dissolvenza

Scrivere un romanzo

  13 aprile 2015

Scrivere un libro è una cosa che non so fare. O non mi riesce. Il perché è frammentato in tante tessere che non formano un mosaico, ma una serie di immagini alle quali è stata negata una certa idea di perfezione. Una certa idea di come sono.

Scrivere un libro non è mica facile. Scrivere un bel libro, poi, oh, che casino. Per quelli come me, copywriter, che lavorano con le parole degli altri, e per gli altri, a volte per tutto il mondo fuorché sé stessi, si fa davvero dura tornare a casa e mettersi a scrivere – con tutti i gesti, le azioni e le complicazioni che ne conseguono.

E pensare che ho un romanzo in cantiere da non so più quanti anni

Più di tre, poco ma sicuro. Ci sono milioni di bozze da incollare, sistemare, aggiustare, correggere, visionare. C’è un editor pronto a criticarmi e frustarmi, ma quella è già tutta un’altra storia, un altro step.

Ora, ora, ci tengo a concentrare l’attenzione su questa parola: ora. Ora che il mondo è un po’ più piccolo e le strade un po’ più strette, gli impegni e le storie di ogni giorno trasformano le ore in minuti e il tempo non è mai abbastanza. È così per tutti, o almeno fino a quando ce ne si accorge.

Non mi sono mai fidato troppo di quelli che dicono che se una cosa la vuoi davvero allora niente può fermarti. Non ci ho mai creduto fino in fondo, perché quando di mezzo ci sono cose che ti impegnano fino alle ossa, o rovinano le ossa stesse, quando i giorni si riempiono delle cose che non si possono evitare, e salvare, la distanza tra il volere e il potere si allunga come le ombre al tramonto.

Scrivere un libro è un regalo per i miei 30 anni.

Manca ancora una manciata di mesi. Ma dicevo, poco fa, che quelli come me non si accontentano mai. Figurati se scrivono un libro normale. Non bello, normale.

Tutto quello che di bello c’è nel mondo e nella vita di tutti i giorni, lo vorrei vedere scorrere tra le pagine, le frasi, i capoversi. Quanto di più caro mi porto nel cuore e di feroce nella coscienza, quanto di più meraviglioso i miei occhi hanno visto e le mie mani sfiorato, vorrei riconoscerlo li.

E che l’eleganza che cerco nel leggere si posi nell’ambizione dello scrivere.

Quelli come me vorrebbero scrivere un libro che non finisce, così da continuare a fare a pugni con il proprio ego.

Un libro senza la fine.

Così nessuno s’incazza se sbaglio il finale. Baricco è stato messo in croce per le ultime pagine dei suoi romanzi più famosi. McCarthy lo picchierei con le mie mani per il modo in cui ha concluso la Trilogia della Frontiera.

Un libro che non finisce. Questo è per quelli come me.

Che è anche una scusa, una scappatoia, per non smettere mai di farlo e di sperare che le parole, presto o tardi, ci salveranno davvero.

Certe volte credo allo spazio e ai buchi neri. Altre volte non credo ad un bel niente. Ci sono notti in cui tutto sembra finto e non mi va di credere a nulla. Luci accese nelle strade e nubi di colore giallo avorio che galleggiano appena sopra la superficie dei tetti. Cani lontani che abbaiano e altri rumori che non riconosco.

 

Mi appoggio con vertigine e imprecisione alle colonne della mia vita, così alte e ambiziose quanto fragili e spoglie. Non sorreggono nulla che possa resistere ad un alito di vento. Solo fogli affogati nell’inchiostro, in questi ogni tanto credo. Quando li guardo a terra, impregnati dell’umidità dei pomeriggi piovosi in cui sono stati ricoperti di parole e frasi di un romanzo che non sono mai riuscito a concludere, quando li guardo li, stremati, mi sento come fuori posto.

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