earth

Un amico in rianimazione

  06 ottobre 2012

Se sai fare una cosa, non devi per forza saperla fare bene, ma se c’è qualcosa che sai fare, che puoi fare, per aiutare un amico, devi, porca puttana, la devi fare. L’uomo si presentò con queste parole davanti all’amico moribondo e abbandonato a sé stesso in un lettino scricchiolante d’ospedale. Le lenzuola odoravano d’urina. L’amico moribondo non si vergognò di dire che si era pisciato addosso. Succede, rispose l’altro, sorridendo. Quindi sono qui per farti vedere cosa so fare, aggiunse. Vediamo. L’uomo seduto accanto al letto sporco fece due respiri lenti e profondi, lunghi e intensi, di quelli che di solito aiutano a prendere coraggio. Poi però non disse nulla. L’altro si addormentò. Sognò di lavorare in un circo, un bar dentro ad un circo, preparava il cappuccino per le tigri. E le accarezzava mentre bevevano nelle ciotole grosse come gabinetti.

Quello che so fare, riprese l’uomo senza badare se l’amico si fosse svegliato, quello che so fare è migliorarmi. So diventare una persona migliore. Ho perso un sacco di amici e persone care senza aver dedicato a loro il tempo necessario per non ammazzarmi di nostalgia. Di mancanza. Quindi mi stai dicendo che morirò. Chiese il malato. Può darsi, e che la scampi o no, io voglio stare qui, proprio qui, e farti vedere che sono una persona migliore, farti vedere che c’è anche un mondo migliore, in cui la gente, ogni tanto, si aiuta. E se poi muoio davvero. Lo disse come se fosse un’affermazione, non una domanda. E se poi muoio davvero. Lo disse proprio in questo modo. L’altro gli rispose che avrebbe lasciato questo mondo con qualcosa in meno, forse la rabbia. L’avrebbe lasciata qui, perché non gli sarebbe mai servita in nessun altro posto al di fuori di quella stanza d’ospedale.

Al mio amico Daniele.