La mucca viola non mi piace

Poche settimane fa mi sono trasferito a Riccione. Il trasloco non è stato facile, né indolore, ma si è rivelato un’occasione per liberarmi di oggetti che non uso più, tra cui alcuni libri: ho fatto piazza pulita dei romanzi che non rileggerò e parcheggiato in uno scatolone saggi e manuali di business che non mi sono piaciuti (e che non mi mancheranno). Tra questi c’è anche il celebre La Mucca Viola di Seth Godin. L’ho già confessato nel titolo e lo ripeto di nuovo: non mi è piaciuto.

È uno dei libri di marketing più venduti, quindi anche uno dei più famosi; un classico insomma. E come tutti i classici è protetto da un velo magico che lo rende impermeabile alle critiche negative. Chi si occupa di marketing e comunicazione ne parla con quel rispetto che solo certi classici ottengono, e questo è un valore difficile da guadagnare. Eppure a me La Mucca Viola non piace proprio per niente. Inutile fare il finto intellettuale. Non mi piace e basta. Come non mi piacciono altri manuali “sacri” del marketing, tipo Questo è il marketing (sempre di S. Godin) o Marketing 4.0 di Philip Kotler.

Li ho letti, eh, ma con poco entusiasmo e senza l’applauso finale. Insomma, mi aspettavo tutt’altro. O quanto meno esempi pratici e non solo teoria, riflessioni superficiali e bla bla bla. Non che io sia chissà chi, o comunque in grado di scrivere di meglio; eppure noto che quando ne si parla tra colleghi non sono l’unico a pensarla così, ma nessuno fiata, un po’ perché a dire che testi del genere non sono piaciuti ci fa passare per snob e saccenti. O qualcosa del genere.

Mi spiego meglio: pur occupandomi di marketing, io non rientro nel pubblico-target di questi prodotti. Nonostante li abbia acquistati, non sono la persona per cui sono stati scritti. Mentre li sfoglio ricordo i manuali universitari, ritrovo le frasi di David Ogilvy e Marshall McLuhan, un po’ come leggendo Alessandro Baricco riconosco lo stile di Cormac McCarthy, o ascoltando i The Struts mi accorgo dell’influenza di Queen e Rolling Stones. E via dicendo.

Io non rientro nel target, dunque. E allora quali sono i libri per me? E qual è il target di questo pubblico? Procedo per ordine.

I libri di business che mi piacciono

Tutti diversi, complementari e collaterali al mestiere del copywriter, ma anche approfonditi, spesso pratici, diretti, immediati; sono libri che vanno dritto al cuore della questione, che affrontano con ingordigia un problema e offrono una soluzione da mettere in pratica subito. Libri diversi da quelli che “obbligatoriamente” si studiano all’università (o comunque bisogna studiare se si lavora in comunicazione pubblicitaria). Niente bla bla bla, insomma.

Eccone alcuni:

  • Critica portatile al visual design (Riccardo Falcinelli);
  • Questione di virgole (Leonardo G. Luccone);
  • Born your portfolio (Michael Janda);
  • The Game (Alessandro Baricco);
  • Logo Design Love (David Airey);
  • Io credo alle sirene (A. Fontana);
  • Qualsiasi manuale scritto da Luisa Carrada.

Collaterali al problema che affronto ogni giorno, e ovviamente al mio lavoro. Non voglio sapere cosa sta accadendo e come sta cambiando il mondo del business, ho bisogno di sporcarmi le mani e sentirmi più forte. Ecco, questi manuali mi aiutano proprio in questo, e la Mucca Viola in questo spazio non ci entra. Non è il suo posto. Proprio come non lo è quello sugli scaffali della mia libreria.

Sono certo che in librerie, salotti o uffici altrui ci sta invece più che comoda.

Altri pubblici, altri target

Sul blog di Skande c’è un interessantissimo articolo riguardo Questo è il Marketing di Seth Godin: nella passione, nella costanza e nella determinazione con cui Riccardo Scandellari scrive, riconosco la persona che apprezza i manuali che non piacciono a me. E anche il suo pubblico, vasto e affamato di conoscenza, rientra nello stesso cerchio culturale. Basta leggere i commenti all’articolo per capire chi e quante sono le persone interessate a questi manuali. Le ammiro, le studio, e cerco di capire come riescono a scorgere quel valore che a me, chissà come e chissà perché, sfugge.

Dove voglio arrivare?

Ecco, vado al punto che ti sarai già annoiato abbastanza a leggere le mie baggianate: nello stesso modo in cui persone come Riccardo Scandellari commentano positivamente un prodotto che hanno apprezzato, ecco, se a te non è piaciuto, non vergognarti di dirlo. Il finto buonismo si riconosce a vista, credimi.

Se un classico non ti è piaciuto, se Cristiano Ronaldo ti sta sulle balle, se Moby Dick ti annoia, se trovi che Il Padrino abbia un effetto soporifero, o se Umberto Eco proprio non lo digerisci, non vergognarti di dirlo. 

Non possiamo piacere a tutti. Nemmeno la Nutella piace a tutti (pazzesco!). E se troviamo il coraggio di raccontarlo e soprattutto motivarlo, beh, in quel momento polarizziamo, disegniamo un nuovo insieme, inglobiamo un pubblico, uno stile, un genere. E in questo mondo non c’è niente di più bello.

PS: a me la Nutella piace, ci tengo a precisarlo.