Brand naming: il progetto Let it Sea

“Ci serve un nome per un’azienda nuova di pacca, che evochi il rapporto tra l’uomo e il mare, e che sia pure un po’ simpatico”.

È iniziata più o meno così la riunione di progetto con le clienti. Una bella riunione, va detto, di quelle in cui il caffè è straordinariamente buono e da subito si percepisce una certa intesa.

Da quel momento alla progettazione del brand name Let it Sea, e ci tengo a precisare che si tratta di una progettazione a tutti gli effetti, come per un logo, un sito web o una campagna pubblicitaria, è passata qualche settimana. Erano i giorni del lockdown e io me ne stavo in casa a leggere libri di mostri marini e avventure in barca. Lì si trovano nomi bellissimi, davvero.

Trovare il nome giusto: il processo creativo

C’è più di un modo. È bene precisare pure questo. E per Let it Sea ho intrapreso la strada dell’assonanza. Per farlo “suonare” simpatico, amichevole, unico e memorabile, ho scelto di lavorare con le figure retoriche e con i suoni delle parole, delle vocali e delle consonanti. Nella breve lista di keyword presenti nel mio taccuino c’era mare, e anche sea, in inglese. Ah, giusto, il pubblico a cui si rivolge l’azienda è sia italiano che internazionale (forse avrei dovuto scriverlo prima, sorry).

Quindi mare e sea. Ho iniziato a scriverli insieme ad alcune collocazioni, per lo più aggettivi, e a consultare alcuni strumenti del mestiere, come il dizionario dei luoghi comuni di Flaubert che, alla voce mare, riporta:

Non ha fondo. Immagine dell’infinito. Fa venire grandi pensieri. In riva al mare bisogna sempre avere un cannocchiale. Quando lo si guarda, dire sempre: “Quanta acqua!”.

Ci ho girato parecchio intorno a questo concetto, ma non ne è venuto fuori nulla. Poi ho iniziato a cercare termini assonanti, che suonassero in modo simile a mare o a sea, soprattutto a sea. E ho trovato:

  • to see;
  • to be;
  • me;
  • sì.

Da lì era solo questione di unire puntini, idee e ricordi. Ripeterli ad alta voce aiuta, scriverli a mano pure, cantarli ancora meglio. Ho costruito la mia griglia: da un lato i termini appuntati, dall’altra i giochi di parole, i nomi o i titoli che mi venivano in mente.

Ho unito i puntini e iniziato a leggere le combinazioni a voce alta: una parola della colonna di sinistra legata ad un concetto scritto nella colonna destra. Prova dopo prova sono giunto alla costruzione Sea + let it be. Già, proprio la canzone dei The Beatles. E mentre mi cantavo let it sea, let it sea, let it sea, ho capito che poteva funzionare.

Il brand name corretto

L’assonanza con la celebre canzone inglese rende questo nome facilmente riconoscibile, perché si tratta di un suono già presente nel nostro bagaglio culturale. Da lì in poi mi sono limitato a controllare che fosse davvero unico e la disponibilità dei domini, gli eventuali significati in altre lingue e quelle cose di routine necessarie per di confermare il potenziale di un naming. Perché sì, un brand name corretto deve essere anche disponibile. Possibilmente non usato dai vicini di casa o da altre aziende.

Let it Sea è stato il primo dei tre nomi proposti alle clienti. Ne propongo sempre tre, ognuno progettato con un metodo differente, e il primo che propongo, di solito, è quello che trovo più giusto per la realtà che se ne deve appropriare. Più giusto, non più bello. I concetti di bello e brutto cerco sempre di lasciarli fuori dal lavoro.

Le clienti hanno detto sì.
O sea.
Pessima battuta, lo so, non sono riuscito a trattenermi.

Progetto: naming
Cliente: Let it Sea
Anno: 2020