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Il gioco del biliardo: appunti e riflessioni

  18 aprile 2013

Il biliardo è un gioco misterioso. Già l’etimologia del nome non è chiarissima, la maggior parte dei dizionari etimologici tagliano corto dicendo che deriva dal francese billard, radice di bille. Non è nemmeno certo che sia nato in Francia, perché era praticato anche in epoca romane e, a dire di qualche studioso, anche in alcuni rituali egizi millecinquecento anni prima di Cristo.

Per quanto risulti fisicamente poco impegnativo è uno sport che piega prima il corpo poi l’anima sul panno verde, che allontana i giocatori dalla vita familiare e li costringe a lunghi allenamenti, numerose ore di solitudine e pazienti giornate di studio del gioco di quelli più bravi. L’età non sempre conta. Certo, i giovani sono più feroci ed affamati, e spesso il loro colpo è più deciso di quello di un veterano. Il biliardo è uno sport in cui il campione in carica, magari un elegante e teatrale quarantenne, si vede fregare il titolo da un ragazzino di appena diciotto anni. Non servono doti fisiche, ma grande intelligenza, bisogna pensare con un anticipo di almeno quattro mosse. È uno sport complicato, nelle regole e nei movimenti, talvolta è difficile capirne il senso, la profondità, l’intimità.

Anche le donne giocano a biliardo, non molte, poiché la maggioranza si rifiuta a priori di stendere il seno sul panno verde. Tuttavia non sono viste di buon occhio dai giocatori maschi e dai circoli esclusivi, possono entrare come invitate, ma di tessera non se ne parla neanche, scrive Mordecai Richler nel suo ultimo libro, ultimo per davvero, Il mio biliardo – Adelphi 2002.

È uno sport senza grandi almanacchi, senza poster di campioni appesi alle pareti. Talvolta anche nelle grandi sale da biliardo si preferiscono illustrazioni di scarsa qualità alle espressioni impassibili dei campioni, di cui nessuno si ricorda mai il nome. E come ogni altro sport ha le sue barriere, di classe o di razza. Ha una similarità con la box: molte grandi stelle sono rimaste, a fine carriera, senza un soldo bucato, senza famiglia e senza amici.

A suo modo è uno sport pure romantico, a renderlo tale sono certi rumori, come il ronzio delle lampade verdi, il bruciare delle sigarette, il parlare sottovoce, quasi un tenebroso pregare. Romantico e nostalgico, nei colori e nell’atmosfera dei piccoli circoli incastonati in città disperate, eppure mite e narcotico, quasi ipnotico nella sua sinistra eleganza. Va poi sottolineato che tutte quelle cose che si dicono sulle sale da biliardo, che sono posti lugubri, pieni di fumo e bestemmie, che sono locali in cui gli uomini si rifugiano per scappare dalla famiglia e dalle mogli, quelle così li, sono tutte vere.