco, e riprendere in mano il canto e la musica, pubblicare un altro disco, fare le mie cose. Tu hai di certo le tue.

E tutta questa fretta che vedo in molte persone, soprattutto giovani (ma non faccio di tutta l’erba un fascio), un po’ mi spaventa. Dove cavolo pensano di andare? Credono davvero che sia così facile? Che basti un corsetto per ottenere una buona reputazione professionale? In parte ne ammiro l’arroganza, quella sana e sfacciata, serve pure quella in fondo; potrebbe persino portarti lontano se la alimenti con la curiosità e la conoscenza e l’umiltà e la pazienza. Se non getti la spugna. Che spesso accade.

È anche colpa di questi tempi e della loro frenesia, colpa persino di chi dall’alto (magari da dietro una cattedra universitaria) parla di strategie di marketing di grandi multinazionali senza pensare che tu, appena dopo la laurea, inizierai a scrivere testi per la Pensione Maria e a gestire la pagina Instagram della gelateria I mille gusti di Gino. La pazienza inizia qui.

Anche se il mondo corre veloce il mestiere richiede pazienza e conoscenza delle basi. Gli strumenti e le diavolerie digitali servono a poco se non distingui un Caravaggio da un Modigliani. Quindi, quando hai un’ora libera, prendi in mano un libro di storia dell’industria culturale: cinema arte musica teatro letteratura, bellezza. Quelle materie che hai odiato alle superiori ti servono in questo momento qui in cui decidi di intraprendere un percorso tuo, di mettere la tua firma ad un progetto di comunicazione, una targa fuori dall’ufficio.

Che copywriter sono diventato

Da quando ho iniziato a lavorare come copywriter ho continuamente alimentato il mio saper fare studiando materie complementari, anche lontane dalla mia disciplina; materie che poi tornano (per fortuna), e definiscono il modo di pensare, lo stile e l’identità (la mia, la tua). Anche se sono un copywriter, lo scorso aprile ho pubblicato un libro che parla soprattutto di immagini, perché studio e amo gli aspetti visivi dello scrivere. Se avessi studiato solo libri di scrittura professionale oggi la mia identità sarebbe differente e non svolgerei il lavoro allo stesso modo (magari mi riuscirebbe meglio, o peggio, chissà, ma di certo sarebbe tutto diverso, persino il mio modo di osservare le cose, le parole e le marche).

Quanto tempo serve

Ripeto, serve tempo. Ok, ti chiederai quanto, e allora te lo dico, visto che molti ci girano intorno senza arrivare al dunque.

  • Se la tua laurea è ancora fresca o se lavori da poco, ti servono circa dieci anni.
  • Se le foglie di alloro della tua corona sono secche da un bel po’ e se hai accumulato già qualche anno di esperienza, magari conquistando una bella posizione in azienda, beh allora basta molto meno, anche un paio d’anni.

Potrei sbagliarmi, ma il contrario mi pare assurdo. Queste quantità di tempo non servono per diventare una star ma per capire in che direzione corre la professione e a quale velocità, capire se hai il passo per raggiungerla o sorpassarla. Capirlo ti farà lavorare bene. Ovviamente non esistono scorciatoie, altrimenti sarebbe troppo facile e sai bene quanto me che la vita facile non lo è per niente.

Ma aspetta: non intendo dire che serva una decade per lavorare a progetti gratificanti o per fatturare belle cifre. No, no, per quello basta anche meno, sempre che tu riesca a cavartela e a farti quel gran culo che dicevo. Gli anni di cui parlo servono per un’altra cosa: la serenità. C’è chi la trova nel posto fisso. Chi invece la insegue ogni giorno senza raggiungerla mai per davvero, chi ha la fortuna di trovarla con una semplicità imbarazzante. Poi ci sono le persone multipotenziali, o quelle che non si accontentano, o quelle che hanno bisogno di fare e fare e fare ancora. Io rientro tra queste. Negli anni mi pongo degli obiettivi per me altissimi e faccio di tutto per raggiungerli. La gratificazione finale e l’entusiasmo (pure la testardaggine) durante il percorso sono la ricarica delle mie batterie. Poi capita che perda qualcosa per strada. Pezzi di cuore e stracci di sentimenti, anche occasioni niente male. Mi è capitato spesso e temo ricapiterà, anche se tra i nuovi obiettivi che mi sono appuntato c’è il “non perdere più nulla per strada”. Mi spiego.

