Agenda life planner

Cambiare abitudini è dura. Cambiare strumenti di lavoro è durissima, soprattutto quelli che usiamo ogni giorno. Perché farlo? È proprio necessario? Beh, se i margini di miglioramento superano gli sbattimenti e i pregiudizi, perché no?

Per il terzo anno consecutivo sarò relatore al Social Media Strategies. È un onore, e ovviamente una figata. Il primo SMS al quale ho partecipato, nel 2017, è stato quello che mi ha spronato a lanciarmi con decisione nel mondo della formazione. Prima me ne stavo sempre dietro le quinte a prendere appunti e ragionare sul da farsi. Poi un giorno, dopo lunghe ragionate e paranoie, ho scelto di provare. E non mi son più fermato.

Per me settembre comincia oggi, di domenica. Sarà un mese pieno di impegni e buoni propositi, anche se come inizio non è proprio stellare: un progetto che non decollerà e un altro che si è concluso malino tendono a frenare il mio entusiasmo; ma questo fa parte del lavoro, e io sono ottimista fino alla nausea.

Fare il copywriter freelance

A volte ci penso, perché ancora non sono sicuro di aver fatto la scelta giusta. Bisognerebbe chiederlo al Davide Bertozzi dei prossimi anni, magari una decina. Così, giusto perché col senno di poi sarà più facile essere obiettivi.

Il Web Marketing Festival è un grande evento. Lo è sempre. E ad ogni edizione accade qualcosa di speciale. L’anno scorso partecipavo per la prima volta come relatore, e le emozioni sono state tante, troppe e indimenticabili. Ne ho scritto un post più o meno profondo da qualche parte in questo blog.

In questo momento storico in cui vanno di moda paroloni e concettoni come innovazione, design, messaggi di forte impatto, il cliente al centro eccettera eccetera, sono stato sorpreso da un “grazie” scritto a mano. A-M-A-N-O, come una volta.

Tutto è iniziato un anno fa, il giorno dopo Play Copy 2018. Un messaggio di Valentina Falcinelli, su Messenger, carinissimo e amichevole come tutti quelli che successivamente mi avrebbero scritto le ragazze di Pennamontata. Il tono di voce di un’azienda. Eccolo.

Lo prendevo in giro il professore di Storia dell’Industria Culturale. Un ometto goffo e modesto, gentile e impacciato, con la voce piccola e acuta, quasi straziante, senza capelli e con un paio di occhiali tondi, forse la stessa montatura da vent’anni. È pazzesco che mi ricordi di queste informazioni e non riesca a trovare alcuna traccia del suo nome nelle strade ingolfate della memoria.