il deserto dei tartari

I classici e il deserto dei tartari

  10 maggio 2014

Non ci sono romanzi belli e non ci sono romanzi brutti. Ci sono se mai romanzi che piacciono e altri che non piacciono. Storie che si divorano in poche ore, e racconti che si abbandonano dopo poche pagine. E poi ci sono i classici. Oh beh, non che si debbano leggere per forza, non sono per tutti i lettori, i classici sono per quelli che li vogliono leggere, e basta.

Io sono uno di quelli che ogni tanto ci prova.
Ammetto di averne letti pochi, una decina, forse meno. E di ognuno mi ci sono innamorato e un po’ annoiato, con Moby Dick ci ho persino litigato, che è forse il romanzo più lento di tutti i tempi, ma leggendolo capita di incontrare, ogni cinque, sei paginette, frasi memorabili o descrizioni incredibili, pensieri più profondi degli oceani attraversati dal Pequod, cose così, che se ti piace scrivere, e leggere, ti riempiono. Tanto e troppo.

I classici che ho letto hanno tutti qualcosa in comune: le loro pagine sono pluri-sottolineate. Questo perché sottolineo sempre le frasi che più mi colpiscono, si sà mai che prima o poi voglia rileggerle. E tra queste, che siano cento, o mille, ce n’è sempre una che mi fa vibrare qualcosa, dentro, una frase che in qualche modo mi avverte che c’è qualcosa di più di una semplice storia.

Il mese scorso ho letto “Il Deserto dei Tartari”, un titolo che ai tempi del liceo snobbavo e che oggi mi ha insegnato a capire una certa idea di solitudine, e di abbandono. L’ho sottolineato tanto. Metri di parole. E tra questi, una breve frase, poco dopo le prime pagine:

Spense la lampada, dal buio a poco a poco emerse il rettangolo chiaro della finestra.

Questo romanzo parla di attesa, di una interminabile attesa per qualcosa che dovrebbe arrivare da molto lontano. Dal buio. E devi avere la pazienza di aspettare, a volte di immaginare, e avere persino la follia di vedere qualcosa, ad un passo da te, anche quando in realtà non c’è nulla se non oscurità. Come quel rettangolo chiaro della finestra, non definito, che nonostante tutto pare così vicino.

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