baricco gwyn

Ogni tanto qualcuno lo riconosceva

  22 marzo 2012

L’ho incontrato una volta sola, Alessandro Baricco, in un bar qualunque, mi piace pensare sia stato un caso. È successo un paio d’anni fa, a Cattolica, e alla domanda faresti una foto con me?, ha negato di essere sé stesso. Come se quel pomeriggio non gli andasse di essere Alessandro Baricco. L’ho odiato. E pensare che i suoi libri spiccano tutti nella mia libreria, li tengo accanto a quelli che mi hanno lasciato qualcosa, accanto a McCarthy, per rendere l’idea. M’ero anche promesso di non comprare più nulla di suo. Tuttavia la delusione dell’incontro non ha inciso sull’ammirazione dello stile. Pochi giorni fa, a denti stretti e con ancora un velo di rabbia addosso, ho comprato Mr Gwyn. Un’amico mi ha letto una frase, una sola, che mi ha condannato all’acquisto:

Ogni tanto qualcuno lo riconosceva, e allora lui negava di essere chi era.

Boom. È stronzo e non lo nasconde, ho pensato. Poi però, con una precisa riflessione, ho cominciato a pensare ad una sorta di perdono. Ecco dunque Mr Gwyn tra le mie mani.

Il protagonista è davvero pazzesco, conquista per la sua visione dell’arte e delle piccole cose, per il suo nascondersi dai riflettori e per i gesti, incredibili, e i dialoghi, assurdi. Un personaggio talmente gustoso che a metà libro scompare. Basta, da metà libro in poi non c’è più. Come se fosse fisicamente scappato dalle pagine. È come le cose di cui ci si innamora, quelle che a un certo punto della vita scompaiono e non tornano più. Lui passa la staffetta ad uno splendido personaggio femminile, Rebecca, una sorta di Lisbeth Salander ma più dolce, e più grassa. Mr Gwyn è un romanzo (breve) che riassume la carriera dell’autore, con personaggi curiosi come quelli di Castelli di Rabbia e Oceano Mare, la sottile drammaticità di Emmaus e le dinamiche di City. Pazzesco e perfetto, non ci sono altri aggettivi.

Nella cura dei dettagli trovava immediato sollievo. Questo lo portava, alle volte, a raggiungere vette di perfezionismo quasi letterario. Gli accadde, ad esempio, di trovarsi davanti a un artigiano che faceva lampadine. Non lampade: lampadine. Le faceva a mano. Era un vecchietto con un lugubre laboratorio dalle parti di Camden Town. Jesper Gwyn l’aveva a lungo cercato, senza neppure sapere se esistesse, e alla fine l’aveva trovato. Quello che aveva in mente di chiedergli non era soltanto una luce molto particolare – infantile, avrebbe spiegato – ma soprattutto una luce che durasse un certo tempo determinato. Voleva lampadine che morissero dopo trentadue giorni di funzionamento.
– Di colpo, o agonizzando un po’?, chiese il vecchietto, come se conoscesse a fondo il problema.