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Il male è bianco

  13 febbraio 2012

Dove finisce la terraferma inizia il mare. Tra i due s’intromette una linea sottile, fatta di porti e vecchie taverne affollate da pescatori e marinai. E tra le onde dell’oceano è possibile ritrovare l’anima perduta nel ventre della terra. Con questa consapevolezza cullata nella prigione intercostale, marinai, pirati e commercianti affrontano i pericoli dei mari, affrontano le tempeste e i mostri marini, calamari giganti e Leviatani. Sfidare tutto ciò è un po’ sfidare la natura, sfidare Dio e la morte, che visti dalla prua di una nave sono esattamente la stessa cosa. La natura dio e la morte. E poi i mostri. C’è un capodoglio, enorme, bianco neve, Moby Dick.

Se esiste un mostro c’è anche qualcuno che lo vuole sconfiggere. Qualcuno che sfida la natura, o Dio, o la morte. Melville ha costruito un suono unico che riusciamo tutti ad immaginarlo con una certa profonda precisione: è un colpo, la gamba di legno del vecchio capitano Ahab di Nantucket, colpisce con divina regolarità le assi del ponte del Pequod, nave quasi fantasma descritta con maestria in ogni suo nodo del legno. Un colpo ogni due passi, uno con la gamba viva, muto e silenzioso, l’altro con la gamba morta, che affonda un suono cupo quasi fosse l’urlo di un demonio. Come se la vita fosse un soffio quieto e la morte una caduta tra le fauci di una bestia.
Ahab è molto più di un capitano, è un uomo ferito nell’orgoglio, è un castello di sabbia che vuole resistere ad un uragano, è ognuno di noi. Sarà sempre ognuno di noi.

Per 600 pagine Melville descriva Moby Dick in tutto il suo terrore, bianco, la descrive senza farla vedere mai, nemmeno da lontano. Perché il male, bianco, è impregnato nelle pagine e nelle parole. Ce n’è talmente tanto che quello che il lettore percepisce non è il timore verso la balena, ma verso il suo cacciatore. Ahab. Io tremo pensando al capitano Ahab che in una notte di fulmini e tempesta grida all’equipaggio <<V’è un Dio che è padrone sopra la terra e un capitano che è padrone sul “Pequod”>>.

Ahab è cocciuto, ingordo e crudele, è al confine della sua cupa esistenza e quello che v’è oltre non è il chiarore del Paradiso ma il colore latteo di Moby Dick. Il male è bianco. E Ahab che riassume l’insofferenza di tutti gli uomini, è vivo ed è oscuro. Un gioco di colori  e significati capovolti, per 600 pagine. E proprio dopo tutta questa lunghissima e incantevole prosa, a meno di cento fogli alla fine, arriva, la balena bianca, stupenda e meravigliosa. Arriva mostrando la sua gobba, “una collina di neve”, come se fosse la morte a salire in superficie e strizzare l’occhio dall’orizzonte. Le ultime pagine sono tutte dedicate alla sua caccia, alla lotta tra la follia dell’uomo e la ragione celeste, tra il bianco e il nero, il nero e il bianco, Ahab e Moby Dick, la vita e l’ingiustizia, l’uomo e la natura, l’uomo e la morte, la morte, la nave affonda in un vortice spietato, e il male non potrebbe mai avere alcun colore, neppure il nero, no, mai il nero, solo, silenziosamente, il bianco.

Immagine: particolare di una foto di Marco Morosini, designer.
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