Porto di Cattolica

I pescherecci fermi, il mare viola e il vento altrove

La passeggiata al porto nel giorno di Natale è quasi una tradizione. Non che ci sia nulla di speciale, né per me né per altri, è solo un momento di raccolta in cui pensieri, desideri e traguardi mancati si allineano sullo stesso asse. Un momento, niente di più. Nemmeno rilassante, perché al porto fa sempre un freddo cane e bisogna inabissare il mento nella giacca e i pugni in tasca, e battere i piedi a terra di tanto in tanto, così, giusto per controllare che ci siano ancora.

Chi ha la pazienza dei pescatori può aspettare il tramonto e poi l’alba in compagnia del rumore di corde umide che tirano, sbattono e strisciano sui pennoni. Anche se il vento è altrove. Il tramonto, qui, è bellissimo. Riflette sugli oblò e le cromature delle navi. Si arrampica sugli alberi e si perde nelle fughe delle vele. Cala a monte e risorge in mare il mattino dopo, in una magia di colori che ti aspetti e non delude, al contrario di molte cose della vita.

Io quella pazienza non ce l’ho, non so nemmeno se l’ho mai avuta per davvero, o se è stata solo una scusa. In fondo non cambia granché. La cerco tra i pensieri, i desideri e i traguardi mancati, ma niente. Patire il freddo non è forse una moneta di scambio valida per un tramonto. Almeno per me. Mi basta questa passeggiata, a Natale, per controllare che i pescherecci siano tutti presenti e a riposo. Pensa a quanto dev’essere bello avere la certezza di un porto sicuro in cui tornare. Un porto in cui attraccare qualunque cosa accada, anche in giorni di burrasca, o quando la tempesta ce l’hai dentro al cuore.

Ma oggi c’è bonaccia e va tutto bene, il vento è altrove.