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Il suicidio del calcio

  14 maggio 2012

Con l’ultima giornata di campionato di Seria A 2012 finisce quella parte di calcio che mi piace, quello che ho conosciuto da ragazzino e di cui mi sono innamorato: il calcio della vecchia guardia.

Non capisco il calcio di oggi, fatto di giocatori tatuati e capricciosi, di club quotati in borsa gestiti (anche) da imprenditori cinesi e ricconi del petrolio. Questo calcio qui io proprio non lo capisco, e quella parte di me che credeva ancora nelle giocate di Del Piero, nelle rapine di Inzaghi, nelle bombe di Batistuta e nelle giocate di Baggio, è svanita. Svaniti loro, i giocatori della vecchia guardia, di cui rimane in attività solo Totti, non ho più alcuno stimolo, proprio nessuno, per seguire le partite.

Da milanista sono contento di vedere Del Piero alzare la coppa nell’ultimo suo anno di attività, perché il mio modo di tifare è fatto paradossalmente così. E sono felice di vedere Inzaghi segnare nella sua ultima partita con la maglia del diavolo. Sono contento anche di smettere di seguire il calcio, tutto quel mondo che non capisco più, che non mi piace più. Saranno i capricci di Balotelli, o le battute di Mourinho, il carattere di Ibrahimovic, non saprei con precisione, ma queste cose qui non fanno per me.

Non fa per me il campionato in mezzo alla settimana, al sabato pomeriggio, al sabato sera, all’ora di pranzo della domenica, al pomeriggio della domenica, all’ora dell’aperitivo di domenica, la domenica sera, all’ora di merenda il venerdì. Il campionato diluito in ogni momento della settimana, è troppo per me. Non fa per me un calcio che tiene Del Piero in panchina. Concordo con Alessandro Baricco quando, riferendosi a Roberto Baggio, dice  che

quando uno sport, per un sacco di ragioni, si rigira in un modo per cui diventa sensato non far scendere in campo il suo punto più alto, allora qualcosa è successo. […] Nella tristezza dei numeri 10 in panca, il calcio racconta una mutazione apparentemente suicida (I Barbari, Feltrinelli, 2006).

Con l’ultima giornata di campionato di Seria A 2012, quello sport che conoscevo io lascia il posto ad una nuova generazione di giocatori e di società che, per me, sono troppo. Non sono peggio o meglio, non fanno per me, e basta. Magari da ragazzino non riuscivo a vedere bene quello che c’era intorno, perciò mi piaceva. Ora vedo ogni orizzonte, e quello che vedo non mi piace. Non ho nemmeno voglia capire, o tentare di farlo. Forse non c’è nulla da capire. Neanche leggendo tra le righe, o tra le linee dell’area di rigore.

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