Play Copy 2019

Tutto è iniziato un anno fa, il giorno dopo Play Copy 2018. Un messaggio di Valentina Falcinelli, su Messenger, carinissimo e amichevole come tutti quelli che successivamente mi avrebbero scritto le ragazze di Pennamontata. Il tono di voce di un’azienda. Eccolo.

Anche la dedica che Valentina mi ha scritto sul suo libro, acquistato lo stesso giorno, aveva qualcosa di magico, e forse è stato quello il momento in cui tutto è iniziato. Almeno per me.

A questo punto vale la pena spendere qualche parola per Valentina, che in fondo non conosco granché bene ma di lei ammiro l’eleganza con cui emerge da un mondo di invidiosi, fuffologi e persone che ti guardano dall’alto al basso. Emerge, dicevo, e con una manciata di parole ti disarma. Ora, capirai che se una persona simile ti invita al più grande evento nazionale sul copywriting, declinare l’offerta è piuttosto difficile.
Ecco insomma come sono andate le cose. Grossomodo.

Tensione, ansia e aspettative

Questo evento l’ho visto crescere con i miei occhi. Ho partecipato con entusiasmo ad una delle sue prime edizioni, quando ancora si presentava con un altro nome ed era molto più umile nelle dimensioni rispetto al mostro che è diventato oggi. Si teneva a Roma, c’erano già relatori notevoli, gente del calibro di Luisa Carrada, così, giusto per citarne uno a caso. Una, a caso.

Ricordo poi la magia dell’edizione 2018, a Bologna, in una location molto più grande rispetto al passato e con interventi pratici di gran spessore. Ma quella del 2019 è stata di certo la più ambiziosa: due giorni, 15 speaker, una location moooolto più imponente (Forum Guido Monzani, Modena) e un’aspettativa altissima generata dal successo degli anni precedenti.

Nella line-up brillavano i nomi di Paolo Iabichino, che non ha bisogno di tante presentazioni, Lavinia Francia, direttore creativo in Ogilvy (scusa), Giuseppe Brugnone, digital marketing manager in Lego (per dire…) e ovviamente Valentina Falcinelli, padrona di casa e CEO di Pennamontata.

Come fai a controllare l’ansia, per un anno intero, sapendo di dover stare sotto telecamere e riflettori insieme a questa gente qui? Non ce la fai. Te lo dico io.

Il pubblico, lo show

C’era un sacco di gente, e spiare la platea da dietro le quinte è stato incredibile. Amici, colleghi, gente che si aspetta chissà cosa da te e gente a cui probabilmente stai sulle balle. Tutti lì, seduti e appiccicati, gli occhi puntati, il tweet rovente pronto ad essere pubblicato, la penna in pugno per fare pratica, o sfidarti, perché no. Tutti lì.

E quando è il tuo turno ecco il silenzio. Tutto si spegne, le luci, i rumori.

In realtà, è che non ti rendi conto dei riflettori e di avere così tanti sguardi addosso. O almeno a me capita così. Non bado a nulla, fatico a mettere a fuoco la vista, mi concentro solo sulla partenza secca e determinata, come ad un concerto. Cerco di non mangiarmi le parole, cosa che ancora non mi riesce granché bene, e vado spedito al punto, senza perdermi in lunghi bla bla bla. Magari una parolaccia di tanto in tanto, così, giusto per intonare il discorso con le mie tonalità vagamente punk.

Ad ogni modo, l’intervento è andato benone e l’applauso finale è stata un’enorme gratificazione per questi anni di lavoro. Sì, una gratificazione, che per me vale più del fatturato o di quanto mi piacciano o non mi piacciano i progetti che curo.
Un applauso. È anche per questo che lavoro.

Finito l’intervento ho rilasciato un’intervista, subito, a caldo. Ero talmente eccitato che non ricordo una parola di quello che ho detto. Nemmeno una, giuro. L’emozione e l’adrenalina c’hanno impiegato parecchie ore per lasciare il mio corpo. E niente, potrei aver detto qualche cavolata in preda alla felicità, all’egocentrismo e vai a capire cos’altro.

Gli altri relatori

Unici. Non trovo aggettivi migliori. In ogni intervento c’era un abisso da scoprire, un mondo in cui la scrittura professionale prende direzioni e pieghe che non t’aspetti. Ma oltre al bagaglio formativo, a sorprendermi sono state le persone salite sul palco. Ok i professionisti, tutti bravi, ma le persone, prima.

Di Valentina ho già scritto, non l’ho fatto, invece, di Francesca Mattia, che leggo e ammiro da non so quanti anni; persona splendida, ironica, sa prendersi in giro e soppesare le parole in ogni situazione.

E non dimentico di certo la simpatia e la professionalità di Martina Carone, la calma e la compostezza di Francesco Addeo (che sa intrattenere come pochi sia sopra che sotto al palco), lo scambio di battute su mattoncini e creatività con il brillante Giuseppe Brugnone, il (troppo) breve confronto con Alessandro Zonin, l’epica camicia indossata da Sergio Müller e le chiacchiere con le simpaticissime Alessandra Pistillo, Jessica De Venezia, Camilla e Marianna Panebarco.

Paolo Iabichino e Lavinia Francia mi son sfuggiti, letteralmente. Mi sarebbe piaciuto conoscerli ma non ho avuto l’occasione. Peccato.

Cosa mi porto a casa

Innanzitutto una marea di abbracci, strette di mano e “a presto”. Almeno mezzo chilo di biglietti da visita, fiumi di tweet ricevuti e tante, tante tigelle (Modena ti amo). Mi porto a casa la gentilezza e le attenzioni dello staff di Pennamontata, un paio di libri nuovi e fichissimi, la pizza con Anna e Federico (arrivati dalla Sicilia), un paio di calzini assurdi regalati da Chiara e Gianmarco (arrivati da Roma, sia loro che i calzini). E momenti straordinari con Chiara, la mia Chiara, sempre presente, sempre speciale.

In eventi come questo alcune persone mostrano il loro lato migliore, e quelle che lo fanno devi tenerle strette strette a te, strette al cuore.

Grazie a Francesco Rizzato di Tanddem per le bellissime fotografie.