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Stonehenge

  27 novembre 2016

Stonehenge è un posto magico. Dista due ore di pullman da Londra, per alcuni è lontanissimo, per altri una passeggiata, a mio parere ne vale la pena. Meglio se ci vai nel pomeriggio, così ti godi il sole che tramonta dietro i megaliti (non è una situazione che capita chissà quante volte nella vita).

Ti ritrovi in un campo verde, i tipici prati inglesi, dove l’erba, chissà perché, non cresce mai. Sembra appena tagliata, migliaia di ettari di erba appena tagliata. Se ci pensi è pazzesco. Ci sono questi megaliti, questi sassi enormi che per quanto possa informarti e razionalizzare non riuscirai mai a capire come siano davvero finiti e come qualcuno sia riuscito a sollevarli. E perché. Ci sono un sacco di teorie, vero, molte di esse anche parecchio condivise dagli storici, ma qualcosa dentro ti bussa nelle ossa e ti dice che non è come te la raccontano. Ti fai la tua idea. Ognuno la sua.

Il pullman si ferma a poco meno di un chilometro di distanza e ti lascia in una valle dove ancora non si vedono sassi di alcun genere, solo prati a non finire. Manca dunque un breve tratto di strada da percorrere a piedi o con una navetta, entrambe le soluzioni creano una certa attesa difficile da spiegare a parole, io ci sto provando ora, rendendomi perfettamente conto che forse non tutti si riconosceranno, perché dicevo, ognuno si fa la sua idea.

C’è questa bellissima attesa, quasi una forma evanescente di ansia, un torpore tra le dita, come quando stai scrivendo una frase meravigliosa che ti è appena venuta in mente e speri di riuscire a comporla senza dimenticarti nessuna parola. Quell’attesa li, quando sai che sta per accadere qualcosa che desideri davvero e che nulla impedirà che accada. Anche questa situazione non capita chissà quante volte nella vita.

E mentre ti avvicini incontri i corvi, a decine. Come in un’opera di Van Gogh. La scena è davvero surreale, se ne stanno li, in mezzo al nulla e all’erba bassa, talmente bassa che non si piega nemmeno al soffiare del vento. I corvi, si tengono a dovuta distanza l’uno dall’altro, quasi fossero nemici. Non sembrano prestare attenzione alle persone che avanzano verso Stonehenge, ma contribuiscono a nutrire la trepidazione.

E poi li vedi, finalmente, i megaliti. Che non sono altro che massi, disposti secondo una volontà che puoi provare a capire, ascoltare o raccontare senza venirne mai a capo. A tutti appaiono più piccoli del previsto. Eppure sono enormi. Ma l’attesa, la voglia e l’impazienza corrompono la tua immaginazione e così finisci per aspettarti qualcosa di smisurato e infinitamente più grande della realtà. Come molte altre cose della vita, d’altronde.

Ci arrivi davvero vicino, non quanto vorresti, ma abbastanza vicino da farti la tua idea e percepire l’umidità e il freddo sulla pietra. Ma non li puoi toccare. Se ci provi le guardie ti sotterrano all’istante e nella migliore delle ipotesi di te rimane un ricordo sepolto sotto l’erba bassa dei prati inglesi. Ci arrivi davvero vicino, dicevo, puoi camminarci intorno, osservarli da differenti angolazioni e prospettive, e mentre passeggi ad un certo punto ti accorgi di qualcosa. Ognuno percepisce qualcosa. Posso dirti quello che ho sentito io, che pare banale ma è estremamente semplice: un senso di pace. Pace e basta. Come se il resto del mondo e la frenesia fossero lontani milioni di chilometri, come se non ci fosse nulla di più vero di quel momento, nulla di più importante, e gli assi dell’anima, del cuore e del desiderio fossero perfettamente allineati. Una situazione che non accade tante volte nella vita.