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Roma

  10 gennaio 2018

A Roma ci sono capitato in diverse occasioni e solo nell’ultima mi sono stupito particolarmente. Non che nelle precedenti visite non ne fossi rimasto affascinato, perché non è una questione di bellezza, che a Roma ce n’è quasi da buttare, è piuttosto una sensazione che ho provato, un po’ di soprassalto, cercando il motivo di così tanta maestosità.

Insomma, non è che dall’oggi al domani si decide di costruire Roma. Ci dev’essere una sorta di ambizione, di promessa, un’intenzione di creare qualcosa di eterno, per sempre maestoso e antico oltre ogni dire. Quindi non è un singolo monumento che mi ha colpito, e nemmeno il tempo richiesto per la sua edificazione. Se così fosse non sarei qui a scriverne e basterebbe uno sguardo al Colosseo per smettere anche di parlarne. E invece è un’altra cosa: il motivo. Il perché costruire qualcosa di così immenso e continuare a farlo per sempre.

Mentre riflettevo su questo mi sono venute in mente le parole di Cormac McCarthy nel romanzo “Non è un paese per vecchi”. Descrivono quello che ho provato e lo sguardo con cui ho osservato la bellezza di Roma.

Proprio nell’ultima pagina del libro McCarthy scrive:

Quando uscivi dalla porta sul retro di quella casa, da un lato trovavi un abbeveratoio di pietra in mezzo alle erbacce. C’era un tubo zincato che scendeva dal tetto e l‘abbeveratoio era quasi sempre pieno, e mi ricordo che una volta mi fermai lì, mi accovacciai, lo guardai e mi misi a pensare. Non so da quanto stava lì. Cento anni. Duecento. Sulla pietra si vedevano le tracce dello scalpello. Era scavato nella pietra dura, lungo quasi due metri, largo suppergiù mezzo e profondo altrettanto. Scavato nella pietra a colpi di scalpello. E mi misi a pensare all’uomo che l’aveva fabbricato. Quel paese non aveva mai avuto periodi di pace particolarmente lunghi, a quanto ne sapevo io. Dopo di alloro ho letto un po’ di libri di storia e mi sa che di periodi di pace non ne ha avuto proprio nessuno. Ma quell’uomo si era messo lì con una mazza e uno scalpello e aveva scavato un abbeveratoio di pietra che sarebbe potuto durare diecimila anni. E perché? In cosa credeva quel tizio? Di certo non credeva che non sarebbe mai cambiato nulla. Uno potrebbe anche pensare questo. Ma secondo me non poteva essere così ingenuo. Ci ho riflettuto tanto. Ci riflettei anche dopo essermene andato da lì quando la casa era ridotta a un mucchio di macerie. E ve lo dico, secondo me quell’abbeveratoio è ancora lì. Ci voleva ben altro per spostarlo, ve lo assicuro. E allora penso a quel tizio seduto lì con la mazza e lo scalpello, magari un paio d’ore dopo cena, non lo so. E devo dire che l’unica cosa che mi viene da pensare è che quello aveva una sorta di promessa dentro al cuore. E io non ho certo intenzione di mettermi a scavare un abbeveratoio di pietra. Ma mi piacerebbe essere capace di fare quel tipo di promessa. È la cosa che mi piacerebbe più di tutte.

McCarthy mi ha fatto riflettere alla promessa di chi ha costruito una città come Roma. Con tutto quello che ne è conseguito e che abbiamo letto nei libri di storia.

È stato come scegliere un nuovo punto di osservazione, una differente prospettiva, e come dietro ad una lente magica ho amato Roma e quella promessa che intravedo, ancora oggi, nello sguardo di chi scopre per la prima volta il Colosseo.

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