Italic, ed è subito movimento

Non fa colpo come il grassetto. Non salta subito all’occhio. Nelle riunioni di progetto mai qualcuno che lo menzioni. Eppure l’italic, o corsivo, o aldino, ha un potere magico.
Certo, è timido, talvolta pure romantico, e al contrario del fratellone estroverso, il bold (o grassetto), risulta più tenero e quieto. Sarà per via della sua inclinazione verso destra, che pare quasi un inchino, o un invito, ma con la giusta font è capace di prendere il volo, per davvero.

Ad esempio, la lettera A di una font senza grazie, in italic assume la forma di un’ala: A.

Non ci credi? Non la vedi? Pensa al nome Alitalia. Tutto inclinato, sembra si stia muovendo, o volando. Accidenti, sì, volando. È una parola in movimento. È quasi più immagine che parola. Dal testo in corsivo alla progettazione del logo, dove la A è davvero un’ala, il passo è breve.

L’inclinazione dell’italic esprime immediatamente azione e movimento. Ma anche velocità.

Ancora non sei convinto, lo so, ecco perché chiamo in soccorso i loghi di alcune aziende che di movimento ne sanno qualcosa: Trenitalia, Trenord, SDA Express Courier, Arcese, ma anche Air China e Scandinavian Airlines. Tutti in corsivo.

Ovviamente non sta scritto da nessuna parte che le aziende che si occupano di spostamento di merci o persone debbano per forza avere il nome rappresentato in italic. Insomma, non è una regola universale. Tra l’altro, non esistono regole del genere in comunicazione, e forse lo stesso vale anche per altri settori e discipline.

[Che poi, a dirla proprio tutta, italic e corsivo non sono proprio la stessa cosa: nella scrittura a mano il corsivo non è un’inclinazione ma un gesto differente, rotondo, fluido e legato; ci tengo dunque a precisare che il corsivo di cui parlo in questo post è quello tipografico, lo stesso che ritroviamo nei programmi di grafica o di elaborazione del testo; non mi lancio in un nuovo argomento, ma per approfondire consiglio un vecchio post di Luisa Carrada].

Dal movimento alla velocità

Le parole sono anche immagini, e questo vale persino nel cinema: ricordi i film Speed e Fast & Furious? Azione, adrenalina, corse in autobus e in auto, velocità. Logo in corsivo.

Inoltriamoci ora nel mondo dello sport e diamo un’occhiata ai loghi di Formula1 e MotoGP. Inclinati pure loro. Qualcosa dovrà pur significare. Ma scendiamo nello specifico: mettiamo a fuoco il 46 di Valentino Rossi, il 27 di Casey Stoner, il 26 di Daniel Pedrosa, il 35 di Cal Crutchlow e il 33 di Enea Bastianini, sono tutti disegnati in italic. Poi certo, non mancano le eccezioni, come il numero 4 di Andrea Dovizioso o il 58 di Marco Simoncelli. Un vero macigno quest’ultimo, nato forse per esprimere una certa idea di impatto e maestosità.

Questione di font e di grazie

Il corsivo italico nasce alla fine del quindicesimo secolo per opera dell’italiano Aldo Pio Manuzio (da qui il nome aldino) e viene applicato per la prima volta nel 1501. Le font dell’epoca sono tutte graziate (o serif), e questa caratterista impedisce loro di esprime movimento; il concetto di velocità è un’interpretazione piuttosto recente, nata con l’utilizzo novecentesco delle font senza grazie (o sans serif).

La forma grafica esprime dunque significati differenti. Proviamo a scrivere la stessa parola con caratteri diversi, entrambi in italic: usando Playfair Display (A), ad esempio, la parola copywriter risulta morbida e romantica, gradevole alla vista, ma se ne sta lì, ferma, non corre; con Helvetica (B), invece, corre eccome.

La leggibilità è la cosa più importante

La scrittura in italic non è adatta a lunghi periodi di testo perché risulta complessa da leggere, poco scorrevole per gli occhi. Questo paragrafo, tutto in corsivo, è più spigoloso e meno fluido rispetto ai precedenti, non trovi?

Molto più semplice leggere nel formato regolare, questo, forse è una questione di abitudine, o perché gli occhi non devono compiere uno sforzo nuovo. Chissà. Fatto sta che come i grassetti, gli hashtag e gli inglesismi, anche il corsivo va utilizzato con il contagocce: la cosa più importante è garantire una facile esperienza di lettura e una corretta codifica del messaggio. Pensiamo sempre, sempre, sempre a chi leggerà i nostri testi, i nostri nomi e i nostri loghi.

Scrivere bene non basta. Non è mai bastato.

Le parole hanno una forma, un significato, e l’abito con cui si presentano, la font, ha il potere di farle correre, nascondere, spiccare, urlare, comunicare in punta di piedi.

E il nobile italic non è più destinato alle didascalie, ai sottotitoli o altri luoghi secondari del testo. Anche lui può diventare un grande protagonista della comunicazione.