Storie che Incantano - Andrea Fontana

Volevo scrivere qualche riga riguardo Storie che incantano, l’ultima fatica letteraria dell’amico Andrea Fontana. Un bel manuale, non c’è che dire. Preciso, scritto bene, a tratti profondo e illuminante. Avendo già parlato su questo blog di altre pubblicazioni dell’autore, era come se un’ulteriore recensione, qui, sarebbe stata monotona. Così, in cerca di idee, ho sfogliato le pagine che mi sono appuntato durante la lettura, pagine in cui ci sono esempi, citazioni, immagini, sottolineature ed esercizi. Ed è proprio un esercizio che ha catturato la mia attenzione. A pagina 141, precisamente.

Proprio dopo l’emozionante capitolo Per che cosa vivono le persone?, spunta il box Per che cosa vive il tuo brand. Andrea ci viene incontro elencando le cose per cui vive lui, profonde e personali; leggendole mi sono chiesto per cosa cavolo vivo io. In realtà non si tratta proprio di una domanda, ma quasi di una frase lasciata in sospeso, perché io, per cosa vivo, non me lo sono mai chiesto per davvero. Trentadue anni e non mi son mai posto il problema.

Beh, certo, ci sono cose che effettivamente sono importanti e di cui non potrei fare a meno, ma non è questo il punto perché quello che ho cercato, proprio in questi giorni, riguarda le cose per cui voglio vivere. La differenza tra queste e quelle importanti è sottile, e per fartelo capire meglio provo a stimare un elenco, simile a quello che trovi a pagina 141 di “Storie che incanto”.

Per cosa vivo

Il primo caffè in ufficio. Che vale più di un buongiorno, o di un “cosa hai fatto ieri sera?”. È un momento di condivisione e dall’altissimo potenziale creativo.

La comunicazione etica. E anche la pubblicità veritiera. Cose eleganti e per molti scontate, ma sempre più spesso le vedo omesse in cambio di fuffa e promesse senza cuore.

Le Moleskine che riempio con idee, frasi e scarabocchi. E non le butto mai. Mai. Ne ho circa una ventina in casa, la prima è del 2007. Ogni tanto le sfoglio per riscoprire progetti del passato e riesumare sogni dimenticati. 

Milo, il mio cane. Che vive ogni giornata come una sfida. Che ha una casa da proteggere e una persona a cui affidare ogni istante. Che vive di istinti e riflessi, amore incondizionato e senso di protezione. Vorrei imparare a fare come lui, e accontentarmi di cose anche banali, come la sabbia e il mare, o una giornata steso all’ombra di un pino, o fermo sull’argine di un fiume a fissare la vita scivolare via.

La musica, il canto e la mia collezione di dischi, che vanno dai Motley Crue a LeAnn Rimes, passando per gli Iron Maiden e Michael Jackson. Certe volte, la sera, mi metto le cuffie e ascolto la musica steso sul divano. Senza fare altro. Solo musica. Come quando ero ragazzino e scoprivo per la prima volta quelli che sarebbero diventati i miei artisti preferiti. E ascoltavo più volte la stessa traccia, in completa assenza dal resto del mondo. Solo ascolto, senza fare altro, come scrivere, lavorare, ordinare. Solo musica. Ecco, ogni tanto lo rifaccio, ed è sempre fantastico.

I primi giorni di giugno, con le giornate lunghissime e l’estate che piano piano mi attraversa lasciandomi un’incredibile voglia di stare fuori casa. 

L’alimentazione vegetariana. Gli animali non li mangio, anche se è più corretto scrivere che non li mangio più. Ad un certo punto della mia vita ho smesso. Basta. Questa decisione mi tiene ad una certa distanza anche dagli zoo. Non sono un nazi-vegano, no, rispetto tutti e non disturbo nessuno, la mia scelta è consapevole e silenziosa.

Il venerdì sera con gli amici. Sacrosanto. Al solito posto, un pub affacciato sul porto che divide Cattolica da Gabicce Mare, e quindi anche l’Emilia Romagna dalle Marche. C’è puzza di pesce e di umidità, e i rumori sinistri delle sartie che sbattono contro i pennoni si sentono con preoccupante frequenza quando soffia il vento da nord. Ma in quel posto, ogni venerdì sera, mi riapproprio di una parte di me che si perde nello stress della settimana lavorativa.

Il mare d’inverno. E su questo non c’è molto da aggiungere o spiegare.

I libri. Tutti i libri. Fino a non troppi anni fa leggevo solo romanzi (ho un debole per lo stile di Cormac McCarthy), ma oggi le assi della mia libreria si piegano anche grazie al peso di saggi, autobiografie e manuali (come “Storie che incantano”, appunto).

L’ansia di mia madre che mi dice “vai piano” anche quando viaggio in treno.

I progetti di lavoro gratificanti. Quelli in cui si passano ore ed ore sui dettagli più assurdi che poi, quasi sempre, si trasformano in risultati favolosi. 

L’arrivo della MotoGP a Misano Adriatico. Non la gara in sé, ma tutto quello che c’è prima, come le luci, l’eccitazione, i turisti vestiti di giallo, i 46 appesi e appiccicati ovunque, e quel meraviglioso senso di attesa che non è poi così lontano da quello che si prova a Natale.

E le storie che incantano. Le amo da morire, davvero. Forse perché le osservo sempre con uno sguardo tecnico. O perché vorrei viverle io. O anche, e forse questa è la motivazione più ragionevole, perché amo la comunicazione, la pubblicità, il design, la scrittura, e il mio lavoro è presente in ogni istante e ogni prospettiva della mia vita

Ecco, vivo anche per queste cose qui. Anche un semplice esercizio che mi aiuta a ritrovare me stesso, perché di tanto in tanto mi perdo nelle strade di ogni giorno e nei sogni ad occhi aperti, che non sono mai, questi ultimi, così distanti da quello che voglio veramente, o da quello che potrebbe accadere ma poi non accade. Chissà perché.

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