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Preghiere distratte

  11 gennaio 2013

Di solito con Dio ci parlo prima di andare a dormire. Quando sono già sdraiato nel letto e con le coperte fino al naso. Credo che molti scelgano quel momento lì perché è forse l’unico in cui ci si sente soli per davvero. Al buio, senza difese. Si chiede pietà. Un po’ come arrendersi. O almeno io la penso così.

Quello che è difficile è riuscire a restare concentrati. Recitare una preghiera senza pensare ad altro. Pregare dall’inizio alla fine senza altri pensieri in mente. Come quando si parla alla gente comune: si rimane concentrati su ciò che si racconta, sui significati e sull’esprimere un pensiero nel modo più preciso possibile. Con tono scherzoso, arrabbiato, annoiato, inferocito, contagioso o apatico.

Parlare con Dio, invece, è tutt’altra cosa. Pregare non è per niente facile. Farlo a voce alta aiuta. Ma nella mente, parlare nella mente – perché Dio ti sente comunque – è una prova di fede e concentrazione. E mi capita ogni notte. Ogni notte comincio a recitare una preghiera, a chiedere un aiuto, un miracolo, una qualsiasi cosa e mentre parlo, in solitario segreto, la concentrazione viene dirottata verso altri pensieri, anche i più banali. A volte mi accorgo che concludo una frase del Padre Nostro con quella di un Ave Maria, e non ricordo dove e quando ho sbagliato.

Se Dio ascoltasse veramente tutto, tutto, sai che confusione. E come potrebbe aiutarci. La mia percezione delle cose, e del mondo, di quello che accade e non accade, è che Dio ascolta ogni pensiero, anche il più distratto.

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