Bjork

Ascoltando Björk

  21 luglio 2012

La musica di Björk non assomiglia a nessun altra musica. E non proviene da qualche genere sparso nel tempo, e nello spazio, inizia in un punto esatto, una sorgente, un punto in cui prima non c’è nulla e dopo c’è una valanga di pensieri. Pensieri. Perché quelli di Björk non li capisci mai fino in fondo, soprattutto mentre canta dal vivo, in cui a guardarla non si distingue se pensa all’intonazione, all’interpretazione, a qualche punto focalizzato con maniacale precisione nel pubblico, o se ad un bar incastonato in un viale irlandese. Non lo capisci. E i suoni, quelli se li immagina dimenticandosi di tutta la musica che è venuta prima di lei, prima di quel preciso momento. Dimenticandosi di tutto. Cosa che nessuno, o quasi, riesce mai a fare fino in fondo.

Nei suoi occhi c’è una rara forma di egocentrismo, di piacere e di follia, una velenosa patologia di passione, come una furia, o una fuga, di straordinarie emozioni opposte e per sempre condannate a vivere assieme. Nel suo vestire c’è un narciso intrappolato in un regno di stoffe e colori, materiali e composizioni, quasi un’edera feroce che si mutila e trasforma da musica a pittura, da note a colpi di matita e pennello. La devi ascoltare e guardare, Björk, solo per realizzare che il suo mondo è tutt’altra cosa che questo. Come una fata delle favole, ma in un presente distorto e privo di contrappunto. Nulla di lei si ripete, e nulla, a lei, si può rubare.

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