Un iPhone in lavatrice

Ieri ho fatto la lavatrice. Lavaggio a 40 gradi. Fino a qui tutto normale, ma dentro al cestello, insieme alle magliette, c’era il mio iPhone.

Come diavolo c’è finito lì dentro?
Lo avevo appoggiato sopra una t-shirt, ti prego non chiedermi il perché, e niente, quando ho caricato la lavatrice non mi sono accorto che in mezzo al bucato c’era pure il telefono. Ero in ritardo, come sempre, dovevo uscire con gli amici e stavo sbrigando le ultime cose di fretta e con tutta la superficialità di cui sono capace.

Ad ogni modo, mi sono serviti parecchi minuti per accorgermi del pasticcio, minuti preziosissimi nei quali ho vagato per la casa chiedendo

“Hey Siri, dove sei?”

senza ottenere risposta. È stato il rumore meccanico della lavatrice a farmi sorgere il dubbio.

Spegnerla e staccare la spina non è bastato, ho dovuto anche aspettare che l’oblò si sbloccasse, forse 30 secondi, o magari il doppio, che ne so, l’ansia non mi faceva ragionare. Alla fine sono riuscito ad aprirlo e inzuppare le mani tra le magliette fradice, ed ecco l’iPhone, anch’esso fradicio ma incredibilmente funzionante: era acceso e con la chat di Whatsapp che si aggiornava mentre lasciavo scolare l’acqua.

Funziona tutt’ora e questa breve storia potrebbe finire qui, con un lieto fine, ma se ne sto scrivendo è perché c’è qualcosa su cui riflettere. Ti chiedo di seguirmi ancora per qualche paragrafo, perché ho messo da parte tutta la superficialità di cui accennavo poco fa per andare in fondo alla questione. Seguimi, ne vale la pena.

Due giorni prima

48 ore prima che tutto ciò accadesse ero al telefono con un commerciale di Apple Store per acquistare il nuovo iPhone XS. Dall’altra parte della cornetta, un gentilissimo Alex mi assicurava che entro pochi giorni avrei ricevuto in ufficio l’iPhone XS. Il mio vecchio iPhone 7 aveva dunque le ore contate. Lo avrei venduto ad un amico appena mi sarebbe arrivato il nuovo modello. [Perdonami per tutti questi condizionali, ma gli ultimi avvenimenti hanno riempito le mie giornate con parecchi punti di domanda].

Quello che mi lascia così, un po’ disorientato e un po’ stupito dall’umorismo grottesco della vita, è il fatto che per per tre anni non è accaduto nulla e poi tiè, a poche ore dall’addio, ecco il casino.

Fortuna o sfiga

Non capita tutti i giorni di fare una lavatrice con dentro magliette e smartphone. Ma in questo caso, la questione può essere letta in due chiavi di lettura:

  • Chiave della sfiga: cazzo, ma proprio adesso che lo devo vendere mi finisce in lavatrice?
  • Chiave della fortuna: sarebbe stato molto peggio se tutto questo fosse accaduto con il nuovo modello in arrivo di lì a pochi giorni.

È un po’ la storia del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, o delle sliding doors. Ma temo che ci sia molto di più, ed è per questo che ti ho chiesto di seguirmi, ci siamo quasi.

Insomma, ci pensi a quante cose nella vita potevano andare meglio? E a quelle che potevano andare peggio? E a quelle che potevano accadere ma invece, tiè, magari per un niente, un soffio, un attimo, sono rimaste lì, incompiute, e tu ci sei rimasto così male che la vita ti è sembrata una bugia. Ci pensi mai?

A me accade spesso. È una sorta di malattia. Non rimpiango nulla, neppure le scelte sbagliate perché avere la possibilità di scegliere spesso è un lusso. Anche sbagliare di tanto in tanto lo è. A distanza di tempo, tutti gli errori, le botte di sfiga e le batoste, mi convincono che in fin dei conti è andata bene così. Ecco, è questo “a distanza di tempo” che mi sta fregando. È su questo che ti voglio portare.

Il passato ha lo strano potere di affievolirsi mentre si allunga e si distende lungo gli assi della vita.

La fortuna e la sfiga sono solo degli inciampi che si dimenticano. E nulla ha davvero importanza, nemmeno un iPhone in lavatrice, una scazzottata, un incidente stradale nel quale c’ho quasi lasciato le penne, un addio, una valanga di errori di valutazione, di imprevisti e scivoloni.

Niente ha davvero importanza se non il momento in cui accade, non un attimo prima, non un attimo dopo.

Scriverne, come in questo caso, è la salvezza.
Scrivere è cercare Dio.