MARE

Demoni custodi, e marini.

  10 marzo 2012

Ogni onda è diversa dall’altra, e ogni libro di mare è diverso dall’altro. Le interpretazioni sono differenti, e pure le intenzioni. C’è Melville che ci vede un nemico invincibile, Baricco che lo descrive come un grande urlo, Hemingway che lo chiama amico. Amico, però poi ci combatte, e allora è anche nemico. Ci parla, lo sgrida e a volte lo insulta. Ecco l’urlo. Ci combatte e gli chiede scusa. Nel suo raffinato romanzo Il vecchio e il Mare affronta una creatura nobile e gigante, e la vince, ma il trionfo è solo a metà. Come se l’uomo non fosse destinato a vincere per davvero. C’è questo marlin enorme che porta Santiago a spasso per l’oceano in giornate di bonaccia, lo trascina e cerca di umiliarlo, come spesso fa la vita.

A metà libro si capisce una cosa straordinaria, non è una semplice battaglia tra un uomo e un pesce,

è un duello contro il proprio demone custode, quell’ombra che ti si appiccica addosso e vanifica ogni impegno, ogni intenzione, ogni vittoria. E non c’è modo di vincere un mostro del genere. Non c’è davvero modo di vincerlo per davvero. Perché è un nemico, un urlo e anche un fedele compagno. Non te lo levi di dosso. Lasci che sia lui a trascinarti tra le correnti e le maree verso rotte ostili tremendamente distanti dalla terraferma. E non te lo levi di dosso fino alla fine dei giorni, quando stremato si abbandona un attimo prima, un attimo soltanto, che ti abbandoni anche tu.

Chissà perché ha fatto quel salto, pensò il vecchio. Pareva quasi che volesse farmi vedere com’era grosso. Comunque ora lo so, pensò. Vorrei potergli mostrare che tipo d’uomo sono io. Ma allora mi vedrebbe la mano col crampo. Facciamogli credere che sono più uomo di quanto non lo sia e così diventerò. Vorrei essere il pesce, pensò, con tutto quello che ha da contrapporre alla mia volontà e alla mia intelligenza, che sono l’unica cosa che ho io.