Cosa resta

Lo scorso aprile ho pubblicato un libro, dicevo, il mio primo libro, e l’ho pubblicato con una grande casa editrice: Hoepli. Sai come sono riuscito a scriverlo? Togliendo il tempo alle relazioni personali, scrivendo di sera e di domenica (perché negli orari di ufficio devo pur lavorare), lasciando il mio cane ad annoiarsi sul divano e gli hobby in un cassetto. Le rinunce. Ho letto e studiato così tanto che per i 4 mesi successivi alla consegna del testo finale non sono riuscito ad aprire un libro, manco uno. E non sono nemmeno più riuscito a scrivere nulla per me, come sto finalmente riuscendo a fare ora, e non sai quanto sto godendo nel farlo (è stupendo, mi accorgo di aver perso un po’ la mano, ma so come rimediare).

Tutta questa fatica per cosa? Per la reputazione personale? Per aiutare chi lavora come copywriter a migliorare il proprio scrivere? Per la piacevole sensazione di trovare il manuale in libreria? O magari per condividere un metodo di lavoro? Queste sono cose che non si toccano e non si vedono, piuttosto si percepiscono e riconoscono sotto altre forme, a volte anche difficili da riconoscere e accettare. Ma di certo

quello che resta non sempre è quello che importa.

Quello che resta determina chi sei e mette in risalto le tue caratteristiche. La tua unicità. Ti guiderà in ogni attività futura, poco ma sicuro.

In passato ho pubblicato tre dischi. Robaccia heavy metal. E cosa è rimasto? Il ricordo di una carriera da musicista mai decollata, per ovvie ragioni, temo. Ma ho dato tutto anche lì. Quasi 15 anni di musica per capire che a salvarmi non sarebbero state le note ma le parole. E le parole che scrivo, oggi, sono impregnate della musica che ho ascoltato e scritto e registrato e suonato dal vivo. Sono impregnate di tutto il contorno artistico che ho abbracciato.

E questo vale per ogni persona. Il famoso bagaglio culturale, eccolo, con tutte le rinunce e le occasioni perse. Ecco cosa resta.

Quindi arrivo al dunque di questo lungo pippone, di questa confessione cruda e volgare. Ho un consiglio da darti:

quello che hai assorbito nel tuo percorso deve essere riconoscibile in quello che fai. Tira fuori la tua identità in ogni occasione, prendi una posizione di metodo e pensiero, racconta cosa fai e come lo fai e perché lo fai, fidati delle tue intuizioni, le cose che non ti piacciono falle solo quando è inevitabile (spesso lo è, ma non abituartici sennò fai la fine del soldato Giovanni Drogo in Il Deserto dei Tartari); usa tutta questa roba per scrivere e colorare la tua comunicazione. Ma soprattutto: preparati ad accogliere il cambiamento e a uscire di continuo dalle tue zone di comfort (che possono essere software, app, sistemi operativi, strumenti di lavoro analogici). E se qualcosa ti spaventa, affronta la tua paura. Di solito, a spaventare, sono proprio i cambiamenti.

Per riuscire in tutta questa roba qui serve quel tempo di cui parlavo poco fa. Quindi servono pazienza e perseveranza e testardaggine e paura eccetera. Poi il bello arriva. Anche durante il viaggio trovi senz’altro momenti di gloria vera.

Non mancheranno i momenti di merda e di merda ne dovrai mandare giù parecchia, accade in tutti i mestieri, forse chi ha una partita iva ne manda giù qualche dose extra o ha meno mentine a disposizione. Ad ogni modo,  A molti non andrà giù questa cosa della tua identità, che poi è una vera identità di marca, e sai perché? Perché sarai differente. Anche imprevedibile. Sarai un cambiamento. E i cambiamenti fanno una gran paura, dicevo (che poi lo dicevano ben prima di me i Subsonica, e anche qualche altra persona più rilevante del sottoscritto). Quando clienti, colleghi e fornitori non percepiranno più questa tua unicità sarà perché hai tirato i remi in barca o alzato il piede dall’acceleratore o perché avrai smesso di farti il culo. Recuperare sarà dura perché là fuori è pieno di gente in gamba: ragazze e ragazzi, donne e uomini con una preparazione devastante e una fame che mette spavento. Ricordati, dicevo, che devi essere tu quello o quella che fa paura. Ok?

Se tutto questo ti è chiaro, puoi lanciarti nella mischia.
Buona vita da freelance.

Nota finale

Quindi pensi che io mi ritenga spaventoso nei confronti di qualcuno? No, per niente. Di solito io sono quello che se la fa sotto. Però non mi ritengo nemmeno uno scemo: mi son serviti i famosi dieci anni per capire in cosa riesco meglio, in cosa mi sento sicuro e in cosa credo. Mi son serviti dieci anni da copywriter per imparare a pensare a lungo termine. Anche lunghissimo. Non so se questo basterà a salvarmi, ma mi sembra una buona base. Quello che resta, è proprio una buona base.